Gli scarpini ci sono. Cartellini, taccuino, cronometro? Presi. La divisa è già nel borsone. Il fischietto? Da febbraio non si è mosso da lì. È tutto pronto: si può andare. “Finalmente si ricomincia” scandisco sottovoce tra me e me per paura che porti male. Si torna in campo quasi otto mesi dopo l’ultima partita e le sensazioni sono contrastanti. Da un lato non vedo l’ora di rimettere il fischietto in bocca e “farmi insultare da 22 burini che tirano calci ad un pallone” (come un amico, tempo fa, dipinse malignamente la figura dell’arbitro); ho voglia di buttarmi di nuovo nella mischia: litigare, alzare la voce, placare gli animi e perfino estrarre cartellini – perché sì, diciamolo pure con un filo di malizia, a noi arbitri piace tirare fuori quel benedetto cartellino rosso: ci esalta oltremodo, ci galvanizza. Per contro, monta dentro di me un legittimo sentimento di timore e prudenza dato dalla precarietà del momento (tra contagi in aumento e insicurezza generale).

Il caso ha poi voluto che sia stato designato per due partite di dilettanti a 7 proprio a Nembro, in val Seriana, uno dei comuni bergamaschi più colpiti dal Covid-19.

Il caso ha poi voluto che sia stato designato per due partite di dilettanti a 7 proprio a Nembro, in val Seriana, uno dei comuni bergamaschi più colpiti dal Covid-19. Questo non mi spaventa di certo, ma c’è un non so che di malinconico nello scendere in campo circondati dalle solite (ormai tristemente note) bandiere azzurre appese ai balconi con la scritta “Insieme ce la faremo”.

Arrivo al campo con largo anticipo, il protocollo anti-Covid da rispettare è rigoroso e viene diligentemente ottemperato: si accede all’area degli spogliatoi cinque per volta dopo aver misurato la temperatura e dopo aver compilato i moduli di autocertificazione; tutti con mascherine e gel igienizzante al seguito; bandite strette di mano e abbracci.

La prima partita della stagione ha sempre un sapore diverso dalle altre, chi gioca a calcio lo sa: l’emozione è forte, l’adrenalina alle stelle e la voglia di scendere in campo non si può descrivere a parole. Nello spogliatoio si stempera la tensione con qualche battuta tra compagni. Io (arbitro) sono invece abituato a starmene da solo: in queste categorie non ci sono guardalinee, quarto uomo e, men che meno, gli assistenti al Var; il direttore di gara si chiude nella solitudine del suo spogliatoio e ricompare cinque minuti prima dell’inizio della gara per fare l’appello. Tuttavia, ho anche io – come tutti – i miei riti scaramantici che eseguo meticolosamente prima di ogni partita. Figurarsi alla vigilia di questa prima partita.

Si entra in campo divisi e distanziati: prima io, poi gli ospiti e infine la squadra di casa. “Fa niente se poi ve le date di santa ragione durante la partita e vi mettete le mani addosso – ironizzo con i giocatori –, il protocollo impone queste formalità”. Il terreno di gioco è in terra battuta, sconnesso e precario; quei campi polverosi di periferia che evocano sempre ricordi nostalgici di partite tra amici, di magliette rotte e di ginocchi sbucciati. Ad ogni contrasto si alzano polveroni di terra che si impasta nelle narici. Dopo dieci minuti di gioco il pallone assume già stranissime e imprevedibili traiettorie sui rimbalzi e i controlli sono ogni volta un fortunoso terno al lotto. Su questo campo bisognerà giocare per altre 2 ore, ma questo non sembra essere affatto un problema: ci si adatta a tutto, basta poter tirare dei calci ad un pallone.

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A fine partita il tabellino dice 8 a 2 per i padroni di casa; una sconfitta pesante per gli ospiti ma non così insolita in queste categorie. Non c’è rabbia o risentimento, nessuna protesta o recriminazione. Ci si ride sopra e si va avanti, sporchi di terra e tutti impolverati. All’ingresso degli spogliatoi c’è chi attende il suo turno per fare la doccia (si entra rigorosamente scaglionati). “Abbiamo perso per colpa dell’arbitro, ma dighèl mìa (ma non diteglielo)” ironizza simpaticamente qualcuno vedendomi passare. “Ma va, an ma perdìt per colpa döl Covid (Abbiamo perso per colpa del Covid) come il Genoa contro il Napoli”, sdrammatizza qualcun altro facendo riferimento al 6 a 0 incassato dai rossoblù al San Paolo due settimane fa. Si scherza per qualche istante con l’accortezza di filtrare i sorrisi e le risate da una mascherina. Ci facciamo vicendevolmente gli auguri per un buon proseguo di stagione. “Finché ci faranno giocare” si congeda sommessamente l’allenatore.
Torno nel mio spogliatoio. Tra poco meno di mezz’ora sarò di nuovo in campo per arbitrare un’altra partita. Preparo daccapo il taccuino. Stiro le gambe, cartellini nel taschino, fischietto in bocca.
3… 2… 1…
Si ricomincia. Finalmente.