“Sono tutto questo grazie a Vincenzo e San Patrignano e nonostante Vincenzo e San Patrignano”. Cominciamo dalla fine.La chiosa di Fabio Cantelli – ex tossico ed ex addetto stampa della comunità di recupero – è la chiave perfetta per interpretare SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano, docu-serie di cinque episodi diretta da Cosima Spender e scritta dagli autori Gianluca Neri, Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli, prodotta da Netflix. Un lavoro di squadra meticoloso, che ha messo a punto una ricostruzione degli eventi fluida e impeccabile, attraverso immagini di repertorio provenienti dalla Rai e interviste di oggi ai protagonisti di quegli anni. Lo scopo è quello di raccontare una storia italiana, forse dimenticata e poco nota alle nuove generazioni, adottando la scelta di approfondire entrambi i lati della medaglia: dare voce a chi è ancora vivo per merito di Vincenzo Muccioli e San Patrignano, ma anche a chi è morto per la stessa identica causa.

Nascita, crescita, fama, declino, caduta. Dal 1978 al 1995.SanPa è la parabola di un allevatore di animali, un uomo contadino che ha realizzato un sogno, intervenendo laddove lo Stato è rimasto attonito, le strutture sanitarie sono rimaste assenti, provando a restituire una seconda possibilità a chi ha fatto dell’eroina l’unica e ultima scelta di vita. I metodi? La coercizione, l’isolamento, gli schiaffi e le catene. Ma anche la restituzione di un’idea di mondo costruttiva, collettiva e comunitaria, offerta a individui risucchiati dalla solitudine e dall’autodistruzione. Ovvio, la docu-serie solleva interrogativi cruciali di natura giuridica e costituzionale: fino a che punto può essere limitata la libertà personale in nome della salute e della sopravvivenza, della lotta alla droga e alle dipendenze? Di conseguenza, l’interrogativo diventa morale: fino a che punto si può legittimare il male per fare del bene? La regista Cosima Spender e gli autori non rispondono, ma invitano alla riflessione e a una reazione dello spettatore, a cui si richiede una presa di responsabilità davanti al racconto. Non impongono una visione, ma offrono punti di vista e chiaroscuri, con un’attitudine d’inchiesta bilanciata ed equilibrata.Il loro approccio però non è imparziale: da una parte, è difficile non provare empatia nei confronti delle testimonianze di ragazzi e ragazze che ringraziano Vincenzo Muccioli per trovarsi ancora in questo mondo; dall’altra, i fatti di cronaca, gli eventi processuali e giudiziari, sembrano inchiodare Muccioli alla sua violenza, alla prepotenza e alla tracotanza di porsi al di sopra della legalità e della legittimità delle sue azioni.

C’è chi oggi ricorda Muccioli come un salvatore e un santo; chi invece lo considera un assassino, persino un piccolo dittatore impunito. Il primo grande merito di SanPa è di fornire le immagini di allora e le voci di oggi, di metterle in relazione con una narrazione incalzante e avvincente, che filtra costantemente con la finzione cinematografica.

C’è chi oggi ricorda Muccioli come un salvatore e un santo; chi invece lo considera un assassino, persino un piccolo dittatore impunito. Il primo grande merito di SanPa è di fornire le immagini di allora e le voci di oggi, di metterle in relazione con una narrazione incalzante e avvincente, che filtra costantemente con la finzione cinematografica.Il montaggio, lo storytelling, le interviste ai protagonisti e ai sopravvissuti, rappresentano un’idea di messa in scena che non pretende di inseguire la verità dei fatti, ma di contribuire a una lettura degli eventi complessa e stratificata. Grazie alla ricerca e agli archivi, San Patrignano non viene soltanto suggestionata e ricordata, ma si presenta: quella che per chi non è mai stato un tossico rappresentava una sorta di località inavvicinabile, fuori dal tempo e dallo spazio, assume finalmente una dimensione fisica e geografica, reale. Si vedono le gabbie in cui venivano rinchiusi gli ospiti-prigionieri in fase di disintossicazione, ma si vedono anche gli spazi agrari e contadini sconfinati – quelli ricordati con affetto e nostalgia da Andrea Delogu, che trascorse nella comunità di San Patrignano “un’infanzia libera e felice”.

SanPa è, innanzitutto, il racconto critico di un Paese diviso a metà, incapace di rinunciare allo schieramento politico, bisognoso di una tifoseria a cui appartenere e che, troppo spesso, non è in grado di decodificare e accettare le diverse sfumature.

Alla base di SanPa troviamo i generi: la commedia e il dramma illuminano il racconto, mentre il true crime, la spy story e il processuale lo oscurano. Muccioli è la commedia, un personaggio a metà strada tra la vulcanicità di Don Peppone e Beppe Grillo, l’autoritarismo di Stalin, e la genuinità romagnola di un personaggio di un film di Federico Fellini. Leader, guru, despota: la sua figura è salvifica e cristologica, un mattatore dal carattere testardo, titanico e selvaggio. Le testimonianze degli ex tossici e dei sopravvissuti rappresentano il dramma personale e catartico, le loro esistenze risentono in maniera inscindibile dell’esperienza nella comunità di recupero. San Patrignano è il crocevia del loro passaggio terreno. La fine di quello che erano e l’inizio di quello che saranno. Poi arrivano il suicidio di Natalia Berla e Gabriele De Paola, l’omicidio di Roberto Maranzano, la cassetta registrata da Walter Delogu, le denunce, i processi, la condanna di Muccioli per favoreggiamento. E infine, il giallo: i dubbi sulla sua morte, dovuta a un’epatite C, oppure all’AIDS, da cui si diffondono voci sulla sua omosessualità nascosta. Questi sono i fatti, adesso ognuno può scegliere da che parte stare. Oppure, fermarsi e ponderare. SanPa è, innanzitutto, il racconto critico di un Paese diviso a metà, incapace di rinunciare allo schieramento politico, bisognoso di una tifoseria a cui appartenere e che, troppo spesso, non è in grado di decodificare e accettare le diverse sfumature.