Ogni volta che a Milano qualcuno pronuncia il cognome Jannacci, a ogni persona dai 20 anni in su scappa un sincero sorriso. Non è un caso ovviamente: è forse il più grande regalo che Enzo prima e Paolo ora fanno alla città: far ridere e dimostrare come più di ogni altra cosa quella risata possa fare la differenza.

OggiPaolo Jannacci ha 48 anni, e se non fosse stato per il Covid-19 sarebbe al Teatro Piccolo di Milano con Stefano Massino e Daniele Moretto con “Storie”, uno spettacolo teatrale fatto di vicende “che aspettavano solo di essere raccontate” come ha spiegato la critica.

L’ultima volta che “Storie” è andato in scena è stato il 17 ottobre, appena prima della chiusura disposta dal Governo. Parlando di quell’ultima volta, Jannacci ricorda la sua sensazione “duplice. Se da un lato abbiamo avuto la fortuna di rimanere sul palco fino all’ultimo giorno, – dice – dall’altro ci siamo dovuti ritirare con uno spettacolo rodato e che funzionava benissimo”.

E proprio quel 17 ottobre, mentre loro andavano in scena allo Studio Teatro Melato, a una manciata di metri di distanza, nel piazzale antistante al Teatro Strehler, accadeva qualcos’altro. Paolo Rossi, altro pilastro della cultura milanese, manifestava tutta la sua amarezza nei confronti delle misure prese nei confronti del teatro con una protesta pacifica. E quando a Paolo Jannacci si chiede cosa pensa di questo, la sua posizione racconta il personaggio meglio di qualunque biografia.

Per Paolo Jannacci, la pandemia “è una condizione che ti mette con le spalle al muro”. Ma confida nel mondo della cultura milanese a cui spetta “di rialzarsi dopo una tragedia, una difficoltà, una guerra. Milano è sempre riuscita a farlo”

“Io non posso che appoggiare la categoria – afferma -, ma cerco sempre di fare la mia parte al livello istituzionale.Non si può dimenticare che un elemento pandemico va al di là dell’elemento politico o umano che sia. È successo, cosa possiamo farci? Ognuno deve cercare di reagire a questo momento di difficoltà. Posso capire che sia duro fermarsi, anzi lo so. Ed è spaventoso, preoccupante. Però è una condizione che ti mette con le spalle al muro”.

Nonostante lo spirito ottimista che, come lui stesso tiene a sottolineare, lo contraddistingue da sempre (“io sono un positivone”), rimane del parere che per quanto le statistiche possano fare il teatro un luogo sicuro per definizione, fermarsi è stata comunque la scelta giusta. “È un colpo al cuore vedere la Scala fermarsi o il Piccolo sospendere le rappresentazioni, – dice – ma è necessario.È dura, ma a un certo punto bisogna fare affidamento sul nostro buon senso e sulla capacità di riflessione, oltre che sull’elemento scientifico”.

Secondo Jannacci questo sarebbe un problema sostanziale per la cultura se questa situazione dovesse durare per anni perché “si comincerebbe a dimenticare l’estetica, la ricerca artistica pura”. In qualche modo, il musicista fa riferimento alla possibilità di costruire un’idea di futuro che sia condivisa, nella quale l’arte e la cultura ricoprono un ruolo chiave, che “rende la parola piena di significato futuribile”.

E per Jannacci non una cultura qualsiasi ma la cultura milanese in particolare. A questa spetta un compito particolare, “quello di rialzarsi dopo una tragedia, una difficoltà, una guerra. E Milano è sempre riuscita a farlo, l’ha fatto con le barricate e con la rivoluzione a contrastare l’impero austriaco, e lo farà anche stavolta”.“Dopotutto il milanese è questo: è quello che cerca con i suoi mugugni e con il suo momento istrionico di rimboccarsi le maniche e portare avanti il suo lavoro aiutando gli altri”.

Come per tutti, il lockdown di Paolo Jannacci è stato caratterizzato dall’incertezza, quell’incertezza che “è come una nebbia”, che non ti consente di guardare lontano e che per questo mina la creatività. “Si entra in un momento di stasi – confessa – in cui ci si sente spaccati a metà, non si riesce a guardare in prospettiva e il processo creativo è dimezzato al 50%”.

E se il processo creativo rallenta, quello di messa in scena deve adattarsi alle esigenze del 2020 e vivere di streaming. O almeno provarci, come racconta Jannacci.Anche lui, nel periodo più difficile della prima quarantena, ha provato a mettere in scena diretta Instagram, suonando e cantando alcuni dei brani suoi e di suo papà più amati dal pubblico, “però – racconta – qualcosa è andato storto.Mentre suonavo Prete Liprando, uno dei brani di mio papà che io non avevo mai fatto dal vivo, arrivato al verso de “la brace rossa come rossa sono tutte le facce”, il mio cellulare ha preso fuoco. Si è spento perché aveva raggiunto una temperatura troppo elevata e ho dovuto metterlo in freezer per riuscire a riutilizzarlo”. Un aneddoto alla Jannacci, che il cantautore racconta ridendo nonostante dice di essere stato arrabbiato con la tecnologia per più di sei mesi. “Perché un artista anche quando va in streaming, pensa prima di tutto allo spettatore che guarda, e dai il massimo dal punto di vista interpretativo anche se sei davanti al telefonino”.

Nonostante Jannacci abbia sopperito alle esibizioni dal vivo con quelle in streaming, mandando a fuoco anche un telefonino, spera che qualcosa cambi a Natale, anche per il mondo dello spettacolo: “Sono ottimista e lo sarò fino alla fine: la malinconia da Covid la tengo solo per me”

Jannacci dice di non voler nemmeno provare a immaginare cosa sarà del teatro e dello spettacolo nei prossimi mesi. Si concede “un lusso”, come dice lui stesso, “sperare che questo sia sempre un elemento transitorio, e che sia il più breve possibile. Una bambinata forse, ma che scelgo di concedermi”. E, a suo dire, il Natale, la festa dei bambini per eccellenza, dovrà essere un momento di grande riflessione, intima e culturale. Nel caso degli artisti, la riflessione deve essere quasi deontologica, di riflessione sulle regole morali che devono essere fondamento della professione. “Eppure sono ottimista, e lo sarò fino alla fine.Il lato negativo, la malinconia, la tengo per me, la sfrutto per il mio processo creativo, per interpretare l’arte e la vita. Un po’ come un clown, che sfrutta la sua vita di sofferenze per creare, ma che poi vive per quel momento, per quella scintilla che una risata o un applauso possono infondere”.