«Ho un’amica che, un po’ per gioco e un po’ sul serio, si definisce un “ramo secco della società”. Questa sua espressione mi ha sempre fatto molto riflettere, perché è così che spesso vengono considerate le donne che non hanno procreato». Per la scrittrice Donatella Di Pietrantonio la maternità è «una sorta di demone, di ossessione», che ne attraversa, come un filo costante e unificante, tutte le opere. Mia madre è un fiume, Bella mia, L’arminuta sono l’esito di un percorso letterario che, a partire dalla maternità del passato, diventa traccia del cammino sociale compiuto dalla femminilità nel corso del tempo.

«Ho raccontato le madri di un’Italia rurale, per cui una donna sposata e senza figli veniva vista come un’anomalia. Erano situazioni molto lontane dall’attualità e dalla consapevolezza a cui le donne di oggi sono arrivate di poter scegliere liberamente se essere o non essere madri». La sua riflessione sul significato profondo di questa condizione deriva dal suo sguardo di figlia che, nata all’inizio degli anni Sessanta, matura osservando una madre contadina abituata a conciliare la crescita dei figli alla gestione della casa e al duro lavoro dei campi. «In tutto questo il tempo che veniva a mancare era quello per me, al di là delle cure necessarie alla sopravvivenza: il tempo delle carezze, del gioco, del dialogo. Qualcosa che all’epoca dagli uomini era considerato tempo perso», racconta l’autrice.

«In tutto questo il tempo che veniva a mancare era quello per me, al di là delle cure necessarie alla sopravvivenza: il tempo delle carezze, del gioco, del dialogo. Qualcosa che all’epoca dagli uomini era considerato tempo perso». La scrittrice Donatella Di Pietrantonio spiega così l’origine della sua sensibilità per il tema della maternità.

Il mancato binomio donna-madre spesso non risponde alle logiche di una società tradizionale e patriarcale che lo legge come mancanza e traduce in dolore, inadeguatezza e paura per chi lo incarna. Il senso di colpa generato dalla non-maternità «è totalmente indotto: è una gabbia da cui bisogna uscire, per prima da chi vive quella condizione. Spesso non sono solo gli altri, infatti, ad istituire il nesso “non hai avuto figli, non sei madre, dunque sei una donna monca, fallita”, ma le donne stesse finiscono con l’aderire a quel pregiudizio e questo è ancora più grave».

«Penso che riuscire a conciliare oggi il ruolo di madre e donna emancipata sia molto faticoso, perché spesso manca una rete di supporto che permetta di mantenere gli altri ruoli. Un primo, imprescindibile passo deve essere quello del lavoro: garantito, non precario e paritario che consenta alla donna di tutelarsi ed essere davvero libera di fare le sue scelte».

Anche per Marina Corradi, editorialista di Avvenire, il lavoro continua a rappresentare una questione di rilevanza prioritaria: Eessere madri oggi è il più trascurato dei diritti. Una giovane donna che voglia lavorare e avere uno stipendio, ma al tempo stesso essere madre, si trova di fronte ad una scelta tacita e necessaria. In particolar modo nel privato ci sono notevoli difficoltà». Sono soprattutto le categorie più povere e meno garantite a risentire il peso del fattore economico, che costituisce oggi una delle principali cause di maternità mancata. In questo caso, «se è un prezzo pagato al lavoro, diventa un problema. Se c’è, invece, una decisione consapevole e sicura, non ci deve essere senso di colpa. Le donne devono potersi sentire libere nella loro scelta di avere figli, anche se, secondo me, avranno una vita più facile da un lato, ma meno ricca».

Per l’editorialista di Avvenire Marina Corradi «le donne devono potersi sentire libere nella loro scelta di avere figli, anche se, secondo me, avranno una vita più facile da un lato, ma meno ricca».

Spesso maternità e realizzazione individuale si pongono ad un bivio, che chiama la donna ad una scelta, anziché tratteggiare un unico sentiero intrecciato e conciliante. Per Corradi la possibilità di armonizzare le due cose dovrebbe essere garantita: «Non ha senso muovere appelli contro le culle vuote se poi negli asili nido di tutta Italia c’è una coda disperata e l’ingresso è precluso ad un Isee appena superiore. È necessario assicurare dei servizi, senza badare al reddito: fare figli è un bene per questo Paese, che di figli non ne ha più. Garantire una prestazione è un costo, ma anche estinguersi lo è».

Sulla Giornata Internazionalde della donna, Corradi è polemica: «Per tutta la vita ho rifiutato di scrivere dell’8 marzo. San Paolo ha detto che dopo non ci sarà più né uomo né donna; vivo questa condizione come provvisoria. La natura e la riproduzione sono una cosa meravigliosa, bellissima e necessaria, però io prima che donna mi sento essere umano e creatura di Dio. L’unico aspetto in cui il mio essere donna è pregnante è la bellezza, l’unicità e il dono di poter avere figli: quando i miei bambini erano piccoli stavo a casa con loro in questo giorno e quella era la mia vera festa».