In un’epoca nella quale il fotoritocco è a portata di smartphone, grazie ad applicazioni come VSCO e Photoshop, la ricerca del vero nella fotografia dei grandi professionisti è tutto. Il desiderio di perfezione nelle immagini è costante. Dalle foto delle influencer a quelle delle pagine patinate delle riviste, il fotoritocco sembra entrato, di fatto, nella nostra quotidianità. Inoltre, siamo costantemente bombardati da fake news e speriamo che almeno le immagini ci riportino la realtà “nuda e cruda”, senza fronzoli e distorsioni.

Ma cosa succede quando a fare un uso eccessivo di Photoshop è uno dei fotoreporter più acclamati e osannati della storia della fotografia? Forse è il caso di fermarsi a riflettere. A Milano, dallo scorso lunedì 16 dicembre, è stata aperta al pubblico la mostra “Animals” di Steve McCurry, in cui sono esposte fotografie di animali scattate dagli anni ’80 a oggi, dall’India all’Africa. Camminando tra le sale, i commenti delle persone presenti all’inaugurazione della mostra, creata ad hoc per il Mudec, sono soprattutto positivi. C’è tanto stupore. Per la bellezza delle fotografie, ma anche per la capacità di McCurry di essere “nel posto giusto al momento giusto” e, soprattutto, per i colori dei 60 scatti presenti. “Sembra un olio su tela. È incredibile!” “Sembra un olio su tela. È incredibile!”. Ed ecco che un “banale” commento di una persona qualunque si trasforma in motivo di riflessione. È normale che una fotografia, che ritrae un cormorano che galleggia su una pozza di petrolio, probabilmente nei suoi ultimi momenti di vita, sembri un olio su tela?

La risposta è no. McCurry non è estraneo alle polemiche sull’uso eccessivo di Photoshop. Nel 2016 è divampata la polemica per una delle foto più celebri di McCurry, “L’Avana Cuba, 2014”, dove l’uso, grossolano, di Photoshop, era evidente e impossibile da negare. È stato Paolo Viglione, fotografo e blogger, a notare l’errore.  “Qualcuno ha deciso di far indietreggiare il personaggio di un pochetto. Come si fa? Facile: col timbro clone. Si clona la persona un po’ indietro, poi si ricostruisce il palo giallo. A quel punto, però, bisogna ricordarsi di tornare sulla persona ed eliminare eventuali sbavature”. Cosa che McCurry, o chi per lui, ha evidentemente dimenticato di fare.

L'Avana Cuba, 2014

L’Avana Cuba, 2014

Nei giorni successivi al post di Viglione, è iniziata la caccia al dettaglio photoshoppato nelle fotografie di Steve McCurry. Centinaia di utenti, più o meno esperti, hanno portato alla luce diversi “errori” negli scatti del fotoreporter, dagli oggetti “timbrati” male all’eccessiva color correction.  La risposta del fotografo alle accuse? “Opera del mio collaboratore, l’ho licenziato”.  Peter Van Agtmal, fotografo dell’ agenzia Magnum, in un articolo pubblicato su Time, ha in parte difeso McCurry dalle critiche, dicendo che non ha molto senso aspettarsi verità e obiettività da una foto, perché secondo lui sono concetti poco applicabili alla realtà quotidiana. Punto di vista discutibile, perché Steve McCurry non è un fotografo pubblicitario, né un’artista. È un fotoreporter.“Ho sempre lasciato che fossero le mie immagini a parlare, ma ora capisco che la gente vuole che dica in che categoria mi ritrovo. Oggi direi che sono un narratore visuale” “Ho sempre lasciato che fossero le mie immagini a parlare, ma ora capisco che la gente vuole che dica in che categoria mi ritrovo. Oggi direi che sono un narratore visuale”. Queste sono le parole che Steve McCurry ha usato per “definirsi” durante un’intervista al Time.

Sì, McCurry si definisce proprio “narratore visuale”.  Il compito di un narratore, però, dovrebbe essere quello di raccontare la realtà, rendendola fruibile a tutti i tipi di pubblico; e non stiamo parlando di un romanzo, dove la realtà può essere distorta, ma di vita vera. Non parliamo di fotografi come David LaChapelle, che ha fatto delle sue composizioni controverse e dissacranti il suo marchio di fabbrica, o, ponendoci in una prospettiva diversa, di grandi artisti iperrealisti italiani, come Luciano Ventrone o Matteo Massagrande, che riescono a rendere le pennellate talmente reali da far sembrare fotografie i loro dipinti. Qui stiamo parlando di un grande fotoreporter, che ha lavorato per il National Geographic, che ha fatto inchinare tutto il mondo con una delle immagini simbolo del ventesimo secolo, la  “ragazza afgana dagli occhi verdi”, dallo sguardo talmente penetrante da far venire la pelle d’oca.

Il fotoreporter dovrebbe restituire la verità a chi guarda. Raccontare del mondo così come è, anche quando il cielo non è azzurro come si vorrebbe, o il manto di un animale è meno lucido di quello che ci si aspetta. Le foto di McCurry catturano l’attenzione, stupiscono per la loro potenza, ma qualunque occhio, anche quello meno esperto, riuscirà a notare la mancanza di verità, di emozioni sincere, che non derivino da una spietata color correction ma dalla realtà che, purtroppo, può anche essere meno caleidoscopica di quanto, ardentemente, vorremmo.