Sarah Everard, una vittima di femminicidio che è diventata già un simbolo. Scomparsa a inizio marzo a Londra, i suoi resti sono stati ritrovati in una cittadina del Kent. Ad essere accusato dell’omicidio è un poliziotto londinese, Wayne Couzens, già coinvolto in casi di molestia sessuale. In inghilterra e Galles le statistiche sulla violenza di genere si fanno sempre più preoccupanti. Nel biennio 2019 2020, l’organizzazione Rape Crisis England & Wales ha registrato circa 66mila accessi ai propri servizi, numero che denota un fenomeno di ampia portata, ed un profondissimo disagio sociale.

A Londra, in un primo momento, era stata indetta per sabato 13 marzo una veglia funebre a Clapham Common, luogo in cui Sarah Everard venne rapita, allo scopo mostrare una reazione alla crescente violenza contro le donne nel Paese. L’evento, però, non ha ricevuto il via libera, a causa del forte rischio di assembramenti che avrebbe comportato una contravvenzione alle norme anti-Covid. Nonostante ciò, centinaia di donne si sono comunque presentate alla veglia, provocando la reazione della polizia. Ecco dunque arrivare ulteriore benzina sul fuoco. Se già il principale indiziato per la morte di Sarah Everard è un poliziotto, Scotland Yard si è ritrovata in una posizione ancora più difficile dopo che le forze dell’ordine di Londra hanno dissipato con la forza una manifestazione non autorizzata ma al contempo pacifica. La posizione di Cressida Dick, Commissario capo della polizia londinese, si è fatta sempre più precaria, a seguito di questi eventi. Prima a causa di parole giudicate troppo accomodanti in difesa di Wayne Couzens, poi per gli episodi dello scorso sabato, una buona parte dell’opinione pubblica inglese chiede ora le dimissioni di Dick, con lo stesso sindaco della capitale Sadiq Khan che ha definito inaccettabili gli episodi di violenza sulle manifestanti avvenuti in occasione della veglia funebre.

Intanto che passano i giorni, però, la scintilla accesa dalla morte di Sarah Everard non sembra affievolirsi: Nella giornata di lunedì, infatti, i londinesi si sono riuniti a Parliament Square, e questa volta lo hanno fatto per protestare espressamente contro le violenze della polizia. La vicenda, insomma, non ha portato alla luce della cronaca il solo problema legato ai femminicidi e alla violenza sulle donne, ma anche una seconda questione, quella appunto della brutalità con cui, talvolta, le forze dell’ordine reprimono manifestazioni pacifiche. Un tema, quello della cosiddetta police brutality, ormai molto comune nel dibattito pubblico americano, ma con cui ora anche l’Europa deve necessariamente fare i conti.

Per quanto riguarda la violenza sulle donne, l’indignazione e le proteste sono presenti anche in altri angoli del mondo. Lunedì, infatti, in più di 40 città dell’Australia si sono tenute manifestazioni e proteste contro le violenze sessuali subite dalle donne, a seguito di accuse di stupro nei confronti di due politici australiani. Allo stesso modo, anche a Città del Messico si sono tenute delle proteste, che hanno portato, anche in quel caso, a scontri con la polizia. Nel Paese del Centro America, infatti, solo nell’ultimo anno sono stati registrati quasi mille femminicidi, ed i casi di stupro denunciati sono stati più di 16mila.

Che si tratti delle proteste a Londra oppure a Sydney, in un emisfero o nell’altro, però, a risaltare tra tutti i cartelli è una parola, “enough”. Le donne ne hanno abbastanza. La morte di Sarah Everard, così come gli ultimi casi di violenza di genere, sono gocce che fanno traboccare un vaso ricolmo già da tempo. E se il movimento Black Lives Matter ha preso forza proprio a seguito di un episodio di brutalità delle forze dell’ordine su di un uomo afroamericano, forse questi giorni possono essere l’inizio di qualcosa di nuovo. A prescindere dalla cultura e dalla storia dei singoli Paesi, le proteste degli scorsi giorni sono la prova che il problema è sentito, e che le donne di svariate parti del mondo sono pronte a scendere in piazza, pandemia o meno, per rivendicare il loro diritto di poter camminare per le strade delle città in sicurezza, e per chiedere a politici e governanti una svolta concreta.