«Sciare nel circuito finale, allo stadio, è stata un’emozione indescrivibile: percepivo fisicamente la spinta di tutto il pubblico, che incitava qualsiasi atleta». Quando Mark Chanloung pronuncia queste parole, fatica a contenere le emozioni, i suoi occhi diventano lucidi e si trova costretto a prendersi delle pause per deglutire. Mark e sua sorella Karen potrebbero essere dei ragazzi qualunque – e forse lo sono -, con la differenza che il mese scorso erano in Corea del Sud, spalla a spalla con i migliori atleti degli sport invernali. «Siamo cresciuti a Gressoney, in Val d’Aosta, ma nostro padre è thailandese.

Mark ha festeggiato il compleanno come portabandiera durante la cerimonia d’apertura Per questo un paio di anni fa, quando ci siamo accorti che sciare senza arruolamento stava diventando troppo costoso, abbiamo saputo che la Thailandia voleva formare una squadra per le Olimpiadi». Da sempre con gli sci ai piedi, i fratelli Chanloung hanno coltivato la loro passione tra un viaggio in Asia e l’altro: dietro la spinta di Karen (“Mark seguiva me”, ndr) sono passati dallo sci alpino allo snowboard, per poi spostarsi definitivamente sul fondo. «La prima gara la vinsi subito – spiega la 21enne – e quindi decisi di imboccare quella strada». Al fratello, invece, il fondo non piaceva, e finiva sempre a lottare per gli ultimi cinque posti: con il tempo e l’allenamento è però diventato competitivo, fino a raggiungere il traguardo olimpico. Ora la Federazione thailandese deve fissare i prossimi obiettivi, decidendo se limitarsi a presentare gli atleti alla prossima edizione, oppure se chiedere ai suoi ragazzi di alzare il livello di competizione, investendo di più.

I fratelli Chanloung non parlano thailandese, ma amano entrambi la terra paterna: «Andavamo spesso a trovare nostra nonna – ammette Karen -, poi è diventato complesso per via degli allenamenti: mi dispiace, adoro questo Paese». Uno stretto rapporto che l’atleta ritrova anche nel suo carattere: «Rispetto ai miei amici ho una visione asiatica della vita, ereditata da mio padre. Mi piace avere però radici su due poli opposti: la neve di Gressoney e il caldo della Thailandia». Due atleti di una Federazione minore devono però avere un piano B, e per questo da settembre entrambi hanno cominciato gli studi: Economia e Management per Karen, Scienze Motorie per il fratello: «Ho chiesto l’esonero dall’obbligo di frequenza perché ho bisogno di allenarmi molto – continua Mark -, e ho saltato la sessione d’esame di febbraio perché avevo di meglio da fare (ride, ndr)». Diversa è, invece, la scelta di Karen: «La mia passione è in realtà l’interior design, ma c’è tanta pratica e mi servirebbe frequentare le lezioni».

Tornando all’esperienza sudcoreana, Mark ammette una soddisfazione a metà per le due gare disputate: «Sono stato in linea con le mie prestazioni, ma alle Olimpiadi bisogna dare il 110%». Le alte aspettative nascono dalla consapevolezza di avere una chance sola, senza margini d’errore: «Prima della gara ero agitatissima, poi mi sono concentrata. È stato un peccato non avere il pubblico durante il tracciato – puntualizza Karen -: prima del giro nello stadio sembrava un po’ di essere dispersi nel bosco». Karen: «Mi accorgo di avere una visione asiatica della vita»Se la cerimonia di chiusura è stata più divertente essendo concepita come una vera e propria festa, Mark Chanloung non ha infine dubbi: «Sono stato portabandiera in entrambi gli eventi, ma l’apertura ha avuto un impatto emotivo unico. Era anche il mio compleanno». Appuntamento fissato ora a Pechino tra quattro anni, quando si spera di ammirare ancora due “ragazzi normali” pronti a gareggiare con i giganti dello sci, per una Thailandia “made in Italy”. E magari, potersi rispecchiare ancora negli occhi lucidi di chi ha vissuto emozioni olimpiche.