Francesco Varcaccio oggi ha 26 anni ed è un medico abilitato. Per realizzare il suo progetto di vita, quello di potersi un giorno laureare in medicina, quando era ancora poco più che maggiorenne ha scelto di fare i bagagli e di partire alla volta della Romania. «Ho studiato medicina all’università Vasile Goldiş di Arad – racconta – in Italia avevo provato il test a Foggia, quando sono venuto a conoscenza del suo esito negativo ho scelto di provare in Romania, alcuni colleghi avevano parlato di questa possibilità a mio padre, e lì l’ho superato». Francesco ha terminato il suo ciclo di studi ad Arad nel 2016 e dell’esperienza ricorda: «In generale i paesi dell’est europeo promuovono molto l’attività in ospedale, interessante era soprattutto la tipologia di studio portata avanti nei reparti e nei laboratori, al fine di favorire molto la pratica. Nel mio soggiorno in Romania ho scelto di affrontare gli esami in lingua rumena, nonostante potessi optare anche per il corso in lingua inglese, ma ho preferito approfondire la lingua del Paese che mi ospitava, per essere quanto più integrato possibile, sia nell’università che nella nuova nazione». Al momento Francesco si trova a Düsseldorf, per la specializzazione medica, quanto a un suo ritorno in Italia: «Mi piacerebbe davvero tanto, vediamo ovviamente cosa succede. In generale, salvo ulteriori ostacoli, vorrei tornare».

Molto simile a quella di Francesco è la storia di Alberto Vinciguerra, un ragazzo siciliano di 25 anni: «Da quando ho deciso di fare medicina ho cercato di raggiungere il mio obiettivo a qualsiasi costo. In Italia ho provato il test d’ammissione per ben tre volte – racconta rievocando quello che definisce come uno dei periodi più duri della sua vita – rimanendo fuori sempre per pochissimi punti. Avevo già 20 anni e non me la sentivo di perdere ancora altro tempo. Poi un giorno ho scoperto che un mio amico studiava in Romania, quindi mi sono informato e ho preso la decisione di venire a studiare qui. Devo dire che non è stato per niente semplice». Anche Alberto studia alla Vasile Goldiş di Arad: «Sono venuto in Romania 6 mesi prima del test per imparare la lingua. Contemporaneamente studiavo anche materie come anatomia, biologia, fisica e chimica organica in rumeno. Dopo il test di lingua quello di medicina rappresentava l’ultimo ostacolo da superare. Alla fine, con mia grande soddisfazione, sono riuscito ad entrare posizionandomi tra i primi». Alberto si ritiene piuttosto soddisfatto dell’organizzazione universitaria alla Vasile Goldiş: «Qui in Romania le lezioni prevedono una parte teorica e una pratica – spiega con entusiasmo – per ogni materia ci sono delle ore di corso e poi dei laboratori dove si prova sul campo quanto imparato. Trovo che siano utili per comprendere davvero cosa voglia dire fare il medico e soprattutto per capire se ci si è portati. In Italia spesso si diventa medici senza saper fare neppure un’iniezione intramuscolare – dice – ovviamente non per colpa degli studenti, ma per il piano di studi italiano».

Su tutti quelli che pensano invece che la sua sia stata una scelta da furbo: «Molte persone poco informate la pensano così purtroppo, il che fa male dopo tanti sacrifici. La gente crede che da queste parti si compri tutto – spiega il giovane – ma non è così, qui si viene per studiare. Ho conosciuto tanti ragazzi venuti ad Arad convinti di potersi comprare la laurea, ovviamente queste persone non hanno passato il test e sono dovute tornare a casa a mani vuote. Personalmente mi ritengo debitore nei confronti della Romania – tira le somme – perché mi sta dando l’opportunità di poter fare un giorno il lavoro che adoro senza dovermi accontentare, come fanno invece tanti miei coetanei costretti a frequentare università di ripiego».

«Mi ritengo debitore nei confronti della Romania perché mi sta dando l’opportunità di poter fare il lavoro che adoro senza dovermi accontentare».

La decisione presa da questi due ragazzi è comune a tantissimi giovani italiani che, non riuscendo a passare il test di ammissione nel Bel Paese, volano oltre il confine per frequentare l’università in una qualche città dell’est europeo, dove l’iscrizione alla facoltà di medicina e chirurgia non rappresenta solo una vaga aspirazione e dove soprattutto il test d’ingresso è più alla portata degli studenti. Quella di Francesco e Alberto è però chiaramente una visione di parte. Come la pensano invece tutti quelli che sono riusciti a formarsi e realizzarsi in Italia? Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della provincia di Milano, ha scelto di dire la sua su queste realtà in sempre più rapida espansione.  «Per quanto io ritenga che la libera circolazione sia una cosa buona, è altrettanto vero che queste realtà universitarie periferiche lasciano quantomeno perplessi – esordisce il professore –  da quanto se ne sa non danno le stesse garanzie sul corso di studi e sulla serietà degli stessi. Spesso poi queste università hanno delle succursali in altri paesi, quindi non si capisce bene dove questi ragazzi studino, né tantomeno cosa facciano in concreto». Il dottor Rossi, laureato in Medicina e Chirurgia nel 1989 a Milano e specializzato in Cardiologia, sempre a Milano, nel 1994, non nasconde una certa titubanza: «Io sono piuttosto preoccupato da questo tipo di andazzo, pur non essendo contrario al principio – spiega – bisogna trovare degli standard comuni.

«Ci sono quelli un po’ più furbi, disponibili a prendere qualche scorciatoia, e quelli meno furbi che si preparano a fare il loro mestiere in Paesi dove l’impegno richiesto è importante».

Perché, diciamocelo chiaramente, ci sono quelli un po’ più furbi, che magari sono disponibili a prendere qualche scorciatoia, e quelli apparentemente meno furbi, che si preparano meglio a fare il loro mestiere, in Italia o comunque in paesi dove l’impegno richiesto per il corso di studi, sia dal punto di vista teorico che da quello pratico, è importante e imponente». E continua: «Oggi tutti gli studenti trovano assolutamente normale fare delle esperienze, a volte anche molto prolungate, all’estero. Io ritengo che sia una cosa buona, e ribadisco che quando si parla di estero non si deve per forza intendere il nord America o l’Inghilterra, può trattarsi anche di altri contesti, che comunque hanno sempre da insegnare qualcosa. Sono argomenti che però dovrebbero essere definitivamente regolati a livello internazionale, non è ammissibile che ci siano incertezze. Bisognerebbe realizzare delle norme a livello europeo – conclude – se si vuole avere una laurea valida su un qualsiasi territorio dell’Unione, è necessario che l’università rispetti degli standard rigorosi, che possano essere controllati anche dagli altri. Francamente mi sembra un problema che non è stato ancora sviscerato con la giusta attenzione dalle autorità nazionali e internazionali».

Non sono dello stesso parere i due precedenti interlocutori, che anzi, sulla spendibilità del titolo: «In Italia è necessaria, eventualmente, la convalida per potere esercitare la mia professione – spiega Francesco – si rilascia un dossier al ministero rumeno e dopo tre mesi circa, nei quali il percorso di studi viene accuratamente analizzato, questo rilascia un certificato che attesta che la laurea secondo la legge europea è valida nell’Unione. I pregiudizi? Beh, certamente non sono un mio problema. Per quel che mi riguarda chi ne ha può benissimo continuare a tenerseli». Insomma, che si tratti di vocazione internazionale o meno, piuttosto che lasciar dipendere il proprio futuro dall’esito di un test di 60 domande, molti dei nostri giovani aspiranti medici preferiscono immatricolarsi direttamente in un ateneo straniero. Tra le mete più ambite non soltanto la Romania, ma anche Albania, Bulgaria, Repubblica Ceca e Ungheria, dove pure le iscrizioni di studenti italiani sono in aumento.