Le cose più belle spesso accadono per caso. Talvolta, persino un ostacolo può diventare il punto di partenza per qualcosa di straordinario. Se da una parte l’asma gli ha impedito di coltivare il sogno infantile di giocare a calcio, dall’altra l’ha condotto fino a Hollywood.
Non è semplice parlare di Martin Scorsese. O meglio, è impossibile racchiuderne ogni sfumatura nella cornice di un articolo, anche perché il regista italoamericano non si ferma mai, neanche ora che ha soffiato la sua ottantesima candelina. Oggi ha in cantiere Killers of the Flower Moon con DiCaprio e De Niro ma alle spalle vanta più di 25 film, per non contare documentari, cortometraggi e produzioni.

Per comprendere al meglio la sua continua evoluzione è necessario tornare lì dove tutto è iniziato, in quella cucina dove sua madre Catherine spiega la ricetta delle sue polpette al ragù. Il legame di Scorsese è sì con l’Italia, la Sicilia, terra d’origine dei suoi genitori – Paisà e tutti gli altri film descritti nel monumentale documentario Il mio viaggio in Italia – ma più di ogni altra cosa con l’immaginario spesso stereotipato degli italiani emigrati negli Stati Uniti agli inizi del Novecento. Quando nel 1974 uscì nelle sale Italianamerican, gli spettatori avevano ancora negli occhi il suo primo capolavoro Mean Streets, che in italiano ha come sottotitolo Domenica in chiesa, lunedì all’inferno. “Il Queens ha dato l’imprinting alla poetica scorsesiana – spiega Gianluca Arnone, direttore artistico del Tertio Millennio Film Fest e critico del Cinematografo -. Il Martin bambino, per le strade di Little Italy, incontra le due figure che ritorneranno nel suo cinema come un fil rouge: il prete e il gangster”.

Il critico Gianluca Arnone del magazine Il Cinematografo: “Anche nelle scene più violente, emerge l’afflato umano di Scorsese, quella pietas mutuata dal retaggio profondamente cattolico col quale è cresciuto”

Caino e Abele, la contrapposizione tra bene e male, dà al cinema di Scorsese un’anima duplice, che si traduce spesso nella presenza di personaggi moralmente opposti. Uno degli esempi maggiori lo si ritrova in The Departed, dove addirittura si ribaltano i ruoli: il poliziotto corrotto Sullivan (Matt Damon) si scontra con Billy Costigan (Leonardo DiCaprio), figlio di gangster col sogno di entrare in polizia. “The Departed rappresenta l’apogeo di questo meccanismo di sovrapposizione. La dualità – secondo Arnone – diventa ancor più evidente quando incarnata da un singolo personaggio, anche non legato al mondo italoamericano. Pensate a Frank Pierce (Nicolas Cage) ne Al di là della vita, un paramedico tossico che cerca la redenzione nel salvare le vite altrui; o addirittura al Cristo de L’ultima tentazione”. Persino nel racconto della disumanità e degli spargimenti di sangue, emerge l’afflato umano di Scorsese, la sua partecipazione e quella pietas mutuata dal retaggio profondamente cattolico col quale è cresciuto.
Partendo da questo aspetto culturale e antropologico, prima ancora che religioso, si riescono a comprendere molte ricorrenze del suo cinema, una su tutte: la figura del padre. “Nei film di Scorsese ci sono padri che si perdono e padri che si ritrovano. In Gangs of New York, ad esempio, il macellaio Bill è il padre che tradisce, mentre in Hugo Cabret Méliès è il padre che si ritrova e che è metafora del cinema”.

Ecco allora che bisogna tornare di nuovo alle radici, al 1974 e passare da quella cucina che odora di pomodoro al divano in soggiorno.  Lì siede il padre, Luciano, che da piccolo lo portava al cinema, mentre tutti gli altri bambini inseguivano un pallone.

Italianamerican (1974)

Italianamerican (1974)