Nonostante una pausa elettorale durata più di dieci giorni, la campagna per le primarie presidenziali dei democratici continua ad animare il dibattito negli Stati Uniti. Oggi gli elettori tornano a votare in Nevada, uno degli Stati che meglio rappresenta le tante sfaccettature all’interno dell’universo americano; emblematico in tal senso il volantino pubblicato dalla Culinary Workers Union, il sindacato dei cuochi, in cui veniva sconsigliato, a oltre 130mila persone fra membri della union e dei loro familiari, di votare per Elizabeth Warren e soprattutto per Bernie Sanders, il candidato a oggi favorito nei sondaggi. Il perché è presto detto: si tratta di due politici che, fra i principali punti in programma, hanno quello del Medicare for All, cioè una sanità pubblica che abolirebbe di fatto la Culinary Healthcare di cui godono a oggi gli iscritti alla CWU; e, come evidenzia Marco Sioli, professore di American history and politics presso l’Università di Milano, “è storicamente provato che, nel momento in cui riesci ad avere un’assicurazione sanitaria privata legata al lavoro, ti chiedi come si possa garantirla a tutti”. Quella che negli anni la CWU è riuscita a negoziare è infatti un tipo di copertura sanitaria dai più reputata eccellente, con costi molto ridotti per i propri lavoratori. “Sono d’accordo con la union – commenta John Rowe, professore di Health policy alla Columbia University – quando sostengono che Medicare for All garantirebbe ai propri membri una minore copertura sanitaria a dei costi maggiori”.

Un sindacato, quello della CWU, peraltro composto a maggioranza da latino-americani – e che rappresentano a loro volta una porzione importante dell’elettorato dem in Nevada – ovvero quelli più lontani da candidati moderati e in ascesa come Buttigieg e Bloomberg. A tal proposito, giovedì si è tenuto un nuovo dibattito, che ha visto la presenza, per la prima volta, proprio di Bloomberg; il quale non ne è uscito benissimo, subendo soprattutto gli attacchi di Warren, che l’ha incalzato sugli svariati accordi di riservatezza con cui il miliardario ha chiuso molte accuse di discriminazioni di genere all’interno delle sue aziende; un’inversione di tendenza per la senatrice del Massachusetts, tanto da risultare al momento seconda nei sondaggi nel Nevada, con il 16% secondo RealClearPolitics. “Bloomberg rappresenta non pochi problemi fra i democratici, per via del suo passato repubblicano – sottolinea Raffaella Baritono, che insegna Storia e politica degli Stati Uniti all’Università di Bologna – e questo può rinvigorire di certo l’appoggio della parte più progressista nei confronti di Warren, specie per quella fetta di elettorato che si rende conto che Sanders non sarebbe il candidato vincente in caso di elezioni generali”.