Venti milioni di iraniani hanno seguito la campagna elettorale su Telegram, l’applicazione di messaggistica istantanea che ha più diffusione della televisione di Stato. «Raggiungere le persone e convincerle a votare attraverso lo smartphone è più semplice che stampare volantini», ha spiegato Ali Alemi, studente della Islamic Azad University.

La chat permette di scambiarsi informazioni e considerazioni sul futuro del Paese, oltre che visualizzare i video di YouTube altrimenti proibiti. Ma il motivo per cui Telegram riscuote tanto successo è un altro: all’apparenza non sembra né controllata, né bloccata dalle autorità iraniane. L’Iran, insieme alla Cina, è uno dei Paesi dove la censura di Internet è più forte.

Se Telegram si propone come una delle applicazioni più sicure e attente alla privacy degli utenti, in realtà i suoi contenuti sembrano essere filtrati. Alla domanda della stampa internazionale se gli elettori iraniani fossero al sicuro usando l’app, il suo fondatore Pavel Durov si è rifiutato di rispondere. Segno che forse Telegram non è del tutto al riparo da censure e backdoor governative.

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