Tra le donne, per le donne. Si potrebbe riassumere così la storia di Maryam Majd, fotoreporter iraniana che dedica la sua vita a quelle bambine, ragazze e adulte frenate da un sistema patriarcale teso a soffocare l’emancipazione femminile. Figura non sempre apprezzata dalle autorità di Teheran, ha passato gli ultimi tredici anni a fotografare donne di ogni nazionalità mentre fanno sport. Nei Paesi occidentali, dove ci sono meno discriminazioni sul piano culturale e legislativo, tutti possono giocare a calcio, pallavolo, basket e così via; in altri luoghi, queste attività vengono osteggiate – o comunque disapprovate – se è una donna a praticarle. E quindi, armata del suo fedele obiettivo, la 31enne gira il mondo da freelance per documentare come le atlete stiano combattendo gli stereotipi e le disparità di genere.

Majd lavora soprattutto in Paesi problematici come Iran e Afghanistan, dove se nasci donna diventa tutto più difficile: prima di dedicarti allo sport, la priorità è evitare lo stigma sociale, il giudizio dei familiari o, nei casi più gravi, il matrimonio precoce e forzato, le violenze domestiche e altre forme di abuso. Per contrastare queste realtà serve un intenso sforzo della comunità internazionale, ma ognuno nel suo piccolo può contribuire con i propri mezzi: ecco perché l’iraniana agisce non solo per vocazione, ma anche per denuncia e resistenza civile, a costo di finire in carcere.

Nel 2011, Majd è stata arrestata prima di raggiungere la Germania per il Mondiale femminile di calcioIl punto più alto dell’ostracismo di Teheran verso Majd è stato nel giugno 2011. Come riportato dal Guardian, l’allora 25enne era improvvisamente scomparsa poco prima di imbarcarsi su un volo diretto a Düsseldorf, in Germania, dove stava per iniziare il Campionato mondiale di calcio femminile. La reporter era stata invitata da Petra Landers, già calciatrice e campionessa della Nazionale tedesca, a seguire la competizione per ricavarne un book fotografico. Ma ciò non è mai accaduto: a magzine.it Majd racconta di essere stata prelevata e “rinchiusa in una prigione isolata”, dove le è stato chiesto cosa avesse “intenzione di fare o di mostrare” andando in Europa. Era chiara la loro preoccupazione: avevano il timore che raccontasse “le limitazioni per le donne in Iran”.

Diverse volte la reporter ha concretamente rischiato di non poter più lavorare nel suo Paese. Oltre alla censura delle sue fotografie da parte dei media ufficiali, i giornali riformisti con cui collaborava sono stati chiusi dalle autorità iraniane. È l’esempio di Etemad, foglio dell’omonimo partito di Mehdi Karrubi, la cui pubblicazione è stata temporaneamente sospesa dalla magistratura nell’agosto 2009, pochi giorni dopo le consultazioni presidenziali vinte da Mahmoud Ahmadinejad. L’accusa era quella di aver pubblicato la notizia – lanciata per primo da Karrubi – di presunti abusi sessuali compiuti in carcere sui partecipanti alle contestazioni post-elezioni. Destino simile per Zanan, mensile dedicato alle donne e alla loro battaglia per maggiori diritti: nel gennaio 2008 era stato bandito per ordine del presidente della Repubblica, perché stava “mettendo in pericolo la salute intellettuale, mentale e spirituale dei lettori”, e minacciava “la sicurezza psicologica della società”.

Osteggiati in patria dai potenti, i lavori di Majd sono comunque stati accolti in mostre ed esposizioni di livello internazionale: tra le altre, vanno citate A Day In The World del 2012 (definita “la più grande esibizione fotografica al mondo”, in cui le opere vengono proiettate su 85mila schermi in ventidue Paesi diversi), l’itinerante Unexposed dello stesso anno (che ha toccato Belgio, Grecia e Polonia) e l’Eyes On Main Street del 2014 (realizzata in North Carolina, negli Stati Uniti). Questi traguardi individuali non sono casuali: l’iraniana già godeva di grande considerazione tra i colleghi studenti dell’Islamic Azad University di Teheran, dove ha studiato Fotografia, e può anche vantare una passata In Afghanistan, per paura dei talebani, tante donne sono costrette ad allenarsi in palestre sottoterracollaborazione con il Washington Post. Eppure, al di là di ogni soddisfazione personale, Majd vuole soprattutto sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni delle donne in alcuni Paesi, affinché non vengano dimenticate.

L’iraniana ci spiega infatti di non aver “mai voluto diventare una fotografa di moda o un paparazzo, perché è importante mostrare agli altri ciò che non hanno mai visto”. O almeno raccontarlo: «Sono stata in Afghanistan un mese fa per seguire le elezioni parlamentari. Non era proprio il massimo: ovunque mi trovavo c’era un’esplosione. Ho visto persone uccise dai talebani». Ai fondamentalisti non piace nemmeno l’emancipazione femminile: «Tra i loro target ci sono quei luoghi dove le donne cercano di migliorare le loro capacità, il loro talento. Ecco perché tante afghane che amano lo sport sono costrette ad allenarsi nelle palestre sottoterra». Quando possono competere alla luce del sole, i pericoli comunque rimangono: all’interno della Nazionale di calcio femminile afghana “ci sono stati casi di abusi sessuali e violenze psicologiche da parte di alcuni uomini”, tra cui Keramuudin Karim, capo della Federcalcio locale, che dopo la denuncia è stato allontanato dalla Fifa. L’ex dirigente si è detto estraneo alle accuse.

Anche in Iran il rapporto tra sport e donne è travagliato: la fotoreporter ricorda ancora quando, “per la prima volta dopo quarant’anni dalla rivoluzione islamica del 1978, le donne sono entrate in uno stadio. In quell’occasione hanno assistito – insieme agli uomini e tramite maxischermo – al match tra Spagna e Portogallo del Campionato mondiale di calcio 2018, svoltosi in Russia”. Le due squadre iberiche facevano parte, con il Marocco, dello stesso girone dell’Iran. In quello storico 15 giugno anche Majd era presente all’Azadi Stadium di Teheran, ed è riuscita a racchiudere in alcune istantanee il comune stato di incredulità, a metà tra eccitamento e smarrimento: «Ho agito in maniera naturale, creando inizialmente buone relazioni con le persone intorno a me, in modo tale da essere accettata. Solo dopo ho scattato: la macchina fotografica non deve essere percepita Dopo quarant’anni dalla rivoluzione islamica, le donne iraniane nel 2018 sono entrate in uno stadio di calciocome un oggetto insolito o disturbante». Del resto, era troppo importante avere un ricordo concreto della serata: era dal 2004 che la reporter si batteva per permettere alle tifose di calcio iraniane di entrare in un impianto sportivo. E quelle ragazze sorridenti da lei fotografate non sapevano che la loro felicità, in piccola parte, era anche merito della persona loro vicina.