Cercando su Google Guido Viale, il primo risultato che viene fuori è una sua frase. Un monito quasi banale ma che sarebbe bene tenere presente nei prossimi mesi, quasi alla stregua di un mantra:“Non dobbiamo tornare alla normalità perché la normalità era il problema”. Viale è un uomo dalla storia personale non banale: ha vissuto diverse vite, passando dall’occupare le università nel ’68 a combattere la più importante battaglia del nostro tempo, quella che c’era e che resterà anche dopo il Coronavirus: la sostenibilità ambientale. Con gli anni, probabilmente le rivoluzioni si fanno più silenziosamente ma non per questo sono più facili da compiere.

Oggi, in nome di quella battaglia,Viale si occupa di consulenza per le aziende e cerca di coinvolgerle nell’inseguimento del cambiamento. Un concetto che, a sentire lui, è molto meno fumoso e teorico di quanto si potrebbe pensare perché cambiare è necessario. Sarebbe sbagliato pensare che per uscire dall’emergenza basti rincorrere la vecchia normalità. “Non bisogna accontentarsi di tornare al “prima”, bisogna lavorare da subito per creare un mondo migliore”. Ma come si fa? Cosa vuol dire non tornare a “prima”?

In un saggio del 1919 Freud parlava di Unheimlich, un sentimento che mescola qualcosa di familiare (Heimlich appunto) ma pure sconosciuto e pertanto temibile e spaventoso. Tra i mostri del “prima” uno ha una faccia familiare ma rappresenta anche un pericolo di cui non sembra di aver compreso mai totalmente la portata:l’inquinamento atmosferico. “Quest’ultimo – dice l’economista – forse non sarà stato il principale vettore del virus ma, pregiudicando le capacità respiratorie delle popolazioni più a esso esposte, facilita la diffusione e l’aggravamento della malattia. Non è un caso che i punti di maggior diffusione del virus siano i luoghi più inquinati nel pianeta: la Lombardia, Wuhan, la Renania, lo stato di New York”.

Per l’economista Guido Viale, la parola d’ordine è “cambiamento”: di mentalità, produzione, consumo. Iniziando ad erodere dal vocabolario due concetti insostenibili: “crescita” e “neoliberismo”

Secondo Viale, poi, la sobrietà forzata a cui siamo stati sottoposti a causa della quarantena, rappresenta la più grande incognita nella previsione delle strategie di consumo. E le aziende dovranno farci i conti.“Ci sono settori che sono sicuramente destinati a ridursi drasticamente, come l’automotive e l’industria aeronautica. Per un po’ di anni non si rialzeranno e forse non si riprenderanno mai. A dispetto di quanto possa apparire, questa è una cosa comica e tragica insieme, soprattutto se si pensa al fatto che questi settori sono quelli che beneficeranno dei maggiori aiuti statali per sostenere l’industria, pur non avendo possibilità di una vera ripresa”. E appartengono proprio a quel “prima” che non dovremmo inseguire.

Probabilmente, il più grande errore commesso dopo la crisi del 2008 è stato quello di tentare di recuperare i posti di lavoro persi e non cercare di inventarne di nuovi, sfruttando l’assist che l’innovazione sostenibile forniva già da allora. Oggi, uno studio di Oxford appena pubblicato, sottolinea che l’unica ripresa possibile per le aziende e per gli Stati passa proprio di lì. “Il problema – dice Viale – è che la conversione ecologica passa attraverso una semplificazione dei processi, e quando in gioco ci sono grandi gruppi come FCA l’analisi sembra più difficile. A monte esiste tutta una filiera di fornitori di semilavorati e materie prime. A valle, invece, c’è tutto un altro mondo che non comprende solo chi porta i beni sul mercato (i concessionari ndr), ma pure tutto quello che attorno a questo macro-settore è stato costruito: il turismo, la mobilità urbana, persino le corse automobilistiche”.Viale sottolinea che questo è un processo che può essere affrontato solo con l’aiuto di un’autorità politica, perché, a suo dire, in mancanza di una regia che lavora per mettere insieme la filiera in maniera differente, “una singola azienda può fare alla fine poco. Certo quel poco sarebbe comunque di più di ciò che si fa attualmente”.

L’esempio più evidente, in questo caso, riguarda il trasporto pubblico. Oggi, a Milano, autobus e mezzi pubblici viaggiano con una capacità dimezzata per far rispettare il distanziamento fisico. Quasi certamente, quando si tornerà a una nuova normalità ci sarà bisogno di nuovi autobus per aumentare la capacità del trasporto pubblico “ma in Italia non c’è una singola fabbrica che produca autobus”.C’è da chiedersi allora se un’industria automobilistica che sostanzialmente lavora con tecnologie fondamentali di questa attività possa agire cambiando le sue priorità, e magari lo faccia utilizzando l’innovazione tecnologica in favore della sostenibilità ambientale. E come si sta scoprendo questi giorni, per una volta i fondi non mancherebbero.

Lungo la sua carriera, Viale non si è mai risparmiato critiche nei confronti delle task force. Quelle di questi giorni, a suo parere, sarebbero gestite da persone con l’obiettivo finale di restaurare un’economia simile a quella precedente. “Tolti i medici – dice -, nessuno dei membri di queste task force ha la minima esperienza di studio o lavoro sulle potenzialità e i mezzi per avviare la conversione ecologica della produzione. Sono manager legati alle imprese e il loro obiettivo è che queste ultime vengano rimesse in piedi per produrre esattamente le stesse cose di prima”.Secondo lui, questo presuppone il fatto che nel giro di poco tempo queste riprendano tutto come se nulla fosse successo.

Allora, nel tentativo sbagliato di ricercare un colpevole, ci si chiede quasi se non siano le aziende stesse a non credere nella conversione sostenibile. Dopotutto, la “conversione ecologica” è un concetto che ha radici profonde, si tratta di un termine introdotto anni fa nel lessico socio-politico dal politico, scrittore e pacifista trentino Alex Langer, che con Viale ha in comune una parte del percorso. Ma in generale la necessità di porre una diversa attenzione all’ambiente è un qualcosa che chi è nato nei Novanta si sente ripetere almeno dalle scuole elementari. Perché non si concretizza? “Se – comincia Viale – negli ultimi due anni qualcosa si stava muovendo in direzione di una maggiore sostenibilità, questa crisi sembra stia tirando fuori un accanimento nel cercare di rimettere esattamente le cose esattamente uguali a quelle che erano prima. Pensiamo alla richiesta che di allentare i limiti alle emissioni delle automobili, o al finanziamento di Alitalia. Questo dimostra comela nostra classe dirigente, per un processo di selezione che ormai la caratterizza da una trentina d’anni, sia assolutamente incapace di concepire questo cambiamento e anche se lo concepisce in maniera astratta, non riesce poi a mettere in moto i procedimenti che lo possano rendere attuabile, perché ormai sono incastrati dentro un meccanismo di eterna riproduzione di ciò che sono e che non hanno il coraggio di aggredire. Il cambiamento è troppo al di là delle loro potenzialità”. Quella dell’economista sembra una provocazione: è necessario un cambio generazionale? Il sospetto è che forse non sarebbe neanche sufficiente.

“Fino a prima del Coronavirus ce n’erano anche gli elementi – afferma -. Pensiamo a Greta Thumberg, la rappresentante di una generazione che si sta muovendo. Il movimento Fridays For Future è cresciuto in maniera vorticosa, lo sciopero del 24 aprile che non si è potuto svolgere, secondo me avrebbe raccolto decine di milioni persone in tutto il mondo.C’è nelle nuove generazioni l’intelligenza e la capacità di concepire un modo diverso di operare e di pensare, di riflettere e investire sulla mente e non sulla materia”. “È bene dirlo – continua -: questa potrebbe essere una generazione senza futuro, ma ha la consapevolezza che bisogna assolutamente cambiare. Prendiamo ad esempio il disprezzo che c’è rispetto al mondo dell’automobile. Nessuno ci vuole salire sopra, tutti la considerano una minaccia, mentre nelle vecchie generazioni non c’era vita senza automobile. Per cambiare completamente il sistema di mobilità bisogna che le persone abbiano questo cambiamento dentro la loro testa”.

Qualche anno fa, nel suo libro Slessico Familiare Viale provava a dare nuove interpretazioni e prospettive a parole che venivano fraintese troppo spesso e meritavano quindi di essere ripensate. Oggi, secondo lui, quel tentativo di ridare un senso a termini di uso corrente, assume una valenza maggiore. “Quello fu il mio modestissimo tentativo per entrare in quella promozione del cambiamento – dice sorridendo -.Oltre alle energie rinnovabili, al recupero degli scarti del consumo, occorre cambiare la mentalità, e questa cambia dopo un mutamento del linguaggio e del senso stesso che si dà alle parole che utilizziamo”.

Il cortocircuito appare chiaro quando si analizza l’utilizzo che si fa oggi diespressioni come “neoliberismo”. Esso ha finito in realtà per indicare un sistema che: “non è affatto nuovo. Anzi risulta vecchio e stantio come il capitalismo. Soprattutto non ha nulla di liberista, perché, come vediamo in questo periodo, è fatto di sostegno dello Stato e appropriazione di ciò che è privato. Questa idea di neoliberismo non è solo un guscio vuoto, anzi. Rappresenta l’esatto contrario di quello che la parola dovrebbe indicare”.

Una volta, un lettore del Manifesto, giornale per il quale Viale scriveva, lo criticò perché, a suo dire, il nostro aveva l’abitudine di proporre azioni che riguardavano il futuro abbastanza remoto e mai il presente. Secondo il lettore, la sua riconversione ecologica aveva senso solo se pensata in prospettiva. Quando glielo si ricorda, la risposta è lapidaria: “No,il futuro è adesso. C’è un principio fondamentale di cui discutere, e cioè che se noi non cambiamo l’oggi non si cambia neanche il domani. Non si può prospettare un mondo diverso per il futuro che non abbia agganci e basi solidi nel presente. E quindi, per tornare al Coronavirus e alla Fase 2, se non si pongono oggi le basi per un sistema produttivo sostenibile, di rapporti sociali e di cultura, qualsiasi risposta sul futuro non ha assolutamente nessun senso. O si riescono a realizzare delle cose oggi che rappresentano la premessa per una continuità in una direzione diversa da quella prospettata, oppure la direzione sarà sempre quella e il futuro sarà lacerato”.

Questa visione sembrerebbe scontrarsi con i freddi numeri di chi vuole limitarsi a un punto di vista strettamente economico: in questo sensosi devono fare i conti con stime catastrofiche, che prospettano una crisi nera, con un -12% di PIL in un anno e una recessione che farà male alla gente. Il benessere di oggi, di ieri, sarà solo un mero ricordo, se visto dalla prospettiva occidentale; un’utopia se visto con gli occhi di chi già oggi, in varie parti del mondo, non conosce ricchezza. La domanda quindi è: come si interviene in favore di queste questioni?

“Innanzituttoè necessario uscire dal paradigma della crescita. Finché i nostri politici e gli economisti continueranno a dire che l’unica soluzione ai problemi che oggi ci sono nel mondo è la crescita, l’aumento del PIL, evidentemente andiamo a verso il disastro. Vuol dire semplicemente maggiore accesso ai beni per una parte sempre più ristretta della popolazione, e regressione per tutti gli altri. Noi sappiamo che nel giro di 30 anni, se la crisi climatica progredirà ai livelli di adesso, ci saranno da 250 milioni a 1 miliardo di persone costrette a emigrare per problemi di insostenibilità delle loro condizioni di vita, e questa è regressione. Popolazioni che fino a 30 anni fa potevano vivere sul loro territorio, ora non potranno più farlo e questo per inseguire la crescita.

Ese il PIL mondiale si è quintuplicato nel corso di 40 anni, cosa potrebbe diventare con un tasso di crescita composto. Cosa dovrebbe diventare tra 70 anni? Qualcosa di 10 volte superiore a ciò che è adesso. Qualcosa di insostenibile”. Negli anni Trenta, il PIL era nato per essere una semplice stima dei redditi nazionali in un mondo in cui non esistevano indicatori abbastanza sofisticati per quantificare la ricchezza nazionale. I suoi limiti erano tuttavia già noti anche al suo stesso creatore, il Nobel Simon Kuznets. Se è vero, come sosteneva l’economista Joseph Stiglitz che “ciò che misuriamo influenza quello che facciamo e se misuriamo la cosa sbagliata, faremo la cosa sbagliata”, dobbiamo trovare nuove maniere per capire se stiamo davvero facendo passi avanti.