Di recente nelle sale cinematografiche italiane è stato distribuito Citizen Kane, o Quarto Potere, un film concepito dalla mente di Orson Welles e pietra miliare della storia del cinema. Eppure, quando venne proiettato per la prima volta nelle sale americane nel 1941, la pellicola subì il boicottaggio di William Randolph Hearst, barone della stampa americana sulla cui vita era basato il suo protagonista Charles Foster Kane, un magnate dei media senza scrupoli.

Hearst era all’epoca il proprietario del più grande impero mediatico del Paese, che comprendeva decine di giornali e numerose stazioni radio. La sua carriera inizia in California quando il padre senatore gli affida la direzione del San Francisco Examiner, un giornale locale che il figlio risolleverà dalla crisi, aumentandone considerevolmente la tiratura. Ma la California non bastava al giovane e rampante editore, che decide di trasferirsi a New York dove acquista il New York Journal.

Ritorna nelle sale cinematografiche Citizen Kane, pellicola ispirata alla parabola del magnate della stampa americana William Randolph Hearst, inventore di un giornalismo personalistico e finalizzato solo alla crescita del suo gruppo editoriale

Lo stile del Journal era un giornalismo gridato, con enormi titoli in prima pagina e corredato da ampie immagini rispetto allo stile sobrio e ingessato degli altri quotidiani. Ma la vera novità era l’utilizzo di notizie esagerate, a volte infondate o addirittura inventate, il cui scopo era aumentare quanto più possibile la vendita del giornale, che più un semplice mezzo di informazione ma un prodotto che doveva essere venduto, anche a costo di distorcere i fatti; questo tipo di giornalismo porterà Hearst in rotta di collisione con l’altro grande magnate della stampa di New York, Joseph Pulitzer. I due daranno il via ad una spietata guerra editoriale senza esclusione di colpi, tra i quali portare all’estremo una qualunque notizia pur di superare il numero di copie venduto dall’altro.

 

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William Randolph Hearst e Joseph Pulitzer

 

Questo modo di fare informazione diverrà poi noto come yellow press, e prenderà il suo nome dalla fortunata serie di fumetti At the Circus in Hogan’s Alley, ideata da Richard Felton Outcault per il World di Pulitzer, poi passato dietro lauto compenso al Journal di Hearst. Il personaggio principale di questa serie si chiamava Mickey Dougan, anche noto come “Yellow Kid”, un ragazzetto completamente rasato con indosso soltanto una vestaglia gialla, le cui avventure erano ambientate soprattutto nei bassifondi di New York e raccontavano la dura vita della povera gente della metropoli.

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Un immagine del personaggio dei fumetti Yellow Kid

Per il suo proprietario l’impero editoriale era diventato soprattutto un mezzo di promozione personale, che Hearst pensava di utilizzare per promuovere la sua carriera politica e le sue idee. Il Journal sarà infatti in prima linea nel favorire l’intervento militare americano a Cuba contro la Spagna, fortemente voluto da Hearst, distorcendo ed esagerando i fatti sulle presunte atrocità dei colonizzatori spagnoli per spingere gli Stati Uniti in un intervento “umanitario”, sfruttando l’esplosione della corazzata USS Maine nel Porto di l’Havana per accusare la Spagna di aggressione contro Washington, e dunque spingere il governo all’entrata in guerra. «E’ un po’ come quando il segretario Powell tenne il suo discorso all’ONU con una fiala di antrace in mano per dire che l’Iraq possedeva armi di distruzione di massa, usando quindi una notizia falsa, per giustificare l’entrata in guerra», spiega Marco Sioli, docente di storia americana a Milano.

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La prima pagina del New York Journal in cui si accusa la Spagna di aver affondato la Uss Maine

 

Attraverso i suoi giornali, Hearst sfrutterà inoltre le accuse di corruzione contro la classe politica americana per screditare i suoi nemici. Se da un lato questo tipo di reporting è stato l’inizio del moderno giornalismo di inchiesta, per Hearst era solo un modo come un altro per abbattere gli avversari che tentavano di ostacolarlo nella sua carriera politica, una carriera che di fatto non decollerà mai, anche a causa delle sue stesse posizioni ideologiche. Il tycoon della stampa, infatti, non esiterà ad ospitare sul suo giornale articoli favorevoli alla Germania nazista e accaniti editoriali contro il presidente Franklin Delano Roosevelt. Secondo Giovanni Gozzini, storico del giornalismo, questa è l’eredità più pesante e duratura lasciata dal giornalismo di Hearst: «Quando il giornalismo non è più servitore civile ma diffusore di un’ideologia o un trampolino di lancio per una carriera politica perde il senso della sua missione: raccontare i fatti».

A lungo andare, questo modo di fare iniziò a stancare i suoi lettori e la crisi economica del 1929 inferse un duro colpo all’impero editoriale: diversi giornali dovettero fondersi e alcuni vennero chiusi, oltre al fatto che il budget era stato messo a dura prova da alcuni investimenti azzardati e dalla stessa megalomania di Hearst, rappresentata in modo lampante dal sontuoso castello in marmo che si fece costruire in California e dalla sua immensa collezione di opere d’arte, tutte spese che contribuiranno alla perdita di potere del magnate, sulla cui figura restano più ombre che luci.

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Una vista del castello di Hearst a San Juan in California, per molte persone il simbolo della megalomania del magnate