“Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. All’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista”. È l’incipit di uno dei reportage di guerra più famosi della storia recente del giornalismo.

A documentare con queste parole il massacro che avvenne il 16 settembre 1982 nei campi profughi di Sabra e Chatila – a ovest di Beirut – per mano delle milizie libanesi che tolsero la vita a 3mila civili palestinesi, fu un 36enne reporter britannico al tempo corrispondente in Medio Oriente per il Times. Anche grazie a questo immortale articolo, Robert Fisk entrò di diritto nel Panteon del reportage giornalistico fino a diventare “il più famoso corrispondente estero britannico” (secondo il New York Times). Fisk si è spento il 30 ottobre scorso all’età di 74 anni a seguito di un ictus. Per quasi 45 anni ha coperto con passione e trasporto i conflitti nel vicino e medio-Oriente, “consumando le suole delle scarpe” e l’inchiostro della penna tra Libano (dove si era trasferito), Algeria, Siria, Afghanistan, Iran, Iraq e Palestina; ha legato la sua firma al quotidiano The Independent per il quale non ha mai smesso di scrivere e di commentare le notizie dal mondo.

«Ci incontrammo diverse volte in giro per il Medio Oriente, ma il ricordo più forte che ho di lui è del 2011– ricorda Amedeo Ricucci, giornalista Rai dal 1993, corrispondente dalle più calde zone di conflitto –. Ero a Quetta in Pakistan e stavo provando ad entrare in Afghanistan; si andava nei villaggi di confine per vedere come si comportavano le tribù pashtun. Durante una di queste scorribande vidi la macchina di un collega con a bordo due feriti: un signore anziano che aveva la testa coperta di sangue e l’autista del posto. L’anziano era Fisk. Ci raccontò che erano stati aggrediti da un gruppo di pashtun che aveva preso a pietrate la loro macchina. Gli diedi una benda, se la legò alla nuca e continuò ad andare in giro lungo il confine pakistano».

Ogni reporter che abbia solcato la terra mediorientale ha un ricordo vivido di Robert e della sua immancabile presenza nelle zone calde dei conflitti: «Il momento in cui l’ho sentito è più vicino è stato nel 2002 – racconta Barbara Schiavulli, reporter di guerra, giornalista di Radio Bullets e autrice di diversi libri su guerre e massacri del nostro tempo –, eravamo a Ramallah, il quartiere generale di Arafat che era sotto assedio: la città era deserta. Lui era già una leggenda e io una giovane reporter. Mi trovai a camminare con lui mentre sopra di noi cadevano le bombe e io litigavo al telefono con mio padre. Robert mi disse: “Tieniti strette le persone che ti amano perché questa è una vita di solitudine”. Riteneva il nostro un mestiere deprimente perché hai a che fare tutti giorni con la morte: perché la guerra è il fallimento dello spirito umano».

La presenza di Fisk sui luoghi di conflitto nel vicino e Medio Oriente è stata una costante. Reporter di razza, determinato e preciso nel fare le pulci al potere e, allo stesso tempo, estremamente umano e sensibile quando aveva a che fare con la gente comune come racconta Ricucci: «Cercava di raccontare la storia (quella con la S maiuscola) tramite le piccole storie dell’umanità sofferente. Fisk diceva che aveva passato la vita descrivendo le violazioni dei diritti umani su scala mondiale ed è quello che in molti reporter fanno obbedendo all’imperativo giornalistico della testimonianza». Barbara Schiavulli lo ricorda invece per la tremenda passione verso questo mestiere e per la determinazione che ci metteva nel farlo: «Era uno di quei giornalisti che scriveva la storia, non foss’altro perché su quei luoghi lui ci ha passato più di quarant’anni: noi ci rifacevamo ai suoi reportage per capire meglio i posti nei quali stavamo lavorando e i lettori trovavano in lui una voce autorevole e sincera. I suoi articoli rimarranno anche negli anni a venire, non ci incartavi di certo il pesce il giorno dopo».

Robert Fisk è stato un reporter a tutto tondo, di quelli che fanno scuola e che solcano la loro epoca. Capace sia di raccontare in modo crudo e con una prosa magistrale i fatti, sia di andare in profondità nell’analisi delle cause e delle ripercussioni storiche degli eventi. Capace sia di intervistare i potenti del mondo (storiche le sue interviste a Osama Bin Laden), sia di raccontare la storia partendo dal basso, dalle miserie della gente. “Il più grande nemico di tutti i giornalisti è il fallimento della memoria storica istituzionale” scriveva in uno degli ultimi articoli per The Independent. «Nei suoi pezzi non si appiattiva mai solo sul presente, ma ne dava in controluce la prospettiva storica e questo aiutava il lettore a capire – analizza Ricucci –. All’epoca delle primavere arabe lui scriveva dalla sua Beirut e cominciò a proporre la definizione di “risveglio arabo”. Aveva avuto a che fare con il lungo sonno imposto dai grandi dittatori (Mubarak, Gheddafi, Ben Ali) e vedeva che le piazze arabe si stavano risvegliando dal torpore».

Una prospettiva storica, quella di Fisk, che aveva come unica regola quella di essere contro-potere perché, come lui stesso ripeteva, il giornalismo “deve sfidare l’autorità, ogni autorità, specie quando questa ci porta alla guerra”. Ed è quello che ha sempre provato a fare: smascherare la corruzione e l’insolenza del potere che si abbatte sulle vite inermi dei più deboli. «Pensava che tutti i colleghi che stanno nelle stanze del potere fossero dei portavoce, non dei giornalisti – ricorda Schiavulli –. Lui i potenti li guardava in faccia e senza timore gli diceva “Stai dicendo una sciocchezza!”». Lo ha fatto sempre tranne in un caso secondo Ricucci: «Non gli ho mai perdonato quando nel 2013, invitato dal regime, andò a Damasco dopo il bombardamento della Ghuta dove vennero utilizzate anche armi chimiche e fece “da sponda” alla propaganda di Assad che negava il coinvolgimento in quel bombardamento. Nemmeno le squadre dell’Onu riuscirono ad andare alla Ghuta e a lui invece venne concesso, ma infranse la sua regola: quella di non essere mai osmotico e parassitico verso il potere».