«Milano è una città ultramoderna capace di vivere accanto alla vecchia Milano: è diventata come tutte le grandi città del mondo, come Parigi, città antica che ha sempre avuto nel suo dna la capacità di accostare passato e futuro». Parola di Matteo Speroni, giornalista e scrittore, nato e cresciuto a Milano, abile descrittore di una città che definisce «meticcia».

 Per raccontare la sua Milano partirei da un quartiere, da quella via Padova che ha raccontato e descritto nei suoi libri e che spesso è stata al centro delle cronache. Ma come definirebbe la sua via Padova?

Io la definisco il “fiume Padova”, perché è un fiume di umanità in continuo movimento. Il mio romanzo I diavoli di via Padova è composto da un 70 per cento di verità e un 30 di fantasia: i personaggi sono quasi tutti reali tranne il protagonista, ma la situazione di via Padova è esattamente quella che ho visto e di cui sono stato testimone dal 2007 al 2010, anno della prima edizione del libro. Il romanzo racconta una serie di episodi realmente accaduti compressi in un tempo narrativo. La via Padova del libro però oggi non esiste già più, è già cambiata, i negozi sono stati sostituiti da altri, alcuni personaggi sono spariti, alcuni morti, altri scomparsi dall’orizzonte perché hanno proseguito il loro cammino.

Sul Corriere della Sera racconta e commenta da anni fatti di cronaca che avvengono in città. Come pensa sia cambiata Milano negli anni, cosa ha perso per strada e cosa ha trovato?

Secondo me Milano ha passato alcuni periodi difficili. Per un periodo è stata culturalmente grande, penso alla Brera degli anni ’60-‘70, con la sua musica, il cabaret, il teatro del dopoguerra, con il Piccolo di Strelher, Grassi e Fo, la città di Gaber e Jannacci. Milano ha poi attraversato, negli anni ‘90-2000, un periodo di sonno, con una profonda scarsità di movimenti culturali. Oggi vedo una rinascita, una nuova stagione positiva che prescinde da Expo. Milano è tornata ad essere la città illuminata in Italia, cuore di idee e movimenti, oltre che naturale motore economico. Un risveglio che nasce dallo spirito dei milanesi, ottimista e progressista, pragmatico: è una città che sta impattando con le migrazioni in modo positivo, che riesce a far circolare l’energia dei nuovi arrivi. Sono rari gli episodi di razzismo, confrontarsi con altre comunità è diventato normale. Spesso si parla di una città pericolosa per l’alto tasso di immigrazione, ma le statistiche dei fatti di sangue sono inferiori rispetto agli anni ’70, gli anni dei gangster come Vallanzasca e Turatello, roba tutta italiana.

In Brigate nonni (di cui uscirà prima di Natale una nuova edizione) racconta il futuro, un futuro in cui gli anziani si troveranno senza pensione e affronteranno la miseria. Ma come si immagina il futuro di Milano?

Penso che Milano abbia la struttura per diventare una grande città del mondo, non solo d’Italia. Con la sua lunga storia di cultura, arte commercio e tradizione, possiede la capacità di guardare al futuro in modo positivo. Dipenderà dai nuovi milanesi. Milanesi si diventa scriveva Castellaneta. Il milanese per sua natura è un meticcio evolutivo, è sia il vecchio signore del centro che il nuovo cittadino del Bangladesh o del Peru. Se la confronto con Roma, città avvitata in fatti torbidi del passato mai risolti, vedo come Milano affronti e risolva le contraddizioni. Un esempio chiaro di questa visione è il quartiere Isola, un quartiere con una storia popolare, la tradizione della malavita, le case di ringhiera, che con la trasformazione del centro direzionale si è trasformato, diventando esempio di convivenza tra passato e futuro.

Parlando di Milano oggi non possiamo non parlare di Expo. Cosa pensa dell’evento e cosa può lasciare a Milano?

Non ci sono ancora stato, ma mi sono fatto un’idea. Spero faranno scelte intelligenti e di lungo respiro sul futuro di quell’area, mi auguro un progetto culturale e ambientale importante che aggiunga un pezzo di città alla città. Per quanto riguarda Expo in sé, credo si sarebbe potuto accentuare l’aspetto di ricerca e il tema «Nutrire il pianeta» rispetto alla parte commerciale. Credo però che l’impatto sui visitatori lo abbia reso un evento trainante. L’aspetto più importante di Expo è la spinta che ha dato alla città. Anche se certi lavori non sono arrivati in tempo, l’idea del traguardo da raggiungere ha fatto muovere tante energie, dai trasporti ai cantieri, e non potrà che far bene alla Milano del futuro.