Carlo Boccadoro è tra i più noti e amati compositori contemporanei. Nel 1997 insieme a Filippo Del Corno e Angelo Miotto ha fondato l’ensemble Sentieri selvaggi.

Maestro Boccadoro, secondo lei cosa significa oggi “classico”?

“Classico” in musica identifica, o dovrebbe identificare, solamente la seconda parte del Settecento e il primo decennio dell’Ottocento.

Quand’è che davvero è cambiato tutto?

È molto difficile piantare dei paletti: i grandi sono divenuti tali perché a loro modo hanno cambiato tutto.

Siete stati pionieristici negli ascolti guidati. Il pubblico italiano è particolarmente impreparato in fatto di sonorità contemporanee?

Stabilire un contatto con il pubblico per Sentieri selvaggi è sempre stato una priorità: il nostro ensemble è nato circa vent’anni fa da una trasmissione radiofonica, per questo motivo ogni brano è presentato da me  attraverso una breve introduzione informale. Oggi stiamo cercando di ampliare questa nostra caratteristica comunicativa, proponendo degli incontri di approfondimento sui concerti della stagione e cercando di coinvolgere un pubblico sempre più diversificato: il primo passo per avvicinare il pubblico alla musica contemporanea è continuare a selezionarla e proporla, dato che non si può amare qualcosa senza prima conoscerla. Con qualche sforzo è possibile ottenere risultati appaganti.

 Qual è la sua idea di minimalismo? È un’esperienza di ricerca ormai esaurita o può ancora riservare delle sorprese?

Il minimalismo, soprattutto oltreoceano, ha ancora ripercussioni sulla creatività musicale contemporanea. Ora però è riduttivo parlare di correnti di riferimento: ogni autore costruisce la propria ricerca a sé, ognuno ha le sue caratteristiche peculiari.

Qual è il valore della contaminazione in tutto questo? Non solo tra culture diverse, ma anche tra generi musicali?

Io credo che ormai non esistano più barriere culturali fra linguaggi apparentemente diversi (anche se molti amerebbero ancora erigerle). La straordinaria fantasia, nonché bravura tecnica, di tanti giovani compositori mi induce a sperare in un futuro ricco di grandi stimoli.

Un compositore oggi lavora per committenza, per esempio, per il teatro e il cinema. La musica interagisce con la voce umana che recita. Scontro tra primedonne o incontro necessario?

La musica è sempre nata da una committenza, il fatto che nasca dall’estro creativo del musicista è una visione molto romantica. Molto spesso ci capita di interagire con la voce umana nei nostri progetti: è capitato lo scorso anno con Elio De Capitani e in passato con Eugenio Finardi e credo che, più che uno scontro, sia stato un valore aggiunto.

La musica strumentale di oggi trova molte possibilità di esecuzione? Molti giovani interpreti si accostano con speranza a questo tipo di repertorio.

All’interno dell’attività concertistica di Sentieri selvaggi lasciamo sempre ampio spazio alle nuove esecuzioni e noi stessi commissioniamo con cadenza annuale brani a giovani compositori da proporre all’interno della nostra stagione. Alcuni compositori, per amicizia o per stima, decidono di dedicare a noi alcuni loro lavori e di questo siamo sempre molto contenti.

La dissonanza è ancora una straniera in terra straniera?

Probabilmente la dissonanza è ancora una straniera per molte orecchie, italiane o straniere.

Dove va la scena musicale europea? A distanza di tempo, secondo lei chi verrà ricordato?

È difficile parlare di cifra stilistica dato che ogni autore ha le sue caratteristiche peculiari, ed è altrettanto difficile dire cosa rimarrà: solo il tempo sarà in grado di farlo.«La dissonanza è ancora una straniera per molte orecchie»

Dov’è il confine tra gratuito sperimentalismo e riflessione costruttiva per il futuro?

Spesso dimentichiamo che l’arte e la musica sono esperienze estetiche che non è detto sottintendano riflessioni costruttive per il futuro.

Una sua riflessione sul rapporto tra musica contemporanea e impegno politico/sociale.

A questo proposito rimando al concerto di inaugurazione della stagione 2015 Tempi moderni: abbiamo voluto aprire con Ricorda con rabbia, eseguendo brani di Nono, Alandia, Filidei, Rzewski, a testimonianza che la musica può essere veicolo di denuncia e di impegno sociale, ma non solo.

L’ultima domanda. Chi c’è per adesso nel suo ipod?

Pet sounds dei Beach Boys.