Millo, al secolo Francesco Camillo Giorgino, è nato a Mesagne, un paesino vicino Brindisi, ma vive da tempo a Pescara, dove ha studiato architettura. Millo si è fatto conoscere molto presto nel mondo dell’arte urbana dopo la vittoria del concorso internazionale B.ART, grazie alla quale ha potuto dare una nuova vita agli edifici di Barriera di Milano, un noto quartiere popolare di Torino. I suoi murales richiamano un’atmosfera onirica e poetica in bianco e nero, un mondo popolato da bambini circondati da un infinito tessuto urbano. Oggi Millo è un artista apprezzato e richiesto in tutta Europa e nel mondo.

Le tue opere sono riconoscibili al primo sguardo: ampie figure, tratti decisi, pochissimi colori e uno stile a volte un po’ naïf, che deve molto all’arte del fumetto e dell’illustrazione. Chi sono gli artisti da cui hai tratto più ispirazione?
Prendo ispirazione un po’ da tutto. Ho sempre amato lo stile di certi artisti e fumettisti giapponesi, soprattutto il loro modo di rappresentare le figure e i bambini. Durante gli anni dell’Università ho scoperto Junya Ishigami, un architetto visionario e molto originale che è stato fondamentale per il mio stile e per l’atmosfera delle mie immagini. Poi devo molto al fumetto statunitense, soprattutto per l’uso del bianco e nero; cito spesso Raymond Pettibon, l’autore della famosa copertina dell’abum Goo dei Sonic Youth. Infine, l’immenso Keith Haring, per il suo tratto e la sua capacità di mettere inieme elementi semplici in composizioni molto articolate.

Una volta hai dichiarato «i miei personaggi rappresentano la parte più pura di me». Perché rappresenti quasi sempre dei bambini?
Perché il bambino è appunto la parte più pura e buona dell’uomo, che nessun adulto dovrebbe mai dimenticare. I bambini si accontentano di tutto, non hanno pregiudizi, sanno trovare la felicità con poco anche in situazioni difficili. Ma sono anche molto fragili e hanno bisogno di essere protetti. Con le mie opere voglio comunicare agli adulti, voglio trasmettere il messaggio che bisogna impegnarsi per lasciare loro un mondo più vivibile, meno disonesto.

Il tuo lavoro sinora più ambizioso è stato quello che hai realizzato a Torino, nel quartiere Barriera di Milano, grazie alla vittoria del concorso B.ART. Puoi raccontarci come hai concepito e realizzato questo lavoro di proporzioni monumentali?
É stata una vera impresa. Prima di allora avevo dipinto tre, quattro muri di grandi dimensioni, ma non mi ero mai cimentato in un progetto così ampio. Non mi aspettavo di vincere quel concorso e quando me lo comunicarono rimasi un po’ di stucco. Ero felice, ma confesso di aver avuto un po’ di paura di non potercela fare. Dovevo dipingere tredici grandi facciate di palazzi in appena due mesi. Sono stati giorni molto duri: uscivo di casa la mattina presto e tornavo la sera, con l’unico desiderio di fiondarmi a letto. Durante il mio lavoro ero a contatto quotidiano con gli abitanti del quartiere, uno dei più popolari e poveri di Torino. Dall’alto dei muri su cui dipingevo avevo modo di osservare quello che mi capitava attorno: le donne che andavano a fare la spesa, i negozianti, gli scolari. Ma anche barboni che rovistavano nella spazzatura, il pizzaiolo marocchino di fronte, gli spacciatori che spuntavano fuori la sera. Dalla mia posizione privilegiata ho conosciuto un microcosmo multietnico, pieno di problemi e contraddizioni, ma anche di persone di buon cuore, che spesso si fermavano a vedermi dipingere e mi mandavano segnali di incoraggiamento. Prima dell’inizio dei lavori ci sono state alcune polemiche, abbiamo dovuto organizzare qualche incontro per cercare di chiarire con i più scettici. Alla fine, però, sono stati quasi tutti soddisfatti; i più entusiasti erano i bambini, gli studenti della scuola in cui ho dipinto un muro. Alla fine del lavoro, durante l’inaugurazione, non riuscivo nemmeno a credere di essere riuscito a realizzare tutto in così poco tempo. É un’esperienza che mi ha insegnato molto in termini di impegno e sacrificio.

Quanto credi nel ruolo dei murales e della street art nella riqualificazione dei quartieri più popolari e degradati?
Senza dubbio delle immagini positive e giocose al posto di muri grigi e anonimi possono cambiare radicalmente l’aspetto di una zona e migliorare l’umore di chi la vive nel quotidiano. Nelle aree popolari le persone quasi sempre apprezzano di più il tuo lavoro, si interessano, fanno domande. Nelle zone più ricche anche un murales oggi è considerato una sorta di lusso, qualcosa di molto meno sentito. É ovvio però che la riqualificazione deve partire innanzitutto da altri fattori più concreti: non basta abbellire le facciate per cambiare la vita dei suoi abitanti.

Lo scorso aprile hai realizzato due murales molto apprezzati in via Morosini, a Milano. Cos’hai voluto rappresentare?
Un tempo quella zona era una discarica, ma poi è stata abbandonata e per anni ci andavano a dormire i barboni. Pochi mesi fa è stata oggetto di un bel progetto di pulizia e di ricostruzione, con la creazione del Giardino delle Culture e la promozione di iniziative come concerti e spettacoli teatrali. Mi hanno chiamato all’inizio per dipingere solo una facciata, dove in pochi giorni ho rappresentato una sorta di bambino-rabdomante alla ricerca di un cuore nel bel mezzo di una città. Poco tempo dopo sono stato chiamato per fare un altro murales nella facciata del palazzo adiacente. Ho cercato di collegare l’immagine a quella precedente, rappresentando una bambina che sparava un cuore con una gigantesca fionda legata a due grattacieli. I sentimenti dei bambini sono sempre sinceri e incondizionati, ma i due cuori possono rappresentare anche i primi amori tipici degli adolescenti, segnati dall’insicurezza e dall’inquietudine che tutti noi abbiamo provato.

Com’è cambiata la tua vita da quando sei un artista affermato?
D’estate sono un nomade. Viaggio per fare lavori in tutta Europa e in tutto il mondo, anche in città di cui non sapevo nemmeno l’esistenza e che da turista non avrei mai visitato. É una vita faticosa, parti quasi sempre da solo e stai lontano da casa anche per lungo tempo; però si ha anche l’occasione di visitare luoghi nuovi e di conoscere un sacco di persone e artisti internazionali. Durante il freddo invece rimango in studio a dipingere e conduco una vita un po’ più ‘normale’…

Hai lavorato e partecipato in numerosi festival in Europa e in tutto il mondo. Secondo la tua esperienza, pensi che l’Italia sia ancora indietro in termini di apprezzamento dell’arte urbana, anche da parte delle amministrazioni?
In realtà non ho riscontrato grandi differenze, in questo senso, tra l’Italia e gli altri paesi in cui ho lavorato. L’arte urbana in generale è un fenomeno totalmente riconosciuto anche da noi. Non solo nelle grandi metropoli, ma anche nelle città e nei paesi più piccoli e periferici. Molti giovani artisti, dopo aver studiato in città, sono tornati nei loro paesi d’origine – un po’ per scelta, un po’ per carenza di soldi – e hanno dato vita a realtà culturali molto interessanti; un esempio è il Festival di Ragusa, al quale ho partecipato poco tempo fa. C’è un ritrovato legame con il proprio territorio, insomma, uno dei pochi effetti buoni della crisi.

Qual è il tuo personale rapporto con la città di Milano? Credi che possa essere ancora considerato il centro creativo e artistico italiano?
Non conosco benissimo Milano, ma dal punto di vista della street art è uno dei centri più grandi in Italia, pieno di artisti eccellenti e di belle iniziative.

Puoi raccontarci un’opera recente che hai realizzato, e che per quale motivo hai particolarmente a cuore?
Senza dubbio il murales che ho fatto a Vilnius, in Lituania. Sono stato molto soddisfatto per come ho sfruttato l’architettura dell’edificio: ho inserito le numerose finestre esistenti nella mia composizione, disegnando degli uccelli che uscivano come da delle gabbie. L’idea mi è venuta perché in quella strada c’erano tantissimi piccioni che svolazzavano e si posavano sui tetti.

A cosa stai lavorando attualmente e quali sono i tuoi progetti futuri?
Ora parto per la Bielorussa, per realizzare il mio ultimo murales del 2015. Spero di non patire troppo il freddo: ho visto che a Minsk la temperatura raggiunge i sei gradi sotto zero la sera! Poi passerò l’inverno a realizzare alcune tele per una mia mostra personale che si terrà a Parigi tra febbraio e marzo 2016.

Che consigli daresti a un giovane che vorrebbe intraprendere il tuo ‘mestiere’?
Bisogna partire con umiltà, trovare il proprio stile. Iniziare a dipingere su cose di piccole dimensioni e vedere come viene. Studiare le opere dei più grandi artisti, studiare il metodo di lavoro dei colleghi, fino a trovare un linguaggio personale. Il bello della street art è che non ci sono scuole, regole: ogni artista può sbizzarrirsi, fare quello che gli pare. Vihls crea opere con la dinamite: non credo che la sua tecnica potrà mai essere insegnata in un’accademia…

«La bellezza salverà il mondo», affermava il principe Miškin ne L’Idiota di Dostoevskij. Sei d’accordo con questa frase?
Sì, anche se è quasi un’utopia. Chi è molto sensibile vede la bellezza anche in una busta di plastica che svolazza, per ricordare American Beauty. E poi c’è chi proprio non la riconosce, quelli che dicono che una figura di Picasso è brutta perché ha un occhio in alto e uno in basso. Serve un’educazione alla vera bellezza, ai suoi infiniti modi di manifestarsi ed esprimersi al di là dell’estetica superficiale. In Italia ciò è molto difficile, negli ultimi anni: purtroppo il pensiero dominante ignora la cultura, la creatività, il bello dell’essere diversi; una certa classe politica e programmi tv come il Grande Fratello hanno contribuito a diseducare generazioni nel perseguimento della banalità e di modelli sbagliati. In questo senso, quello della street art è un fenomeno che si ribella a queste logiche: scoraggia dall’isolamento davanti a uno schermo, ma si rivolge a tutti e invita alla creatività positiva, alla partecipazione.

Qual è stato l’ultimo libro che hai letto, l’ultimo film visto, l’ultima canzone che hai ascoltato?
L’ultimo film è stato Inside Out della Pixar. Sto leggendo una biografia di Keith Haring, ma mi sono fermato a metà, ormai da un bel po’. In macchina ho un album degli Alice In Chains.