Ad un certo punto di Malcolm & Marie, il film-evento approdato su Netflix il 5 febbraio, il protagonista maschile fa partire la canzone di William Bell I Forgot to Be Your Lover (Ho dimenticato di essere il tuo amante). Nel pezzo, Bell si scusa per non aver fatto ciò che ci si aspetterebbe dal proprio partner: non ha dimostrato con piccoli gesti il proprio amore, non ha realizzato quanto l’altra persona avesse bisogno del suo supporto e ci ha messo probabilmente troppo a chiedere perdono per i suoi sbagli. La canzone risuona in una casa forse troppo grande, abbastanza per far sì che i due protagonisti della pellicola si sentano anche fisicamente distanti l’uno dall’altro dopo l’ennesimo litigio. In quel momento, è come se si racchiudesse il messaggio del film, tutto incentrato sulle relazioni oggi e sull’impossibilità di dargli la giusta importanza, in un mondo dove sembra sempre che la realizzazione personale e professionale sia la priorità assoluta.

Malcolm & Marie è la storia di una coppia afro-americana che, durante una lunga notte di liti e rappacificazioni, cerca di capire se l’amore c’è ancora o se è stato sostituito da un bisogno diverso che comunque impedisce la separazione. Il film del regista Sam Levinson ha un ritmo lento ma riesce a interessare anche un pubblico giovane, di solito poco abituato a lasciarsi coinvolgere da pellicole in bianco e nero dall’impianto teatrale. Ci riesce perché nel film si vedono i protagonisti litigare su aspetti normali di una relazione reale, come il ruolo che si dà al partner nella propria felicità. In Malcolm & Marie è come se il successo o il suo stesso inseguimento minasse il rapporto della coppia.

Lui, Malcolm, è un regista ossessionato dal riconoscimento della propria bravura: lo vediamo per la prima volta quando, appena tornato a casa, si bea del successo ottenuto alla prima della sua opera. La sua soddisfazione non è però completa, vorrebbe che tutti lo riconoscessero e adulassero nel modo che vuole lui. È chiaramente troppo pieno di sé e immaturo per avere una relazione sana, in cui l’altra persona non gli serva solo per assecondare il suo bisogno cronico di venire adulato. Si è di fronte a un borghese maniacalmente attento alle apparenze, desideroso di sembrare un artista impegnato e Marie gli è necessaria, perché si accontenta di stargli a fianco senza eccedere, lasciando che sia lui l’ago della bilancia nella coppia.

Viviamo in un mondo in cui l’insoddisfazione va superata e in cui bisogna accettare tutto senza farsi sommergere dall’ego, anche se a volta sembra amor proprio, fa notare ironicamente proprio Malcolm. Lo spettatore non lo vede mai in un contesto diverso da quello del rapporto con Marie. Quando si trova con lei, il protagonista maschile non le dà mai la giusta attenzione: il centro di ogni discorso è sempre lui e lei resta sullo sfondo, quasi rappresentasse un supporto scontato. Malcolm dimostra di avere il difetto di tutta la nostra generazione: perdiamo l’interesse per le persone quando diamo per assodato che queste ci tengono a noi, come dice Marie.

Quasi negli stessi giorni dell’uscita di Malcolm & Marie, è passato sugli schermi italiani Lei mi parla ancora, un film di Pupi Avati in cui l’anziano protagonista racconta una vita arricchita dal rapporto simbiotico con la moglie defunta. Visti a pochi giorni di distanza, appare palese la differenza tra l’amore infinito e tutto basato sul “noi” di Lei mi parla ancora e il rapporto squilibrato, tutto incentrato sull’individualismo, dei giovani Malcolm e Marie.

Marie si rende conto ed evidenzia tutte le mancanze di Malcolm, da lei dipinto a un certo punto come “l’uomo più bisognoso di attenzioni ma anche il meno geloso che abbia mai avuto”. Non è un paradosso: lui ha bisogno di lei solo come valvola di sfogo, come stampella quando le cose non vanno come dovrebbero. Non può fare a meno di lei ma non la ama forse come dice, almeno abbastanza per esserne geloso. Malcolm è dipendente da Marie quanto lei lo è da lui: “Vuoi il controllo perché non puoi immaginare il motivo per cui sono con te è perché ti amo”, la accusa Malcolm. La parte femminile del racconto è incarnata da una protagonista estremamente fragile, con un passato nel tunnel della droga che la rende incapace di staccarsi da un uomo che comunque abusa emotivamente di lei sfruttando le sue debolezze.

Marie non è però una martire, è difficile compatirla: il personaggio sembra una versione nera del cliché della Manic Pixie Dream Girl, quella ragazza senza una propria personalità che si lascia condurre dove vuole dalla sua controparte maschile, pur provando ad apparire “diversa” e anche un po’ folle in diversi momenti del film. C’è in Marie una propensione a fare la vittima molto comune oggi nei ragazzi tra i venti e trent’anni: un vittimismo che la porta a sviluppare un egocentrismo diverso ma altrettanto pericoloso da quello di Malcolm. Marie non può far a meno di rivedersi in tutto, anche in ciò con cui forse non ha davvero niente a che fare, come il film del fidanzato incentrato su una storia di tossicodipendenza.

Il fatto che lei abbia avuto un passato con le droghe le basta a rivendicare una qualche paternità sulla protagonista della pellicola di Malcolm ma la cocciuta convinzione di essere parte del lavoro di lui nasce forse dal bisogno di Marie di sentirsi importante, di riprendersi una qualche centralità in un rapporto squilibrato, in cui Malcolm appare come il salvatore e lei una fragile anima candida bisognosa di aiuto. Non sorprenderebbe vedere Marie recitare i versi della poetessa Warsan Shire che in Redemption scriveva “Sei il mago. Rimettimi insieme di nuovo, nel modo in cui mi hai tagliato a metà”.

La verità è che oggi tutti vogliamo sentirci necessari. Come dice Malcolm: “Non ci accontentiamo che qualcuno ci ami e basta” e, pur di avere un tale livello di considerazione da parte dell’altro, siamo disposti anche ad accettare di stare con qualcuno che vede il mondo diversamente. Malcolm e Marie litigano su tutto perché hanno un diverso parere sulla maggior parte degli argomenti, persino sul cinema. Per lui è fondamentale inserire un punto di vista nelle sue opere mentre per lei ciò che conta davvero è che un lavoro appaia autentico: secondo Marie, l’esperienza e le influenze del regista devono essere reali per raggiungere il suo pubblico, altrimenti il cinema resta solo “la forma d’arte più capitalista e convenzionale del pianeta”. Marie è un ex attrice, conosce il mondo della settima arte e dà opinioni spesso antitetiche a quelle del compagno, contribuendo a rendere Malcolm & Marie anche una gigantesca riflessione sul modo in cui vengono prodotti e fruiti i film.

Malcolm prende continuamente in giro i meccanismi del cinema d’autore più impegnato pur volendone far parte, al punto da avere in programma un film sull’attivista nera Angela Davis. Il nemico di Malcolm in quanto artista è rappresentato però soprattutto dalla critica che “guarda il messaggio e non vede il cuore, vuole tutto spiegato, terrorizzata da ogni possibile pericolo”. A farlo arrabbiare è soprattutto la recensione di una giornalista bianca del Los Angeles Times che, pur lodando il suo lavoro, lo ha interpretato come un film sull’identità razziale. Proprio sullo stesso giornale, la critica Mary McNamara ha approfondito questo aspetto nella realtà, scrivendo: “Un tema chiave della pellicola è l’esplorazione del pregiudizio intrinseco, l’idea che il lavoro di un uomo nero non possa essere compreso chiaramente da una donna bianca. Secondo Malcolm, quest’ultima è così impegnata a cercare di assecondare i suoi preconcetti da non poter vedere il film come dovrebbe. Nell’universo di Malcolm & Marie, la fissazione di lui su questa particolare critica rivela la sua insicurezza e le sue convinzioni contraddittorie più di ogni altra cosa”.

Al di là delle differenze di visione, l’idea che hanno i due protagonisti del cinema è comunque assai limitata. Entrambi sembrano vederlo solo come strumento per dare un messaggio: non contemplano una pellicola di intrattenimento e sono abbastanza convinti che ogni regista debba restare confinato a parlare di qualcosa che conosce. In un film ricco di rimandi cinematografici, Malcolm cita anche il “collega” Gillo Pontecorvo, chiedendosi perché “un ricco ebreo italiano” decida di fare un film sulla battaglia di Algeri. Per lui non ha senso e sfrutta questo esempio per prendersela con una critica che non può capire ciò che racconta lui proprio perché appartiene a un’élite formata maggioranza da privilegiati maschi, etero e caucasici.

Il suo discorso denigratorio sarebbe anche in parte accettabile se solo Malcolm non riproducesse poi nel rapporto con Marie i medesimi atteggiamenti da uomo medio borghese, tipici delle stesse persone che stigmatizza. Il personaggio di Zendaya conosce benissimo i retaggi macisti che portano il fidanzato a vendicarsi su di lei vantandosi dei suoi numerosi rapporti sessuali e non si fa problemi a farglieli notare.

Quando Malcolm le dice che potrebbe “spezzarla come un rametto” è chiaro che a Marie converrebbe spezzare il filo che la lega a quell’uomo: probabilmente lo sa anche lei, tanto da scegliere di ascoltare Get Rid of Him (Liberati di lui) di Dionne Warwick, eppure non riesce a staccarsi dal gaslighting, dalla sottile manipolazione di lui, che viene giustamente etichettato da Marie come un “terrorista emotivo”.

Ci piacerebbe a questo punto come uomini prendere le distanze da Malcolm, un personaggio cinico e megalomane alla costante ricerca di approvazione: sarebbe bello convincerci che noi non siamo come lui nelle relazioni e non lo siamo mai stati ma, pur senza certi eccessi, ci rendiamo conto di avere almeno in parte gli stessi retaggi culturali e la stessa sua immaturità. Per questo forse Malcolm & Marie non piacerà a tanti. Sicuramente non sarà apprezzato da chi crede che definirsi femminista basti a liberarsi da tutta una serie di convinzioni che ci vengono inculcate da secoli e che è in parte comodo accettare: non è facile rinunciare a essere il deus ex machina della propria relazione. È complicato accettarne di perderne in parte il controllo mentre la società odierna invita a tenere sempre sotto controllo tutto, persino ci si ha al proprio fianco.

È difficile comprendere come gestire un rapporto oggi più che mai. Malcolm e Marie forse ci riescono solo nel finale, dopo essersi distrutti a vicenda ed essere maturati assieme. Solo al fotofinish, i due fidanzati capiscono il vero significato dell’amore, troppo difficile da cogliere se non si scappa almeno per un attimo dalle logiche di una società eccessivamente competitiva e individualista. Nel monologo finale, Marie ci ricorda che alla fine nelle relazioni ciò che cerchiamo è qualcuno con cui condividere: qualcuno da cui prendere ma a cui poter anche donare qualcosa, a patto che l’altro sappia ringraziarci per ciò che possiamo dargli.