L’ombra del Covid-19 si allunga sulla lotta contro le mutilazioni genitali femminili di cui il prossimo 6 febbraio si ricorda la giornata internazionale. Perché la dispersione scolastica causata dalla pandemia sta confinando troppe bambine a casa, e minaccia i risultati finora raggiunti nella lotta per porre fine alle FGM. Già il rapporto di UNFPA del 2020, prevedeva, a causa delle limitazioni relative all’attuale pandemia,  una riduzione di 1/3 dei progressi verso la fine delle FGM entro il 2030, obiettivo che le organizzazioni internazionali si erano poste qualche anno fa. Inoltre, per le interruzioni di molti programmi di prevenzione, nel prossimo decennio potrebbero verificarsi circa due milioni di casi di FGM che sarebbero stati altrimenti evitati.

Le ragazze rischiano dunque più di prima di essere abbandonate a se stesse in un rito di passaggio obbligato e private di una parte del loro corpo. Con mutilazioni genitali femminili (FGM) si intende la rimozione parziale o totale dei genitali esterni, o la lesione di essi, senza motivazioni terapeutiche. Si va dalla più invasiva, l’infibulazione, che recide o sutura parzialmente le grandi labbra, fino alle più lievi, se così si può dire, come la compressione della clitoride e delle piccole labbra, incisioni, raschiature e cauterizzazioni. Si calcola che oggi circa 200 milioni di donne e bambine vivono con queste mutilazioni (4,1 milioni nel 2020).

In Liberia, uno dei cinque stati africani dove questo rito è ancora legale, la tradizione viene appoggiata anche dal governo, attraverso delle strutture predisposte a preparare le ragazze a quello che viene considerato lo step fondamentale per passare dall’infanzia all’età adulta. Proprio questa realtà così unica nell’Africa sub-sahariana è raccontata dal documentario di Emanuela Zuccalà che viene trasmesso oggi pomeriggio in un evento online nel cinema virtuale di Distribuzioni dal Basso, in occasione del prossimo 6 febbraio, Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili. Il documentario si intitola La scuola nella foresta .

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Emanuela racconta una storia sconvolgente fra organizzazioni segrete di sole donne, riti nella foresta, ricatto politico: “Loro la chiamano scuola, ma in realtà vengono gestite da una vera e propria società segreta, chiamata Sande. Sono dei recinti fatti da foglie di palma in mezzo alla foresta e per arrivarci bisogna fare almeno 5 ore di viaggio in jeep dal villaggio più vicino – spiega la documentarista -. Le bambine entrano e si comincia con il rito di iniziazione, ovvero il taglio del clitoride, che viene praticato dalla grande sacerdotessa, Zoe. Hanno varie età, dai 3 ai 18 anni, e passano lì dentro da pochi mesi fino a massimo 3 anni e imparano quella che da noi si chiama ‘economia domestica’. Sono progettate per diventare future mogli e madri, imparano le danze tradizionali e un galateo che fa parte della loro tradizione. Le bambine non imparano a leggere e scrivere e ne consegue l’abbandono della scuola tradizionale e l’analfabetismo. Quando escono spesso non voglio tornare a istruirsi perché vengono considerate pronte per il matrimonio”. 

L’infibulazione è una tradizione antichissima che risale all’epoca faraonica e pre-islamica, è trasversale e non ha origini religiose. La mutilazione viene considerate una sigillo di verginità per la donna, che annulla il suo organo del piacere sessuale in modo che sia sottomessa e si trasformi in una compagna fedele. Ogni gruppo etnico ammanta successivamente questa atto da un significato differente. In generale, se la donna ha gli organi genitali esterni viene considerata impura, non troverà mai marito e sarà quindi fuori dal contesto sociale. In tante culture africane quando la donna si sposa, è il marito che dà la dote alla famiglia, una forma di sostentamento per tutti. 

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“Sono i genitori stessi che desiderano mandarle in queste scuole perché per loro è un prestigio sociale – sottolinea la regista – altrimenti vengono emarginate. I genitori pagano e si indebitano subito, considerando che la popolazione liberiana vive nella povertà. Le ragazze che rifiutano il rito formano un loro gruppo, dove si proteggono a vicenda in quanto sono minacciate dalla società Sande come oppositrici. Le bambine che provano a scappare invece vengono recuperate, riportate all’interno e sottoposte a punizioni corporali”. 

L’organizzazione Onu ha fatto il punto nel 2020 sul diritto alla salute sessuale e riproduttiva femminile in tutto il mondo e i dati rimangono ancora rilevanti: la percentuale di chi tra i 15 ai 49 anni ha subito la mutilazione varia da circa l’1% in Camerun e Uganda, al 87% in Gibuti, Egitto, Guinea e Mali. Non mancano casi in Iraq, Yemen e in alcuni Paesi asiatici come l’Indonesia, dove il dato si attesta intorno al 49%. 

Un dato interessante è ricordare il cambiamento avvenuto in uno dei Paesi dove il tasso di incremento della mutilazione è sempre stato attestato al 90%: il Sudan. “Nove bambine su dieci erano sottoposte alla mutilazione. Per i sudanesi è un’usanza che viene tramandata da famiglia a famiglia – racconta la giornalista Antonella Napoli -, è un rito che viene celebrato e ci si ritrova a casa per farlo, quindi in situazioni non igienico-sanitarie ideali. Sono donne anziane che lo praticano e le bambine vengono vestite a festa, con abiti bianchi prima di essere sottoposte con la forza all’intervento”. Dal 22 aprile 2020 il consiglio dei ministri ha vietato la pratica della mutilazione e chi cerca di praticarla all’interno di un istituto medico o altrove rischia tre anni di reclusione e una multa. Uno sforzo decennale che cerca di abbattere un fenomeno che si insinua nella visione sociale già compromessa, come ricorda sempre l’africanista: “La donna in Sudan è sempre stata considerata subordinata all’uomo, una figura con diritti nulli. Per esempio non poteva viaggiare senza un componente maschio della famiglia e aveva molte restrizioni anche nell’abbigliamento; rischiava anche 40 frustrate per aver indossato dei pantaloni o un abbigliamento non consono alla tradizione”. 

Per quanto riguarda l’Europa, in Inghilterra e Galles a partire dal 2015 si pensa che 137.000 ragazze siano state sottoposte a mutilazioni genitali femminili e guardando in particolare all’Italia, un’indagine dell’Università Milano Bicocca ha sottolineato come sia presente il fenomeno con 85-90 mila donne che hanno subito la mutilazione, di cui 5-7 mila minorenni, con Nigeria ed Egitto come maggiori tributarie. Oggi a rischio sono circa 5 mila.

La giornalista Stefania Ragusa ci ha parlato della sua esperienza del rito nel nostro Paese: “Anche qui ci sono casi di bambini che vengono ‘operate’. Nonostante la legge presente in Italia dal 2006, molte volte la mutilazione viene operata in casa clandestinamente e la cultura rimane, con dei soggetti che si incaricano di farlo. Per loro è meno rischioso se l’operazione viene fatta nel loro paese perché possono essere meno intercettati. Le migrazioni hanno intensificato ancora di più il fenomeno, vista anche la grande comunità somala presente in Italia”. 

Ma non solo: il Coronavirus ha accentuato ancora di più l’incremento delle dinamiche e ha bloccato gli interventi per far rispettare la legge. In un momento di emergenza, legato al confinamento, tutto diventa ancora più problematico: le scuole sono chiuse e le opere degli attivisti si sono spostate altrove. Ovunque rimane il problema anche dello stigma sociale affibbiato alle donne che non si sono volute sottoporre alla mutilazione. Vengono allontanate e questo è un tratto che non si può cambiare a livello legislativo, ma a livello culturale. Per di più le ragazze si trovano a perdere le loro famiglie a causa della loro ribellione e l’infibulazione si trasforma in un’arma a doppio taglio, che non lascia scampo alla socialità delle persone.

(qui il link alla proiezione del documentario “La scuola nella foresta” di Emanuela Zuccalà, in programma per oggi giovedì 4 febbraio: https://www.openddb.it/film/la-scuola-nella-foresta/)