“Ero sul volo papale, di ritorno da Rio de Janeiro, il 28 luglio 2013 quando per la prima volta papa Francesco si sottopose alle domande dei giornalisti a bordo dell’aereo. Quando Francesco iniziò a rispondere c’era già la percezione di assistere a una piccola grande rivoluzione nella comunicazione dei papi”. Sono le parole di Lucio Brunelli, giornalista e storico vaticanista del TG2, poi direttore delle testate di Tv2000, la televisione della CEI, fino al 2018.

Papa Francesco si è più volte espresso sull’importanza della comunicazione e, da quando c’è lui, il modo di comunicare della Santa Sede è cambiato. Sintetico ed essenziale, grazie alla sua semplicità, il pontefice dal volto umano arriva dritto al cuore di chi lo ascolta. L’intervista rilasciata al conduttore televisivo Fabio Fazio a ‘Che tempo che fa’, oltre che siglare il record di ascolti del programma, con un picco di 8,7 milioni, ha acceso una maggiore attenzione sulle strategie comunicative.

Lucio Brunelli, come e quanto è cambiato il modo di comunicare della Santa Sede con l’arrivo di papa Francesco?

A quel tempo ero vaticanista del Tg2. Ricordo l’impressione che ci fece l’annuncio del responsabile della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, che il papa – di lì a pochi minuti – avrebbe risposto a qualsiasi nostra domanda e che non c’era bisogno di inviare in anticipo le domande, per il consueto vaglio, come si era fatto sino ad allora con i predecessori. E poi, la sorpresa ancora maggiore, quando Francesco iniziò a rispondere alle domande, con stile semplice e diretto, replicando senza reticenze a ogni domanda e stando in piedi per oltre un’ora, a diecimila metri di altezza, mentre l’aereo iniziava a sorvolare l’Oceano. Del resto, già la sera stessa dell’elezione, il 13 marzo 2013, quando il nuovo papa si presentò ai fedeli con quel “buonasera” che instaurava un clima di familiarità tra il successore dell’apostolo Pietro e il mondo, ci accorgemmo che questa piccola grande rivoluzione era già in atto.

Lucio Brunelli, vaticanista ed ex direttore delle testate di Tv2000: “L’intervista con Fazio ha un grande valore simbolico: esprime il desiderio di papa Francesco di entrare in contatto con mondi culturali e persone concrete che non sono raggiunti dalla predicazione cattolica”

Che valore simbolico ha l’intervista che il papa ha rilasciato a Fabio Fazio nella trasmissione di prima serata ‘Che tempo che fa’?

L’intervista con Fazio, in collegamento video da casa Santa Marta, ha un grande valore simbolico. In coerenza con lo spirito del pontificato esprime il desiderio del papa di entrare in contatto con mondi culturali e persone concrete che normalmente, in maggioranza, non sono raggiunte dalla predicazione dei sacerdoti nelle parrocchie o dai media cattolici.

Ci sono stati giudizi negativi per questa apparizione?

Alcuni commentatori, animati da pregiudizio verso papa Bergoglio, appena appresa la notizia si sono stracciati le vesti, scandalizzati, sostenendo che in questo modo Francesco desacralizzava il ruolo del papa; il sacro, secondo loro, richiede per sua natura la “separatezza”.Questi commentatori dimenticano però che il dato originale, specifico, della religione cristiana è l’incarnazione: un Dio che si fa uomo, mescolando in modo inscindibile la sua divinità e la nostra umana natura.

Non crede abbiano senso queste accuse, dunque?

Se Francesco si fosse limitato a dire parole di buon senso o politicamente corrette su temi come immigrazione ed ecologia, certe critiche sui rischi di omologazione del papa a un personaggio mediatico qualsiasi, applaudito nei salotti radical-chic, potevano avere un senso. Ma non è stato così. Oltre alle denunce forti sui temi sociali e politici Francesco ha potuto raccontare la sua fede, riflettere sul tema del male e sul dolore innocente, spiegare cosa è la preghiera.I temi profondi del cristianesimo insomma. E tutto questo senza mai assumere un tono predicatorio, ma sempre con linguaggio spontaneo, non retorico, popolare ed empatico.

In questo cambio di strategie comunicative, quanto merito va attribuito all’attuale direttore della comunicazione della Santa Sede, il giornalista Paolo Ruffini?

Ruffini risponderebbe: nessun merito perché il papa gestisce da solo la sua comunicazione, senza riunioni di brain-storming che pianificano strategie a breve o a medio termine. In buona parte effettivamente è così. Ma la presenza di un professionista come Ruffini a capo del Dicastero della comunicazione della Santa Sede – il primo laico a ricoprire tale incarico – non può essere sottovalutata. È stato tra l’altro direttore proprio di Rai3 (con Fazio sono rimasti buoni amici) e di comunicazione certo si intende. È inoltre uomo di semplice e profonda fede, esperienza che lo porta a vivere senza inutili protagonismi il suo ruolo, ma con spirito di servizio senza la pretesa di ‘governare’ il papa.

Papa Francesco, che afferma di non vedere la televisione, davanti alle telecamere ci sa stare: il suo modo di porsi e la semplicità del linguaggio catturano lo spettatore. Qual è la differenza con i suoi predecessori?

È vero che papa Francesco non vede la televisione. Non è che i suoi predecessori stessero sempre davanti al piccolo schermo ma, ad esempio, sia Wojtyla sia Ratzinger erano soliti la sera guardare le notizie del tg1. Bergoglio no, ma si tratta di un voto personale risalente a quando era vescovo di Buenos Aires. Tra l’altro, in quegli anni, lo dico per esperienza diretta, rilasciava raramente interviste e non cercava la ribalta mediatica. Eppure, davanti alle telecamere riesce ad essere naturale e buca con immediatezza il video. Non ha studiato né fatto corsi accelerati di comunicazione televisiva. Anzi, ritengo che in tv “funziona” proprio perché è sé stesso, senza pose o finzioni. Questo è un dono naturale. Ma dice anche della qualità della esperienza cristiana che lui vive come un arricchimento dell’umano, non come “ceppi e catene” imposti all’affettività e alla ragione.

Quindi ogni papa ha un suo stile?

Diciamo di sì, perché ogni papa ha il suo temperamento e la sua storia. Wojtyla da ragazzo aveva calcato le scene del teatro rapsodico di Cracovia, conosceva l’arte della recitazione e anche per questo non era intimorito davanti al pubblico e riusciva con facilità a catturarne l’attenzione. I modi possono mutare, ma ciò che conta è, in ultima analisi, il contenuto che si comunica.Ratzinger nasce come teologo e professore, più a suo agio con i libri e gli studenti che con le masse; ha un carattere timido e questa timidezza poteva essere malintesa come distacco; comunicava sicuramente meglio con gli scritti (i suoi testi di catechesi restano un tesoro prezioso), o nel dialogo personale, a tu per tu. I modi possono mutare, la “resa televisiva” anche, ma ciò che conta è in ultima analisi il contenuto che si comunica. E tutti gli ultimi papi hanno comunicato con grande verità la fede in Cristo all’uomo d’oggi: sono bastati 33 giorni e un sorriso che nasceva nel cuore, a papa Luciani, per restare nella storia.

Il papa nel messaggio di quest’anno per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali ha chiesto di ascoltare. Cosa significa questo invito per i comunicatori?

Significa, secondo me, in primo luogo, non restare mai prigionieri dei propri schemi. Restare aperti alla realtà e alle sue sorprese. “Solo lo stupore conosce” diceva nel IV dopo Cristo un grande pensatore cristiano, Gregorio di Nissa.Ascoltare la realtà, senza la pretesa di sapere già l’inizio e la fine di ogni storia. Solo così comunichiamo cose interessanti. E riscopriremo anche gusto e passione per il nostro mestiere.