Il mondo del calcio è ancora in lacrime. Il 2022 si era chiuso portandosi via Sinisa Mihajlovic e Pelé e ora il nuovo anno si apre con la scomparsa di un altro grande campione, Gianluca Vialli. L’ex centravanti  di Sampdoria, Juventus e Chelsea, nonché attuale capo delegazione della nazionale si è spento a soli 58 anni in una clinica di Londra, dove era ricoverato da alcune settimane a seguito del peggioramento del tumore al pancreas. Una malattia subdola, di quelle che raramente lasciano scampo, contro la quale Vialli ha lottato fino all’ultimo con grande dignità. Una battaglia iniziata nel 2017 con un’operazione e 14 mesi passati a fare sedute di radio e chemioterapia. Cure che inizialmente si sono rivelate efficaci e nel 2018 Gianluca ha deciso di raccontare a tutti la sua esperienza: «Io con il cancro non sto facendo una battaglia perché è un avversario più forte di me. Vedo la malattia come un ospite indesiderato che spero un giorno possa lasciarmi in pace». Ma oltre ad infondere speranza, il bomber azzurro ha sempre cercato di essere un esempio per tutti coloro che erano nella sua condizione. «Racconto la mia storia perché vorrei che qualcuno un giorno mi guardasse e mi dicesse “è anche per merito tuo se non ho mollato”». Nel frattempo il bomber azzurro, pur visibilmente debilitato dal punto di vista fisico, è andato avanti e dal 2019 ha fatto parte dello staff della nazionale, in un cammino che ha toccato il punto più alto con la vittoria dell’Europeo 2021. ll male però poi è tornato ad aggredire poco più di un anno fa e il 14 dicembre scorso Vialli ha comunicato la «Sospensione, in modo temporaneo, degli impegni professionali per utilizzare ogni energia contro la nuova fase della malattia». Un messaggio preoccupante, seguito a stretto giro dalle notizie del peggioramento delle condizioni, fino a giungere al terribile epilogo di oggi.

Nato a Cremona nel 1964, Vialli lascia i genitori, 4 fratelli, la moglie e le due figlie ancora minorenni: «Vorrei sopravvivere ai miei genitori e portare le miei figlie all’altare», aveva detto l’ex bomber durante un’intervista.

Ma Gianluca Vialli, oltre per il carattere con il quale ha affrontato il tumore, va senza dubbio ricordato per quello che è stato come giocatore. Sia per il suo enorme talento e senso del gol (sono oltre 160 le reti messi a segno in carriera), sia per i numerosi e importanti titoli conquistati indossando maglie diverse. La sua storia da calciatore inizia prestissimo: il padre Gianfranco e gli allenatori del Pizzighettone ne intuiscono le enormi potenzialità e così a 14 anni Vialli è già di proprietà della Cremonese, la squadra (all’epoca in Serie C) della sua città natia. Nel 1980 debutta in prima squadra e dopo alcune stagioni vissute tra alti e bassi, nel 1984 trascina il club grigiorosso alla riconquista della Serie A, che mancava da 54 anni.

Nello stesso anno passa alla Sampdoria, con la quale conquista la Coppa Italia al termine della stagione. Tuttavia, per l’esplosione definitiva devono passare ancora due anni: nel 1986 sulla panchina blucerchiata si siede Vujadin Boskov che ha l’intuizione di invertire la posizione in campo di Vialli con quella di Roberto Mancini. L’intesa tra i due diventa devastante e i “Gemelli del gol” trascinano la Sampdoria: altre due Coppa Italia, una Coppa delle Coppe nel 1990 (primo titolo europeo per il club blucerchiato) e soprattutto lo Scudetto conquistato nel 1991, con Vialli che si aggiudica anche il titolo di capocannoniere del torneo con 19 reti. Nel 1992 però arriva quella che forse è la più grande delusione della carriera: la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni contro il Barcellona, in quella che Gianluca sapeva essere l’ultima gara con la maglia della Sampdoria.

Nella stessa estate passa alla Juventus per 40 miliardi di lire (cifra più alta spesa per un calciatore fino a quel momento). Coi bianconeri ottiene la definitiva consacrazione: in quattro stagioni mette a segno 53 gol e vince un’altra Coppa Italia, una Coppa Uefa, uno Scudetto e soprattutto, nel 1996, quella Champions League sfuggitagli quattro anni prima.

Ha vinto tutto con le maglie di Sampdoria, Juventus e Chelsea. Coi suoi oltre 160 gol è considerato uno dei centravanti italiani più forti di sempre. In nazionale ha avuto meno successo ma è stato uno degli uomini simbolo per la vittoria dell’Europeo 2021, nel ruolo di capo delegazione azzurro accanto all’amico e Ct Roberto Mancini.

La carriera di Vialli si chiude con l’esperienza al Chelsea, dove approda nel 1996 vincendo subito l’FA Cup. A Londra diventa famoso soprattutto per il ruolo, molto raro soprattutto nel calcio di altissimo livello, di allenatore-giocatore che gli viene assegnato nel 1998. Nonostante lo scetticismo di molti Gianluca dimostra di saper svolgere al meglio il doppio incarico e sotto la sua guida i “Blues” vincono altri tre trofei, tra cui la Supercoppa Europea contro il Real Madrid nel 1998. Nel luglio 1999 dà l’addio al calcio giocato e la sua avventura come tecnico del Chelsea si chiude con l’esonero avvenuto un anno dopo. Dopo una breve parentesi sulla panchina del Watford, conclusasi nel 2002, Vialli non ha più svolto il ruolo di allenatore.

Se come calciatore di club ha vinto tutto e segnato tanto, Gianluca non ha avuto la stessa fortuna con la maglia della nazionale. Tra incomprensioni coi vari CT, problemi fisici in concomitanza degli eventi principali e forte concorrenza Vialli non ha mai veramente lasciato il segno in nazionale. Due Mondiali e solo un Europeo disputati, 16 gol e nessun trofeo vinto, col terzo posto ad Italia ’90 come risultato migliore. Tuttavia, il destino lo ha ripagato diversi anni dopo con la già citata vittoria dell’Europeo del 2021. Nel ruolo di capo delegazione Gianluca è stato un riferimento fondamentale all’interno dello staff azzurro, guidato dall’amico Roberto Mancini. Celebre la lettura del discorso del Presidente-soldato di Teddy Roosevelt, per motivare la squadra nel prepartita della finale contro l’Inghilterra. E ancora più simbolico e storico è l’abbraccio, unito a lacrime di gioia, col “gemello” Mancini, dopo aver vinto il trofeo ai rigori. Lì a Wembley, in quello stadio dove nel ’94 i due avevano perso la finale di Coppa dei Campioni con la Sampdoria.

Qualche giorno fa proprio Mancini aveva parlato così della recente scomparsa dell’altro suo grande amico Mihajlovic e della malattia di Vialli: «La morte di Sinisa e la malattia di Gianluca sono cose contro cui non puoi fare nulla ma che ti lasciano un peso sul cuore». E ora che Gianluca ha raggiunto Sinisa, il peso sul cuore di tutti noi è ancora più forte.