Era la voce della gente comune, dei suoi lettori. E la folla che gli sta rendendo omaggio, all’indomani dalla sua morte, è la gente comune, è il suo lettore. Enzo Biagi, venuto a mancare ieri mattina alle 8.00, si trova attualmente presso la camera ardente della clinica “Capitanio” di Milano. Una folla in fila per due, di giovani e meno giovani; tutti aspettano il loro turno per entrare e dare un ultimo saluto al “Maestro di vita”, così viene ricordato in un cartello apposto accanto alla bara. E così lo descrivono le persone che gli fanno visita. «Biagi era la verità in persona, la giustizia, il coraggio – dice commossa una signora sarda –. Lo seguivo sempre, lascia un grande vuoto».

 Qualcuno non trova le parole per esprimersi, né ha voglia di farlo. Tanti escono con gli occhi lucidi, la commozione si sente. «Rappresentava la vita delle persone oneste», sostiene Biagio Pirri, sarto in pensione. Non mancano volti giovani, soprattutto universitari. Segno che Biagi è stato “Maestro” anche per le nuove generazioni: «Un pilastro della cultura – lo ricordano due studenti –. Un grande giornalista che sapeva dire ciò che voleva dire senza fermarsi davanti ai poteri forti». In mattinata nessuna visita di personaggi politici. Ne chiediamo il perché alle figlie, lì, accanto alla salma di papà Biagi. «È di rilievo tutta questa gente, è in questa affluenza che vediamo il segno lasciato da nostro padre», risponde Bice.

Una voce di spicco, però, alla fine arriva. Gianni Mura, autorevole firma di Repubblica. Anche lui a piangere un grande uomo e collega. «Questa folla non stupisce. Biagi scriveva con e per la gente comune, e fino a 87 anni ha avuto la curiosità della gente comune». Perché lo si ritiene un modello di giornalismo? «Apparteneva alla scuola di giornalismo che sapeva come consumare la suola delle scarpe, non i polpastrelli delle dita sui computer come oggi». Un ricordo particolare che ha di Enzo Biagi? «Oggi tutti i giornalisti sembrano dover gridare per farsi sentire, lui invece era di una pacatezza incredibile; mi piace ricordarlo quando cantava».

di Francesca Salsano