Forme geometriche insolite, ombre quadrate su facciate antiche, un fascino insolito e inaspettato. È questa la Milano notturna di Davide Sibaldi, giovane regista milanese che a soli 28 anni può contare una lunga serie di cortometraggi e due lungometraggi all’attivo, oltre a diverse partecipazioni e premi a vari Festival. Un regista indipendente che non ha paura di usare un linguaggio estremo per raccontare la società di oggi, ben rappresentata dall’ostile metropoli milanese.

 

Nel suo film In guerra, la Milano metropolitana in cui è ambientata la storia diventa un vero e proprio personaggio, con il quale gli attori interagiscono. Perché questa scelta?

«La città come in quasi tutti i film è una metafora dell’animo del protagonista, di quello che prova. Il mio obiettivo era trovare luoghi di Milano che rappresentassero il suo stato, dal degrado estremo all’inizio della storia alla perfezione architettonica nel momento in cui il protagonista diventa consapevole dei propri blocchi e riesce a risolverli. Una condizione rispecchiata dalla città sia dal punto di vista visivo che temporale».

Infatti il film è girato quasi interamente di notte. Come definirebbe la Milano notturna e quali sono le sue potenzialità a livello cinematografico?

«Milano non è mai stata utilizzata molto nel cinema, perché è una città spesso ostile visivamente, per la sua durezza: le strade strette e i palazzi alti rendono difficile vedere il cielo. La luce spesso non ha quel calore californiano o anche solo romano. È una città fatta per lavorare in interni, gli esterni diventano visivamente affascinanti solo in alcuni momenti particolari, con alcune albe o quando c’è la neve. E poi di notte. L’architettura antica del centro città permette al buio di disegnare forme geometriche sugli edifici, di creare un mondo quadrato sulle facciate antiche mettendo in risalto le ombre delle statue dei fregi e dei mattoni. È come se Milano di notte avesse una personalità fumettistica che si colora di nero e giallo o dell’azzurro dei lampioni. Nel mio film è poi diventata una città fantastica, trasformando i colori delle strade in verde o rosso, una città che si fonde con il cielo. Insomma, scomponendola diventa una città unica».

C’è un quartiere che più rappresenta il suo modo di vedere la città?

«Milano, non essendo mai stata utilizzata tanto nel cinema, ha una serie di quartieri “vergini” dal punto di vista cinematografico che danno grande forza alle riprese: è come andare sulla luna, è come spiare un mondo mai visto. Penso alla Bovisa o a via dei Missaglia, dove ho effettuato molte riprese per i miei cortometraggi. È una strada bellissima di notte, l’opposto della metropoli, con le sue quattro corsie e i palazzi moderni in lontananza. Un luogo totalmente opposto rispetto alla Milano classica. Di notte questo stradone spesso deserto, regala “spettacoli” insoliti, come macchine degli anni ’60 che alle 4 di mattina passano tranquillamente in contromano. Da una certa ora diventa terra di nessuno».

Nella scelta delle ambientazioni quanto c’è del suo rapporto personale con Milano?

«Proprio in via dei Missaglia da ragazzino ho girato i miei primi cortometraggi seri con cui ho partecipato a molti festival, quindi ho un forte legame affettivo con quella zona. Alcune zone di Milano usate nel film In guerra sono legate al mio passato. Ma bisogna stare attenti in questi casi: proprio per la mia storia personale, vedo quei luoghi in modo diverso dallo spettatore e non devo confondere i due piani».

L’estate d’inverno si svolgeva interamente in una camera d’albergo, per In guerra invece ha scelto l’aperta notte milanese. Le ambientazioni rispecchiano il rapporto tra i personaggi in scena?

«Certo. Mentre ne L’estate d’inverno la suite rappresentava lo stato d’animo di una persona chiusa in sé stessa, nel secondo lungometraggio la città di notte inizialmente molto ostile non è una Milano cattiva, ma un lato del carattere del protagonista, che è in divenire. Ogni personaggio dei miei film rispecchia una parte della personalità del protagonista: il cattivo è la parte oscura, la ragazza la parte sensibile. In guerra parla anche dell’astrazione di chi vuole fare arte in un paese che può essere bloccante in un momento di crisi economica, un paese che genera paura, che spinge ad omologarsi e a lasciare i propri sogni per un lavoro sicuro. Oggi molti ragazzi rischiano di nascondere la propria parte creativa che è anche la loro anima».

Lei però non ha abbandonato il proprio sogno.

«Dopo L’estate d’inverno mi sono arrivate alcune richieste per un remake del film da parte di produzioni hollywoodiane, ma ho rifiutato per non correre il rischio di tagli e rimodellazioni che avrebbero potuto cambiare il significato originale. Per me non è una questione di denaro ma di idea artistica. Dopo In guerra alcuni produttori di Roma mi hanno proposto di girare altri film con star del cinema italiano, ma a me interessa raccontare storie libere da un punto di vista visivo e contenutistico. Voglio poter parlare in maniera estrema, dire quello che penso in un modo nuovo rispetto al cinema italiano di oggi. So che un certo tipo di film risultano difficili da capire se non realizzati. Ho bisogno di fiducia e per questo dopo il Festival di Torino ho deciso di distribuire da solo il mio film e lo faccio in maniera del tutto originale, in versione “human 4d”. In alcuni cinema infatti tolgo la colonna sonora lasciando dialoghi ed effetti sonori. Mentre il film viene proiettato, la colonna sonora viene suonata in sala da musicisti, mentre la voce narrante è recitata dal vivo, creando un effetto particolarissimo. Due persone vive che interagiscono con un film sonoro permettono alla mente dello spettatore di fondere due piani sensoriali diversi. Sia la proiezione classica che questa versione sono molto richieste. È un cinema rivoluzionario che difficilmente avrei potuto sperimentare se mi fossi affidato a qualche casa di distribuzione».

Cosa pensa di Expo e cosa potrebbe lasciare a Milano dopo il 31 ottobre?

«Non l’ho ancora visitata. Penso però che in periodo storico come quello attuale in cui con internet tutto è di tutti le tecniche innovative siano conosciute già in tutto il mondo. Non è più come nel 1900 quando in Nuova Zelanda non sapevano cosa era stato inventato in Inghilterra. Oggi basta un click. Le innovazioni di Expo in realtà sono già superate. Rimane l’idea di evento mediatico legato a un vecchio modo di pensare, che usa un tema forte per pubblicizzare Milano».