THE ONLY PROOF HE NEEDED FOR THE EXISTENCE OF GOD WAS MUSIC

Vonnegut avrebbe desiderato che questa frase divenisse il suo epitaffio. Lui, ateo, americano, sopravvissuto al bombardamento di Dresda e agli orrori di una guerra vinta, è diventato uno dei simboli della controcultura e di quella generazione contraria a un nuovo conflitto. La musica come l’unica prova tangibile dell’esistenza di Dio, ma anche una speranza e un conforto per soldati e civili in tempo di guerra. «La musica ci ha unito, prima come forma di cameratismo, poi come l’unico modo indolore, per noi veterani, di restare in contatto».

Copertina - VietnamDoug Bradley nel 1970, appena laureato, si è trovato a dover scegliere tra tre strade: l’arruolamento, la prigione per diserzione o la fuga in Canada. Oggi ama dire di aver tentato la fortuna decidendo di partire per il Vietnam. E  fortunato lo è stato in effetti, dato che non ha mai preso in mano un fucile, ed è invece finito a scrivere report per l’esercito. La musica lo ha accompagnato per tutto quel periodo, tanto che ne è nato We Gotta Get Out of This Place: The Soundtrack of the Vietnam War, considerato da Rolling Stone  il miglior libro musicale del 2015. «Io e il mio amico Craig Werner abbiamo iniziato a lavorare con gli altri veterani fin dal nostro ritorno a casa. C’erano molti ragazzi che non riuscivano ancora a raccontarsi. Non potevi chiedere loro: “Hai ucciso qualcuno? Com’è stato?”. Così abbiamo iniziato domandando loro: “Quale era la tua canzone preferita?”. Abbiamo ottenuto risposte incredibili.
Di colpo riuscivano a parlare attraverso i brani che avevano ascoltato: la musica era stata talmente presente da diventare l’unico modo indolore per descrivere ciò che era accaduto».

Per i ragazzi americani degli anni Sessanta e Settanta il ritorno dal Vietnam fu persino peggiore della partenza: ad attenderli non ci furono parate o omaggi, ma denigrazione da entrambi i fronti. Da un lato c’era chi li accusava di aver partecipato ad un massacro di innocenti, dall’altro chi li considerava dei perdenti e un motivo di disonore per il glorioso esercito statunitense. Oggi in Ucraina la situazione è molto diversa: si combatte per la resistenza e la sopravvivenza del proprio Paese.

«Quando la guerra è iniziata un anno fa mi sono arruolato nel battaglione, mentre gli altri membri della mia band si sono uniti ai volontari civili, raccogliendo soldi e oggetti utili per l’esercito. Nessuno di noi ha mai abbandonato Kiev» racconta Taras Topolia, frontman degli Antytila, gruppo rock ucraino divenuto famoso in tutto il mondo dopo aver girato vari videoclip dal fronte, come quello dell’ultimo singolo Fortezza Bakhmut. È questa la principale differenza tra presente e passato: negli Stati Uniti la musica era schierata contro l’intervento armato, in Ucraina è il collante della resistenza.

«C’è bisogno di nuove canzoni coraggiose, che spingano a lottare, resistere, che alzino il morale e diano energia alle truppe. Il Paese ha bisogno di queste canzoni». D’altronde, fin dall’antichità, una delle funzioni primordiali della musica è stata quella di guida spirituale degli eserciti: le percussioni e gli ottoni scandivano il ritmo delle marce e segnalavano ogni azione militare. In Vietnam la musica costituiva un rifugio confortante e un paradosso. I veterani come Doug ascoltavano tutti le stesse canzoni, brani che erano contro la guerra che loro stessi si trovavano a combattere.

«Io ero un fan della Motown, mi piacevano James Brown, Otis Redding. Entrando nell’esercito ho iniziato ad ascoltare nuova musica come Janis Joplin, i Doors e Jimi Hendrix. Per esempio, prima del Vietnam, non conoscevo molto bene il country, certo, sapevo chi era Johnny Cash, ma non lo ascoltavo. Andando in guerra sono stato introdotto al genere. Ascoltavo musica ogni giorno in vari modi: stereo, cassette, deck di bobine, persino cover band vietnamite, coreane, giapponesi e filippine».

La preferita di Doug è We gotta get out of this place degli Animals che ha dato il titolo al suo libro: una canzone che non ha nulla a che fare con la guerra del Vietnam, ma che attraverso il testo dava corpo al desiderio comune dei soldati. Tornare a casa sani e salvi. Il ruolo della musica per i veterani – molti di essi alle prese con il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), all’epoca ancora non diagnosticato – è stato fondamentale soprattutto a guerra conclusa. La playlist condivisa, come la definisce Doug, per otto anni è stata il tema centrale del suo corso universitario nel Wisconsin.

«Durante le lezioni abbiamo avuto come ospiti i veterani dell’Iraq e dell’Afghanistan: hanno raccontato che ascoltavano musica con gli auricolari, ognuno con la propria tracklist. Non avevano una colonna sonora condivisa. Erano soliti indossare quelle cuffie con su gli AC/DC, o qualcosa di stimolante, e andavano su di giri. La musica può far scorrere l’adrenalina, ma può anche calmarti e confortarti. Per noi ex soldati del Vietnam la musica è stato un modo per abbattere le barriere e creare una comunità. Senza la musica, credo che avrei perso la testa».

Quando parla di barriere Doug fa riferimento anche a quelle razziali: la guerra del Vietnam è stata infatti la prima, dopo la breve parentesi coreana, a consentire l’arruolamento dei soldati neri. Gli afroamericani si unirono anche con la speranza di poter acquisire quei diritti ancora negati, la guerra era un’occasione per renderli legittimi. La loro posizione divenne persino più complicata nel 1969: dopo l’assassinio di Martin Luther King molti di loro iniziarono ad ammutinarsi. «C’era già molta musica che esprimeva il mio stato d’animo, canzoni di protesta come Masters of War di Bob Dylan e Universal Soldier di Buffy Sainte-Marie; proprio quando mi sono arruolato venne pubblicata Ohio da Crosby, Stills e Nash. Tuttavia, una delle canzoni che riuscì a descrivere meglio la mia condizione e quella dei miei compagni fu What’s Going On di Marvin Gaye che raccontava l’esperienza di suo fratello in Vietnam».

In Ucraina oggi sembrano regnare il suono degli allarmi anti bomba, gli acuti delle sirene e il rumore dei proiettili. Risulta complicato immaginare dei soldati con lo stereo in spalla o con le cuffie alle orecchie. Eppure, come sostengono gli Antytila, con le note si può cambiare il mondo: la loro storia ha attirato l’attenzione di Ed Sheeran con cui hanno registrato una versione alternativa del singolo 2Step. «Quando abbiamo saputo che una Fondazione di beneficenza in Gran Bretagna aveva organizzato un concerto per aiutare l’Ucraina a Birmingham, abbiamo deciso di rispondere loro con un video e un messaggio forte, perché essendo musicisti non potevamo suonare con il rumore dei bombardamenti».

Ancora una volta la musica ha unito due mondi distanti, quindi può realmente cambiare il mondo o questa è soltanto un’utopia? Taras risponde: «La musica ti fa venire la pelle d’oca e cambia l’anima delle persone. Quando certe canzoni si ascoltano in un determinato periodo della propria vita, fanno parte di noi e della nostra memoria. Quello stesso brano che cantiamo oggi, un giorno ci ricorderà che cosa stava accadendo in Ucraina. Racconteremo la guerra ai nostri figli attraverso queste canzoni. Descriveremo loro come abbiamo lottato e come abbiamo vinto ascoltando questi brani. Ecco perché la musica è così importante».

Doug sorride, si accarezza i capelli con la mano e si affida a quello che lui definisce “pragmatismo da 76enne”. «È passato un anno dall’inizio della guerra in Ucraina. Spero che ci siano delle canzoni che i soldati e i civili possano condividere, che li colleghino e li confortino. Penso che la musica sia uno dei più grandi strumenti, che ci rende umani. La musica è una bella poesia per una nazione malata. Mi auguro veramente che nei loro momenti di sconforto e difficoltà, ci sia una canzone o una voce o una melodia che li aiuti a superare questo orrendo evento che sono costretti a vivere. Non so se c’è qualcosa di meglio della musica per risolvere la condizione umana».