Un invito che ti conduce in un nuovo mondo, fatto di persone che si mettono in gioco tramite la loro voce.

È Clubhouse, il nuovo social network che tira una riga e si differenzia perché non esistono canoni di bellezza e post a cui mettere mi piace ma, al contrario, è importante parlare e mettere in primo piano le proprie opinioni da condividere con altre migliaia di utenti. Nell’era del podcasting, dove alzare il volume fa scoprire nuove realtà e la ‘social radio’ inizia a fare capolino tra i nuovi settori della comunicazione, il network è subito diventato di tendenza e sono partiti dibattiti di varia natura nelle varie stanze (le cosiddette room), con famosi imprenditori, investitori, artisti, personaggi famosi e comunità differenti.

Come si fa a interagire? Bisogna “alzare la mano”, ovvero cliccare sul pulsante della mano in basso a destra, come in una vera e propria conferenza fatta di moderatori, dove il principio fondante è l’educazione e la moderazione del talk. Il proprietario della stanza può decidere se accettare il tuo intervento all’interno della discussione o rifiutare. Se il proprietario o i moderatori accettano, un utente può letteralmente parlare ad una platea di persone, pronte ad ascoltarlo. È facile individuare eventi in cui si discute di revenge porn, dove sceneggiatori ed esperti chiacchierano di come stia cambiando la scrittura delle serie tv e, visto il momento, di passaporto vaccinale e di crisi di governo.

Come tutte le grandi realtà, al suo interno è giusto evidenziare le sue luci e ombre. La piattaforma nasce nella Silicon Valley da Paul Davison e Rohan Seth ed è stata lanciata in America a maggio 2020 dalla Alpha Exploration Co. In pochi mesi contava più di 600.000 utenti registrati, ma ancora adesso il social è solo per coloro che utilizzano un dispositivo iOS ed è in fase di sviluppo la versione per i sistemi Android (non contando la questione dell’invito, una trovata di marketing che a breve dovrebbe essere rimossa). Una restrizione che taglia fuori una buona parte di fruitori, creando per il momento una legione ‘elitaria’ che conosce dall’interno l’applicazione.

Non solo: Clubhouse è diventato in breve tempo un enorme miniera d’oro per chi colleziona voci e stati d’animo, in poche parole informazioni di profilazione, rispetto alla quale chi deve proteggere la privacy dell’utente esige maggiore chiarezza. Per questo il Garante della privacy italiano è stato tra i primi a muoversi, mandando una lettera all’azienda, per far luce sulla questione del materiale sensibile. Si chiede di chiarire prima di tutto della conservazione dei dati e i termini entro i quali è prevista la cancellazione delle tracce audio temporaneamente conservate dall’azienda. Problemi che devono essere posti sul tavolo quando si parla di indagini giudiziarie e di estrapolazione di dati biometrici.

In Cina per esempio è stata bloccata in poco tempo dal governo di Pechino, in quanto molti fruitori avevano incominciato a usarlo per parlare di temi normalmente censurati sui media e sui social cinesi. Anche per i giornalisti è diventata un’opportunità di confronto, come se fosse ancora possibile discutere senza scontrarsi, in un mondo cinese polarizzato e tormentato da correnti ideologiche e dai rancori accumulati attraverso la repressione e i conflitti. Una parentesi di libertà d’espressione che alcuni erano disposti a pagare 70 dollari a invito. 

Le dinamiche sono molteplici e in costante evoluzione. A volte serve sperimentare e avere il proprio sguardo per indagare al meglio un fenomeno di questo tipo e proprio per questo abbiamo intervistato Nicoletta Vittadini, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università Cattolica, che fin da subito ha testato il social network del momento. 

Quando ha deciso di iscriversi a Clubhouse e perché?

Ho deciso di iscrivermi a Clubhouse perché da studiosa dei social media sono sempre attenta allo sviluppo di nuove piattaforme, perciò ho deciso di provarlo appena ho saputo della sua esistenza. In particolare, Clubhouse ha attratto la mia curiosità perché tenta una strada alternativa al linguaggio mainstream, come per esempio il video.

Testando la piattaforma e le room al suo interno, che cosa ne pensa del funzionamento di questo nuovo social?

Al di là dell’indiscussa novità di porre al centro l’oralità al posto della scrittura e della comunicazione audiovisiva, l’elemento che mi sembra più interessante di Clubhouse è la particolare declinazione della socialità. In Clubhouse, perché una room esista, deve riuscire ad aggregare un gruppo di persone attorno a un tema di interesse e a creare la disponibilità ad ascoltare uno o più esperti o uno o più brillanti conversatori. All’interno di questo modello, ovviamente,  tutti possono intervenire e dialogare. In sintesi, non si entra in Clubhouse per mettersi a parlare da soli (a pubblicare post su di sé per intenderci), ma si entra per ascoltare o parlare con altri, ad altri di qualcosa che ci interessa e ci accomuna, ma quasi mai di sè. Mi sembra un elemento di indiscussa novità rispetto alla logica del following, della friendship e mi sembra interessante anche l’uscita dalla logica io-centrata di molte piattaforme.

Secondo la sua esperienza nel settore, perché in questo momento si è sentita l’esigenza di creare una rete che funzioni grazie alla voce? Quale valore aggiunto può dare la piattaforma nel mondo della comunicazione?

Clubhouse – come piattaforma legata alla voce – non nasce come un fiore nel deserto. La voce sta conquistando uno spazio progressivamente sempre più importante nel sistema dei media digitali. Basta pensare ad alcuni fenomeni contemporanei e in crescita: il mercato degli audiolibri, l’ascolto di podcast, le interfacce vocali, gli smart speaker (il cui uso come strumento di intrattenimento è cresciuto nell’ultimo anno) e così via. Per non citare la sempre viva comunicazione radiofonica. Quindi un social network basato sulla voce è in sintonia con l’evoluzione delle interfacce e dei dispositivi digitali e con una rinnovata centralità del linguaggio naturale nella comunicazione.

Dopo l’entusiasmo iniziale scaturito dagli inviti si è parlato di alcuni problemi di privacy che questo social potrebbe avere, soprattutto per la registrazione delle conversazioni, e del fatto che è una versione beta e lascia fuori una fetta di utenti con il sistema Android. Che miglioramenti si potrebbero fare per renderlo più efficace? 

Clubhouse è una piattaforma in fase di sviluppo che – per quanto dichiarato sinora dai suoi fondatori – non resterà legata al sistema operativo IOS per sempre, così come non proporrà per sempre il meccanismo ad inviti. Si tratta di due tratti provvisori che sono stati presentati come funzionali a contenere l’esplosione di utenti fino allo sviluppo ottimale della piattaforma. Rispetto alla privacy dobbiamo considerare che l’utilizzo di qualsiasi piattaforma social implica la cessione di alcuni dati personali, così come molte altre pratiche della nostra vita quotidiana che ormai è caratterizzata pienamente da una economia delle piattaforme fondata sulla capitalizzazione dei dati degli utenti. Per quanto riguarda specificamente Clubhouse credo che dobbiamo distinguere due temi: la conformità al GDPR che non è ancora perfezionata (passaggio che andrà fatto se la app vuole svilupparsi in Europa) e la vulnerabilità della app rispetto ad accessi dall’esterno che possiamo immaginare sarà affrontata con attenzione nelle prossime fasi di sviluppo della piattaforma.