Dal mezzanino della Stazione Centrale di Milano, dove dal 2013 migliaia di migranti in maggioranza siriani ed eritrei sono transitati dal Sud Italia nella speranza di arrivare nei paesi del Nord Europa, si sono aperti nuovi spiragli sull’accoglienza dei profughi. A breve distanza, attentati come quello del 13 novembre a Parigi hanno gettato nuove ombre sui rischi per la sicurezza che questi flussi di persone potrebbero generare.

Questo tema è stato affrontato nell’incontro L’Europa e le città della buona accoglienza organizzato dalla Associazione Umberto Ambrosoli a Milano. Un flessibile percorso deduttivo che porta dal generale al particolare, dalle politiche europee, per approdare a quelle messe dagli enti locali, con il caso di Milano in prima fila.

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Gianni Pittellla, Presidente S&D al Parlmento Europeo

Solidarietà e paura sono i due principi cardine, cui si affiancano in modo quasi naturale “richiesta di asilo” e “sicurezza”. Parole e concetti che stridono quando accostati, ma che per alcuni, non solo possono, ma devono stare vicini.

Lo sostiene Gianni Pittella, Presidente del gruppo Socialists&Democrats al Parlamento europeo, quando afferma che «è necessario rivolgersi ai migranti con la cultura dell’accoglienza e ottenere una maggior comprensione di fattori sociali per la risoluzione di realtà specifiche, come segregazione e ‘seconde generazioni’, tra i quali è più facile che si alimentino focolai di fanatismo. Esistono due vedute politiche differenti e antitetiche sulla “migrazione”: una, da sempre molto chiara, è quella del filo spinato e delle frontiere chiuse. L’altra, quella della solidarietà, è spesso una voce sussurrata, sempre sul punto di ammutolirsi quasi del tutto non appena un episodio di violenza rimescola le carte in tavola».

Oltre al più ampio scontro tra favorevoli e contrari, la questione apre anche fronti interni: «L’accoglienza non sempre è all’altezza del servizio che dovrebbe fornire» chiarisce Filippo Miraglia, Vicepresidente nazionale di Arci. «Oggi le città hanno poco controllo su queste tematiche. Tendono, anzi, a subirle: molto spesso, la situazione è in mano alla rete prefettizia, più che alle reti di solidarietà di associazioni e cooperative. Lo stato emergenziale del fenomeno migratorio, inoltre, fa sì che i bandi ministeriali per la prima accoglienza vengano spesso vinti da strutture assolutamente non qualificate, spesso interessate unicamente agli sgravi fiscali. Tutta la procedura è di fatto in mano al Ministero dell’Interno, cosa che non lascia spazio di manovra ai singoli comuni, che potrebbero agire secondo necessità specifiche».

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Seble Woldeghiorghis, collaboratrice dell’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Milano

Tuttavia, buoni esempi esistono. A parlare del caso Milano è Seble Woldeghiorghis, bolognese di origini eritree ed etiopi, collaboratrice dell’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune. «L’accoglienza può generare paura – afferma – e proprio per questo ci vuole coraggio. La nostra città, con l’esperienza del mezzanino della Stazione Centrale, l’ha dimostrato. Non solo attraverso le sue istituzioni, ma con l’aiuto pratico della cittadinanza, disposta a mettere a disposizione tempo e risorse, senza che venisse lanciato alcun appello».

Le considerazioni finali sono affidate alla voce di Elly Schlein, giovane europarlamentare del gruppo S&D: «Il regolamento di Dublino è pura ipocrisia: chi arriva in uno stato membro, ha l’obbligo di fare richiesta d’asilo in quel Paese ma è ovvio che, in questo modo, Spagna, Italia, Grecia e Francia si sobbarchino il peso maggiore dei flussi migratori. L’accordo che regola le competenze nei casi di richiesta d’asilo deve essere superato con la creazione dello status giuridico di ‘rifugiato europeo’, che permetta a chi ottenuto protezione in un Paese dell’Ue, di scegliere dove andare a vivere. Non possiamo prescindere dal creare vie d’accesso legali all’Europa».