Mattia Miraglio fa parte della generazione che ha subito il fascino di Into the Wild: zaino in spalla e via verso un viaggio che cambia la vita. Cinque anni tra panorami e paesaggi mozzafiato, un’avventura incredibile in giro per il mondo. Partito da Savigliano, in provincia di Cuneo, Mattia ha camminato attraverso Europa e Asia arrivando fino in Nuova Zelanda. Per problemi economici ha interrotto a metà il suo itinerario, ma l’obiettivo è riprendere presto l’avventura e calpestare tutti i continenti.


Com’è nata l’idea di compiere il giro del mondo a piedi? 

«L’idea è nata dal bisogno di vivere un’esperienza unica capace di darmi nuova forza ed energia. Non riuscivo a trovare la mia strada e mi mancava la giusta carica per iniziare con entusiasmo la giornata. Ho cominciato a viaggiare presto, appena maggiorenne, prima in Spagna e poi in Inghilterra lavorando per qualche tempo a Londra. Tornato a casa, ho deciso che sarei partito e avrei vissuto in prima persona i viaggi incredibili di Tiziano Terzani. Ho iniziato dalla Via Francigena partendo da Savigliano, il mio comune, diretto verso Roma. Una notte ho deciso di non fermarmi in un ostello, ma di accamparmi con la tenda in mezzo alla natura. È stata un’esperienza molto forte, ma bellissima. Tutto è partito da lì, l’idea di girare il mondo e di farlo camminando».

Segue un programma di viaggio rigoroso? Qual è la media di cammino al giorno?

«Prima di partire ho preso una matita e ho tracciato l’itinerario: 50mila chilometri in cinque anni, toccando quanti più Paesi possibili. La mia media di cammino è di 30 chilometri al giorno: un buon risultato considerando che viaggio con un carretto che pesa dai 50 ai 90 chili. Quando il tragitto non è montagnoso, riesco a percorrere anche tratti molto più lunghi».

Un’impresa del genere richiede un allenamento fisico molto intenso prima di mettersi in marcia. Come si è preparato?

«Non ho fatto niente di particolare. Ho ripulito il mio corpo mangiando integrale, smettendo di bere e fumare. Ho iniziato a correre per 10-20 chilometri al giorno, alternando lunghe camminate di 30-35 chilometri. Per un’avventura come la mia si può partire anche senza allenamento: il corpo si abitua strada facendo e le prestazioni migliorano con il tempo».

Immagino che il dolore fisico, in un’avventura tanto impegnativa, sia uno strano compagno di viaggio. Come ha imparato a conviverci? Quanto ha disturbato la sua estasi interiore?

«Il dolore è appagante: ti trascini, ma sei felice» «Dopo un po’ che cammini capisci che il dolore fa parte dell’avventura che stai vivendo. È un campanello di allarme importante che ti aiuta a capire i tuoi limiti. Piano piano impari ad abbracciarlo e ad apprezzare ancora di più la sua assenza. Ho avuto parecchi acciacchi fisici, soprattutto ai piedi e alle ginocchia. Ho passato quasi un terzo del viaggio con problemi seri di dissenteria e il rischio di disidratazione. Il dolore è una fatica che ti appaga: ti trascini, ma sei felice».

Quando ha avuto i primi problemi con il suo corpo?

«Ho avuto i primi problemi in Georgia e Armenia, prima di arrivare in Iran. A Tabriz, nei monti Sahand, ho dovuto prendere un mezzo di trasporto perché le mie ginocchia erano a pezzi. Mi sono reso conto della serietà del problema soltanto quando sono arrivato a Teheran: le mie ginocchia erano gonfie come meloni e hanno dovuto drenarmi l’infiammazione articolare».

© Mattia Miraglio

© Mattia Miraglio


Spesso attivando parti nascoste della mente scopriamo in noi risorse incredibili. Quanto conta l’allenamento mentale per ottenere certi risultati?

«L’allenamento mentale conta più di quello fisico. Quando vaghi per ore nel deserto ti ritrovi in uno stato di meditazione, percorri distanze molto lunghe senza rendertene conto ed entri in un flusso continuo di pensieri. Il corpo ti dice di smettere quando sei stanco e dolorante: tutto quello che continui a fare lo devi alla mente, alla persona che sei e agli obiettivi che ti sei posto».

Come cambia il suo modo di camminare in base ai paesaggi e ai territori attraversati?

«In India i fedeli indù celebrano la Pūjā alle 4 e mezza del mattino e il baccano è assordante» «Ogni nazione presenta il suo tipo di territorio e nei primi giorni può esserci qualche difficoltà ad adattarsi. Inoltre ogni cultura ha la sua routine e ogni Paese le sue tradizioni: cambia il modo di mangiare, cambiano le energie e di conseguenza anche il modo di camminare. In India, per esempio, i fedeli indù celebrano la Pūjā alle 4 e mezza del mattino e il baccano è assordante. La sveglia all’alba, il cibo molto piccante e l’acqua sporca non aiutano il corpo a recuperare le energie perdute. Nel deserto australiano, invece, mangi soltanto scatolette di tonno e le alte quantità di mercurio possono creare problemi di salute».

In che cosa consiste il suo equipaggiamento?

«Ho comprato un carretto per non distruggermi la schiena con lo zaino. Contiene giusto lo stretto indispensabile: la tenda quattro stagioni, il sacco a pelo, il fornello portatile, qualche maglietta, un pantalone invernale e uno estivo, un paio di scarpe di riserva, il pc portatile e il binocolo, l’acciarino, le pastiglie di sodio per ripulire l’acqua e un kit di sopravvivenza per medicarmi».

Qual è la spesa media giornaliera?

«Spendo in media dieci euro al giorno. Ci sono giorni in cui magari ne spendo venti, perché devo comprare da mangiare o dormire in ostello. La vita, soprattutto in Asia, costa poco: tanto cibo da strada e qualche espediente sono la soluzione giusta per risparmiare».

Durante il viaggio le è mai capitato di avere problemi economici? Come li ha risolti?

«Ho iniziato ad avere qualche problema economico in India e Nepal. In Nuova Zelanda mangiavo un solo pasto al giorno e di notte nell’ostello rubavo gli avanzi degli altri viaggiatori. Per cominciare l’avventura ho dovuto vendere la macchina: sono partito con la consapevolezza che i miei risparmi non sarebbero bastati e sarei dovuto tornare per cercare dei finanziamenti».

© Mattia Miraglio

© Mattia Miraglio


Quali tappe dell’itinerario ha già toccato?

«Sono partito da Savigliano e ho attraversato il nord Italia fino ad arrivare a Gorizia, al confine con la Slovenia. Ho passato la regione del Caucaso e sono giunto in Croazia e Serbia, toccando le capitali. Dalla Bulgaria mi sono spinto fino in Turchia, a Istanbul, e poi passando per il Mar Nero sono arrivato in Georgia e Armenia. Ho proseguito verso l’Iran fermandomi a Teheran per un mese e mezzo. Purtroppo non sono riuscito a ottenere il visto per il Pakistan e ho dovuto prendere un aereo fino a Nuova Delhi, in India. Da lì ho attraversato il Bangladesh e sono giunto a Katmandu, in Nepal. Non sono potuto passare per la Birmania e ho dovuto prendere un secondo aereo per la Thailandia. Da Bangkok sono sceso fino in Malesia e Singapore, dove ho preso un traghetto per l’isola di Batam. Cinquanta ore di traversata su una nave mercantile mi hanno poi condotto a Giava. Da Bali sono partito alla volta dell’Australia, dove ho trascorso tre mesi nel deserto prima di arrivare in Nuova Zelanda».

Tra tutti i Paesi che ha visitato quale l’ha colpita di più?

«La Georgia e l’Armenia sono state la sorpresa più grande a livello di paesaggio. Si tratta di Paesi poco conosciuti, ma estremamente interessanti. L’Iran e il Nepal mi hanno colpito molto per la loro ospitalità, tutti erano molto gentili e disponibili. L’India, invece, mi ha deluso per le enormi contraddizioni al suo interno. Pensavo di trovare molta spiritualità, soprattutto a Varanasi, ma la maggior parte delle persone era molto terrena e concreta. L’alba sul Gange è stata un’esperienza spettacolare, così come assistere alla cerimonia del Ganga Aarti. Ho trovato la vera spiritualità nel Deserto Simpson, in Australia: non c’era niente, mi sentivo libero e in perfetta solitudine».

Partendo si lasciano luoghi e amici per incontrare nuovi mondi. Tra tutte le persone che ha conosciuto quale le ha lasciato un’impronta significativa?

«Uno svedese mi ha insegnato a vedere la vita in modo diverso e ad arrabbiarmi di meno» «In Iran ho conosciuto un ragazzo di nome Amir, un incontro che mi ha cambiato la vita. La sua famiglia mi ha ospitato per un mese e mezzo trattandomi come un figlio e dandomi una preziosa lezione di accoglienza. In Nepal ho fatto amicizia con un irlandese che ha deciso di vivere come un eremita. Infine, sulla nave mercantile diretta a Giava ho conosciuto uno svedese che mi ha insegnato il valore delle cose e a non buttare via niente. Insieme abbiamo attraversato l’Indonesia fino all’Australia: mi ha aiutato a vedere la vita in modo diverso e ad arrabbiarmi di meno».

Un’impresa del genere deve avere della solide basi, come la consapevolezza di quel che si lascia e di quel che si vuole trovare. Le capita mai di sentirsi solo o avere paura?

«Cerco la solitudine perché mi piace molto starmene per i fatti miei. Avrei voluto condividere alcuni momenti, come un bel tramonto, con la mia ragazza. Per il resto, non partirei mai in coppia con qualcuno. La paura, invece, è una sensazione costante che non ti abbandona mai. Ti mantiene in vita: dormi con un occhio semi aperto e non abbassi mai la guardia».

Le ragioni di una scelta come la sua non sono semplici da raccontare, immagino. Spesso si parte alla ricerca di se stessi. Viaggiando ha trovato quello che stava cercando? 

«Purtroppo no. Me ne sono accorto soltanto ora tornando a casa per qualche tempo. Molta di quella pazienza che ho conquistato con fatica mi sta abbandonando e l’ansia di un tempo sta tornando a galla. Certo, ho ancora molto tempo per diventare una persona saggia, ma sono sempre alla ricerca – come scriveva Terzani – della verità. Sono consapevole che la strada è lunga, ma viaggiando ho imparato a essere più sicuro di me stesso e a sopravvivere nella vita di tutti i giorni».