2 ottobre, Giornata internazionale della nonviolenza. Chissà che cosa direbbe oggi il Mahatma Gandhi di fronte a un mondo che non ha mai davvero fatto proprio il suo messaggio, lanciato per manifestare pacificamente l’opposizione alla dominazione coloniale britannica in India.

In un 2020 segnato non solo dalla pandemia, ma dalla prosecuzione di conflitti ormai secolari, appellarsi alla nonviolenza è come parlare al vento. Non occorre uscire dai confini italiani per rendersi conto di come la violenza sia diffusa a livello capillare nella società: il solo mese di settembre è stato segnato da due eventi di cronaca che continuano a far scalpore. Parliamo del pestaggio del giovane Willy in provincia di Roma e dell’omicidio nel Napoletano di una ragazza innamorata di un coetaneo in transizione. Si tratta di episodi violenti perpetrati da giovani uomini vicini per età e cultura, accomunati inoltre da una forte mascolinità tossica. Abbiamo approfondito l’argomento con Chiara Volpato, docente di psicologia sociale all’Università Bicocca di Milano.

Da cosa deriva questo tipo di violenza?

Premesso che non sono fenomeni nuovi, è interessante vedere come negli ultimi anni si stia sviluppando in una parte fortunatamente non maggioritaria della popolazione una nostalgia piena di rabbia e rancore per una mascolinità tradizionale che si basa sul mito della forza maschile – spesso confusa con la violenza – e sul fatto che sia giusto il predominio dell’uomo sulla donna. Si è sviluppata una costellazione di credenze e valori secondo cui questa superiorità maschile, a cui si collega la supremazia dell’uomo bianco in particolare, sia stata messa in crisi nel dopoguerra da una serie di fenomeni: da un lato sono mutati i rapporti di forza a livello internazionale – gli uomini bianchi occidentali, cioè, non hanno più il predominio assoluto sul resto del mondo; dall’altro c’è il femminismo, il fatto che le donne abbiamo iniziato a rivendicare una visione diversa dei rapporti tra i generi. Ciò porta a sentimenti di rivalsa quali rancore e odio. Ne vediamo gli effetti da molti punti di vista: sul Web, per esempio, c’è quella che è stata denominata men’s sphere, piena di contenuti di questo tipo. Non è un problema solo italiano: se guardiamo a un paese di riferimento come gli Stati Uniti, troviamo continuamente esempi di questo genere. Un concetto importante che affiora è il backlash, la rivincita densa di rancore, rispetto a quella che è percepita come la rivalità femminile: poiché l’uomo bianco occidentale ha perso o rischia di perdere la sua funzione preminente, sentendosi umiliato nel suo ruolo tradizionale, si manifestano questi atti di rivalsa che troviamo nella vita di ogni giorno, oltre che atteggiamenti di estrema attenzione e valorizzazione del corpo maschile, come accaduto nel caso dei due fratelli Bianchi nell’ambito dell’omicidio di Willy. C’è il desiderio di restaurare il mitico ordine perduto in cui l’uomo bianco è al vertice della gerarchia mondiale.

Nel caso dei fratelli Bianchi spicca l’accanimento contro un ragazzo che si era limitato a difendere un amico. Cosa innesca la logica del branco?

Sicuramente il singolo, Willy, è stato visto come un elemento che incrinava l’ordine mentale e sociale nella testa dei suoi assalitori: non aveva il diritto di intervenire. Può essere considerato un esempio di ciò che gli studi di genere hanno definito mascolinità secondarie, ovvero più fragili; è il simbolo di chi si oppone indebitamente a quello che è ritenuto il modello giusto e dominante. Probabilmente, nel vederlo opporsi a questo modello, si è ritenuto che dovesse pagare per questo suo atto di insubordinazione. Il tutto aggravato dal fatto che Willy non apparteneva alla maggioranza bianca italiana.

Perché nessuno nel gruppo della maggioranza machista si è opposto a una simile violenza, sfociata nell’omicidio? Si teme di perdere prestigio o di essere esclusi dal resto del branco?

Questa è una delle spiegazioni. Non opporsi significa conformismo ai valori e alle norme del gruppo: ne faccio parte e aderisco anche se mi accorgo che qualcosa non va sia perché temo di essere escluso sia perché ho paura di ripercussioni violente nei miei confronti. Probabilmente, pur non essendo il leader, traggo identità e forza dall’appartenenza al gruppo, quindi sì, la possibile esclusione è il motivo più importante.

L’omicidio di Colleferro è segnato anche da un vero e proprio culto per la fisicità, ammantato da uno spesso strato di narcisismo. Come si concilia questo amore per l’ostentazione della mascolinità con il timore di subire atti violenti in carcere?

Non necessariamente deve conciliarsi. Quando siamo di fronte a queste persone troviamo un enorme cumulo di contraddizioni. La stessa ideologia che propugnano ne è densa, quindi non ricercherei della coerenza. Metterei l’accento sul narcisismo: ci sono molti studi che testimoniano come sia un fenomeno in aumento nel mondo contemporaneo. Le patologie narcisistiche stanno diventando le più importanti anche a livello quantitativo. In qualche modo incarnano un’epoca e affondano nel culto del corpo e della forza fisica. È chiaro che un conto è la vita fuori dal carcere e l’esibito narcisismo nei confronti degli altri, un conto è finire in galera e avere paura di ciò che potrebbe accadere una volta dietro le sbarre. In questo vedo delle costrizioni o degli adeguamenti a un ambiente diverso.

In Campania invece l’omicida è il fratello della vittima. Si è difeso dicendo che non voleva ucciderla, ma solo impartirle una lezione perché “era infettata”. Allo stesso modo, i genitori hanno preso le parti del ragazzo affermando che “non avrebbe mai potuto farle del male” e che anzi “era meglio morta” piuttosto che al fianco del compagno con cui aveva scelto di stare. Perché si continua a negare l’agency femminile e come si contrasta un modo di pensare così radicato nella società?

Questo tipo di linguaggio è a mio parere molto significativo, perché deumanizzante e biologizzante. La biologizzazione è una forma di deumanizzazione che permette di paragonare l’altro a una patologia: si pensi a espressioni come “è un cancro, è una peste”, usate anche da gruppi della destra suprematista. Negli Stati Uniti Steve Bannon ha definito il femminismo “un cancro”, appunto. L’utilizzo di concetti biologizzanti è in crescita, perché siamo in un mondo in cui i concetti scientifici sono utilizzati quotidianamente e quindi diventano la base per nuove metafore.

Si nega alle donne la capacità di agire perché il maschilismo è ancora imperante, perché viviamo all’interno di un codice patriarcale molto forte che si irrobustisce ulteriormente in alcuni strati della società, oltre che in alcuni luoghi di provincia. C’è una radicale e diffusa difficoltà ad accettare la libertà femminile, come il fatto che una ragazza possa compiere scelte al di fuori dei canoni imposti dall’eteronormatività.

L’unica via per contrastare questi fenomeni è l’educazione, intesa come una formazione culturale basata su nuovi schemi. Non sono pessimista, perché credo che l’esistenza di queste realtà di destra suprematista e maschilista siano anche il sintomo che molto è stato fatto. Sono movimenti reattivi a quanto conquistato dal femminismo: se quest’ultimo non ci fosse stato, forse non avrebbero avuto bisogno di manifestarsi. Non dobbiamo vedere le cose solo sotto un punto di vista negativo; la trasformazione culturale è in atto, ma porta allo stesso tempo queste spinte di backlash. È necessaria una crescita culturale di tutta la società.

La mascolinità tossica si è chiaramente manifestata anche nei confronti di Ciro, il fidanzato della ragazza uccisa, spesso appellato come masculillo a causa della sua transizione da donna a uomo. Perché non si rispetta l’identità di genere di una persona che non si sente in sintonia con il proprio corpo?

Perché è vista come una sfida a quello che si crede essere l’ordine naturale delle cose. La transizione è un grande atto di libertà perché la persona sceglie ciò che crede meglio per sé, ma facendolo viola tutti i confini, attraversa le barriere considerate naturali. È chiaro che ci vuole una maturazione culturale che porti all’accettazione dell’altro come essere a sé. Questo incrina profondamente la cultura patriarcale ed erode l’ordine maschile dove l’uomo è dominante. La violenza ai danni di chi affronta la transizione è quindi perpetrata nel tentativo di ripristinare quello che è ritenuto essere l’ordine naturale delle cose.

La violenza maschile si riversa anche su altri ragazzi o uomini più deboli. È il caso di quegli episodi – purtroppo ricorrenti nelle pagine di cronaca – in cui gli adolescenti fanno del male a coetanei con disabilità e perfino ad anziani e senzatetto. Da cosa deriva il piacere di infliggere dolore? Manca la percezione di avere di fronte a sé un altro essere umano?

Tutti gli studi sulla deumanizzazione ci dicono che essa facilita il fare del male, perché vengono meno le barriere morali che altrimenti impedirebbero di usare la violenza. Probabilmente ci sono anche episodi di sadismo individuale e di gruppo. In quest’ultimo caso parliamo di gang basate sul culto della violenza, formate da giovani che si sentono a loro volta vittime con la necessità di rifarsi su coloro che percepiscono più deboli o che, a loro parere, approfittano delle risorse sociali. Spesso vengono presi di mira immigrati e homeless, appunto, sia perché sono meno capaci di difendersi sia perché sono concepiti come target appropriati in quanto accusati di impadronirsi di risorse di cui non hanno diritto, sottraendole ad altri. Entra qui in gioco il concetto di vittimizzazione competitiva: si pensa di essere più vittima di altri e quindi di avere dei diritti che non sono riconosciuti. Anche questo è un innesco per la violenza.

Le forme più comuni di mascolinità tossica sono quelle che si ritrovano nella dinamica dei femminicidi. Come si riconosce un giovane che fin da bambino ha sviluppato l’idea della possibile, futura compagna come oggetto di suo possesso?

Non sono convinta che sia sempre riconoscibile. Un giovane violento probabilmente lo si individua perché mostra atteggiamenti aggressivi nei confronti della compagna, vista come sua proprietà. Qualsiasi cosa lei possa fare per cercare di sfuggire a questo ordine di cose, agli occhi del partner diventa un comportamento da punire. Se però analizziamo le storie dei femminicidi in Italia, notiamo come molto spesso – ma non sempre – sia difficile riconoscere prima il soggetto violento. Magari c’erano degli atti di gelosia interpretati come segni di amore e non come desiderio di possesso. Gelosia, senso di proprietà e volontà di limitare la compagna sono segnali a cui fare molta attenzione. A volte non è facile riconoscerli, in altri casi non si vuole vederli. Probabilmente ci sono dei momenti di innesco, come il tentativo di rompere una relazione; inoltre il senso di perdita e rancore non viene elaborato in maniera sana da molti uomini. È la stessa logica che si ritrova nel revenge porn e in quelle forme deumanizzanti tipiche di gruppi online – su WhatsApp, Telegram, Facebook – in cui ci si scambia foto – non necessariamente intime – di giovani donne su cui si riversa la retorica tossica.

Un altro tema è la necessità di reprimere tutto ciò che possa far trapelare forme di empatia e sentimento. Basti pensare al detto “Non fare la femminuccia” o al doppio imperativo “Non piangere, fai l’uomo”. Che tipo è “l’uomo ideale” a cui si fa riferimento? E perché il pianto è percepito come una vergogna?

È l’uomo così come pensato dal patriarcato: forte, che “non deve chiedere mai”, che comanda, che ha il potere sia fuori sia dentro la famiglia. È l’uomo la cui volontà diventa in qualche modo legge e che dunque non ha bisogno di riconoscere la libertà altrui.

Per queste persone è difficile lasciar trapelare una serie di emozioni interpretate come debolezza perché considerate appartenenti alla sfera femminile. Il pianto è la manifestazione di queste emozioni. Ce ne sono altre invece consentite, come la rabbia, perché vanno di pari passi con il comando. La paura e tutto ciò che è connesso alla fragilità – come l’imbarazzo – sono invece interpretati come segni di debolezza, quindi l’uomo li deve celare se vuole mantenere una posizione dominante.

Gli studi di genere stanno progressivamente trovando spazio nel mondo accademico nostrano, mentre i men’s studies continuano a essere una realtà decisamente poco esplorata. Perché? Che impatto potrebbero avere nell’evoluzione culturale della società italiana?

Sono degli studi che ci farebbero bene: c’è un gran bisogno di riflessione su questi argomenti. Per certi aspetti li abbiamo affrontati soprattutto dal punto di vista delle donne e siamo stati guidati in questo da un certo tipo di pensiero e pratica femminista. I men’s studies non sono presenti in Italia probabilmente perché non c’è ancora un gruppo maschile che abbia iniziato a riflettere seriamente su se stesso e sulla propria posizione nella società, anche se ci sono personalità isolate che hanno cominciato a farlo. L’Italia è in grosso ritardo rispetto ad altri Paesi e sconta ancora l’eredità fascista: il ventennio di dittatura ha costruito una precisa immagine maschile e allo stesso tempo la controparte subalterna femminile. Le persone che hanno guidato l’Italia fino a qualche anno fa, magari pur rifiutando questo tipo di costruzione sociale, sono state cresciute secondo questa mentalità. Questi discorsi non sono mai stati elaborati pubblicamente nel nostro Paese: da qui deriva il ritardo culturale sulla mascolinità e il fatto che questi studi non sono mai diventati argomento di interesse generale.

Fa paura riflettere su se stessi, motivo per cui si evita di approfondire certi temi?

Non è facile, perché mettersi in discussione può essere fonte di sofferenza. Si tratta di un percorso che non è sempre agevole. Se non si è costretti a farlo, non lo si fa volentieri.

Spostandoci sul fronte statunitense, negli scorsi mesi ha fatto parlare di sé il movimento Black Lives Matter, che ha tratto nuova linfa dopo il caso Floyd. Continuano ancora gli scontri tra comunità afroamericana e polizia. Oltre al suprematismo bianco, entra qui in gioco la dinamica per cui i membri della polizia sono uomini dell’ordine e dunque legittimati ad agire come fanno?

Gli Stati Uniti scontano ancora la mancata elaborazione del razzismo che si portano dietro fin dalle origini a causa della presenza della schiavitù. Alcuni dei concetti di cui ho parlato valgono anche per il contesto d’Oltreoceano, perché non a caso potremmo interpretare questi fenomeni come reazioni di backlash dopo la presidenza Obama. Credo che sarà molto difficile per gli Stati Uniti uscirne, ma anche che ci siano delle forze importanti che tentano di mettere in atto un discorso diverso.

Tutti gli studi sul pregiudizio e sul razzismo insegnano l’importanza delle istituzioni: le campagne contro il razzismo non hanno grandi capacità di riuscita se non sono fortemente sostenute dalle istituzioni. Ciò che sta emergendo adesso negli Stati Uniti è l’assenza di questo supporto o comunque la sua mancanza a molti livelli. Se le istituzioni non specificano che la polizia, pur dovendo intervenire e avendo un ruolo fondamentale, deve lavorare all’interno di un quadro dei diritti molto preciso rispondendo delle proprie azioni, è chiaro che succede quanto sta accadendo. Lo si è visto anche in Italia ai tempi del G8 di Genova, per esempio. La polizia riceve dei segnali di legittimazione dall’ordine costituito e sulla loro base si comporta in modo appropriato o inappropriato. È quindi importante guardare oltre il livello delle semplici forze dell’ordine, spostando lo sguardo sulle istituzioni.

Nelle ultime due settimane si sta parlando molto anche della possibile nomina di una donna bianca e repubblicana come nuova giudice della Corte Suprema statunitense al posto della scomparsa Ruth Ginsburg. È un tentativo di mettere in pericolo alcuni diritti acquisiti dalle donne?

Non sappiamo ancora se il Senato americano ratificherà la sua nomina, ma se davvero dovesse assumere la carica di componente della Corte Suprema vedrei la cosa con enorme preoccupazione, perché una maggioranza così forte (sei a tre) di conservatori porterebbe alla messa in discussione di diritti come l’aborto, regolamentato anni fa proprio da una sentenza della Corte Suprema. Sarebbe molto grave come segnale. Ho comunque l’impressione che gli Stati Uniti siano profondamente divisi: la parte liberal rappresenta probabilmente più della metà della popolazione, a prescindere dall’esito delle elezioni. Non credo che un Paese del genere resterà immobile nei prossimi anni di fronte a quelli che vedo come tentativi di regressione.

Dato che nel 2016 l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca ha portato a una recrudescenza del nazionalismo in Europa, come con il Front National – ora Rassemblement National – in Francia e la nuova retorica dell’ex Lega Nord in Italia, se Amy Barrett dovesse insediarsi, legittimando così quelle politiche esclusivamente a favore della famiglia tradizionale, i movimenti pro life nati in Italia negli ultimi anni potrebbero esserne rafforzati?

Assolutamente sì, purtroppo. Questi movimenti non restano chiusi in un solo paese, c’è un’osmosi continua tra paesi e culture. L’elezione di Trump ha rafforzato un certo tipo di realtà negli Stati occidentali e potrebbe succedere anche in questo campo. Bisognerà vedere come si muoverà all’estero l’opinione pubblica, se alcuni movimenti avranno la stessa forza di quelli in azione negli Stati Uniti o se invece nel nostro Paese si reagirà in maniera diversa.

Parola d’ordine: cambiamento culturale. Solo così in futuro la Giornata internazionale della nonviolenza avrà davvero un senso.