Una tensione incompleta verso il futuro. È con questa espressione che si può riassumere la visione su Milano di Igino Domanin, scrittore che nella città meneghina vive e lavora da più di 30 anni. Domanin, scrittore e filosofo, amante dei racconti e dell’ironia, è uno specialista dell’analisi della devastazione sociale e culturale della società umana e del luogo che la rappresenta, la città. Quella di Domanin non è però solo un’accusa, ma anche un tentativo di costruzione e di miglioramento contro la devastazione morale che coinvolge tutti.

Ne La legge di questa atmosfera, racconta una Milano del futuro, una distorsione grottesca della città di oggi. È così che immagina il futuro di questa città?

Nel futuro la vedo svilupparsi in intensità e in verticalità. Milano non ha una grande estensione e tenderà inevitabilmente ad addensarsi, come altre città nel mondo. Questa spinta dal punto di vista urbanistico creerà nuove aree e decreterà il tramonto del progetto urbanistico degli anni ‘70 e ‘80. Nel mio libro La legge di questa atmosfera ho descritto un bombardamento, ho immaginato un attacco terroristico a un quartiere simile alla Bicocca, un quartiere nuovo, luogo del fallimento dell’utopia urbanistica del passato. Molti di questi luoghi, nati dal riciclaggio di edifici della vecchia Milano sono privi di vita, anonimi, senza traccia di socialità. Tendono a essere autoreferenziali. Un tempo un quartiere nuovo era integrato nella prospettiva urbanistica generale. I nuovi quartieri di oggi invece sono improntati sull’ottica della griffe dei grattacieli, sulla firma, sul marchio riconoscibile.

Come ha visto cambiare Milano nel corso degli anni e arrivare al punto in cui è oggi?

Ho conosciuto Milano negli anni ’80: quando mi sono trasferito, ho trovato una convulsa effervescenza, un’ambiguità tipica degli anni pre-Tangentopoli, gli anni della Milano da bere. La fase storica attuale è impoverita. La città sta cambiando pelle, ci sono nuovi quartieri suggestivi ma artificiali. L’ultima scena del mio ultimo libro è ambientata in piazza Gae Aulenti, un luogo simbolo di quello che Milano è diventata. A volte sembra di stare a Singapore, ma senza l’elemento di aggregazione che ne fa un punto di riferimento.

C’è un quartiere che la rappresenta maggiormente?

Sicuramente Lambrate, un quartiere che ho vissuto attraverso la scuola delle mie figlie. La scuola e l’università caratterizzano molto questo quartiere. Ed è proprio in questi luighi che ti accorgi che la città sta cambiando, come tutto il sistema sociale, tramite la forte immigrazione. Mia figlia minore, soprattutto, è entrata in contatto con mondi molto distanti e ha imparato a comprendere il futuro che ci aspetta. Milano è ormai la fusione di persone che vengono da luoghi lontanissimi che devono dialogare tra loro. Un vecchio professore di filosofia mi raccontava come era il quartiere di Città studi e come è cambiato grazie presenza degli studenti, così diversi tra loro. Con il tempo è scomparso del tutto il vecchio tessuto industriale, i cui luoghi sono rimasti abbandonati oppure sostituiti da megastore, supermercati e centri commerciali.

Parlando di futuro non si può che parlare di Expo. Cosa pensa di questa manifestazione a metà percorso e cosa lascerà alla città?

Non ci sono ancora andato, quindi non posso esprimere un giudizio completo. Quel poco che ho potuto vedere mi ha ricordato diverse realtà urbanistiche che ho ammirato in giro per il mondo, da Hong Kong a Singapore. Proprio a Singapore ho visto un intero giardino composto da alberi identici all’Albero della Vita di Expo. Non ho visto grandi novità dal punto di vista architettonico, ma è molto importante che una città come Milano si sia aperta al mondo. Un segno tangibile di questa trasformazione è lo skyline della città, completamente trasformato. Per quanto riguarda il «dopo Expo» penso sarà importante trovare una funzionalità alle strutture esistenti. La nostra cultura è molto legata alla dimensione effimera degli eventi: le cose appaiono e scompaiono molto velocemente. Expo rappresenta l’apoteosi di questo tipo di eventi e rappresenta un rischio. Ogni evento deve farsi storia e sedimentarsi. Il tutto si fonde con il problema culturale. L’investimento sulla cultura a Milano in questi anni non è stato sufficiente. Mi aspetto che Expo sia uno stimolo alla nascita di progetti interessanti, non legati solamente alla speculazione immobiliare.