Giovanna Marini, raffinata compositrice, raccoglitrice di canti popolari, didatta, è la coscienza civile della musica contemporanea italiana. Il suo talento e il suo impegno hanno accompagnato e cantato il secolo breve e non solo. Tra Bella Ciao, Pasolini e il pastore errante dell’Asia.

Partirei dalla famosa sera dello spettacolo Bella ciao. Come poteva essere accolto uno spettacolo come quello a Spoleto?

Dal pubblico normale benissimo, ma visto che era pieno di famiglie di ufficiali, sentirsi dire “maledetti signori ufficiali”, non ha fatto piacere. Erano canti del popolo scritti da gente che stava in trincea e subiva molte angherie. Era la prima volta che in Italia si cantavano canti del popolo perché la tradizione orale era stata completamente soppressa dal fascismo che ha avuto i suoi compositori che hanno scritto canti con testi “adeguati”. La voce del popolo non è mai quella della classe dominante. Le raccolte di canti popolari di Nigra o Pitrè erano state dimenticate. Li abbiamo dovuti riscoprire negli anni Cinquanta.

A proposito del suo giro di conoscenze. Comprendeva Feltrinelli, Fortini, Carpitella, Bosio, Della Mea, Calvino, Eco.

Un gruppo di intellettuali. Quelli che hanno reso unica l’impresa dei Dischi del sole. Calvino, Pavese, i Liberovici. A Milano nel salotto della famiglia Leydi si riunivano Bosio, De Martino, Carpitella, Fortini e anche Umberto Eco. Io ero giovane, arrivavo dal mondo musicale. Ero stupitissima che parlassero di canzoni senza parlare di musica.

All’inizio degli anni ’70 risale la fondazione della scuola di musica popolare di Testaccio.

Sì, nel ’75 abbiamo occupato i  locali del vecchio mattatoio di Roma. Ci sono ancora le mangiatoie di marmo. Una parte è adibita a museo e adesso c’è da destinare tutta l’altra parte. Speriamo che ce ne diano un pezzetto perché noi non c’entriamo come scuola, ormai siamo tanti. La scuola è partita nel gennaio ʼ76.«Il pentagramma è un’astrazione accettata solo dai bambini»

Lei come raccoglitrice della musica popolare di tradizione orale ha dovuto inventare una nuova notazione.

Ne sentivo il bisogno. Ne parlavo con Carpitella, facevo i miei tentativi che lui trovava sempre “egregi”. Scrivo così per facilitare la lettura a ragazzi che non sanno la musica. Uno spazio maggiore significa che una nota dura di più. Ho dovuto lottare con me stessa per questo perché mia nonna, che mi insegnava a scrivere nei tempi di guerra, mi diceva sempre: non perdere spazio che la carta costa. La notazione deve diventare un incrocio tra astrazione e deconcretazione. Il pentagramma è un’astrazione accettata solo dai bambini. Gli adulti, invece, vogliono sapere il perché, ma nella musica non c’è un perché. Ascoltate e darete una vostra ragione al suono. Ma il suono non si spiega.

Nella sua produzione sterminata, cominciamo da Pasolini con le 12 liriche de La meglio gioventù?

Ci ho lavorato dall’85. Su istigazione di Laura Betti. Partendo da qualche parola di Pasolini che avevo sentito en passant, quando andavo da Laura perché lei doveva fare un disco con delle canzoni con testo di Pasolini. Cantava molto bene, ma voleva il mio avallo. Ogni tanto Pasolini si affacciava nella stanza per dire qualcosa a Laura. Una volta stavamo parlando del friulano e lui disse: “È una lingua dolcissima, bisogna ascoltare molto il suono. È un suono liquido.” Dieci anni dopo la morte di Pasolini, perché lo shock è stato molto lungo da smaltire, Laura mi ha chiesto di mettere in musica le sue liriche. Ho ceduto alla mia avidità di musicista, ho usato molti strumenti. Bisogna lasciare spazi vuoti per la voce, per far sentire la dolcezza. Da poco mi sono detta: sono quarant’anni che è morto Pasolini, vogliamo ripensarci? Ho ripreso le liriche e stavolta volevo seguire l’indicazione di Pasolini. È venuta una musica totalmente diversa, impostata sulla dolcezza della lingua. I ragazzi del coro che le hanno studiate mi hanno detto: “Ogni nota è essenziale, non se ne può togliere una”. È il complimento migliore che si può fare  a un musicista.

E poi Leopardi. 

Lui è stato sempre una mia grande passione. Ho musicato tre pezzi di Leopardi, per voci. Ormai avevo deciso che gli strumenti non andavano bene. Avrebbero raddoppiato la voce come faceva Mozart, peraltro allora scandalizzando tutti. Perché per loro le voci dovevano essere distinte e contrapposte.

Ha scelto i testi di Leopardi per esigenze musicali o per motivi del cuore?

Del cuore. Nell’operetta morale, per esempio, mi era piaciuto il tono disinibito nei confronti della morte. Ho messo in musica anche Dante, La vita nova. Un testo geniale. Lui pensa di descrivere la morte di Beatrice perché la morte di una ragazza di sedici anni è bellissima. Lo dice senza nessun sospetto di cinismo: Beatrice deve morire perché io devo scrivere la ballata.

Venendo a un repertorio diverso, come nasce una cosa folgorante come I treni per Reggio Calabria?

Dalla voglia di raccontare. Ciò che mi interessa è la gente: i pendolari, quelli che fanno la fila alla posta. Tante volte mi viene da pensare: questa è la mia gente, quella con cui voglio stare. Mentre tutti quelli che si infilano in un’etichetta non sono sopportabili.

Un’altra grande realizzazione è stato il quartetto vocale per Ustica.

C’ho messo tanto a scriverlo. Mi ci sono appassionata. La senatrice Daria Bonfietti che ha perso il fratello nella tragedia, ha chiesto a me e a Marco Paolini di occuparci di questo tema. Lì mi sono lasciata andare a scrivere musica più contemporanea, più vicina al mio modo di essere, più vicina a una musica seria.

A proposito della sua produzione per il cinema. C’è una specificità?

Mi viene data dai registi. Maselli arrivava a fischiettare. Io gli dicevo: dimmi degli aggettivi, Citto, in modo che io possa capire quello che vuoi. Non era facile, lui era molto sensibile. Mi ha spinto a scrivere per orchestra. Per Lettera aperta a un giornale della sera avevo usato due chitarre. Ma poi Maselli mi disse: “Per Il sospetto devi scrivere per orchestra.” Anche mia madre mi dava dei suggerimenti.  Era un pozzo di sapienza, insegnava ancora al conservatorio. Un insegnamento domestico che poteva svolgersi anche cucinando o mangiando. Dopo la prima partitura per Maselli ho continuato.  Oggi i produttori non pagano più gli orchestrali. Propongono di usare le macchine: ma quelli sono suoni brutti, da supermercato.«Anche mia madre mi dava dei suggerimenti. Era un pozzo di sapienza»

Lei insegna canti politici e sociali a Testaccio. Chi sono i suoi alunni?

Quando ho cominciato 30 anni fa, sono venuti tutti i vecchioni in eskimo, i nostalgici del ‘68 che piangevano a cantare Gorizia. Adesso vengono dei ragazzi: non ne sanno più niente. Non sanno chi sono gli esuli piemontesi del 1870. La presa di Roma, le mondine, si ignora tutto. Ricomincio ogni volta daccapo. Gli allievi più appassionati restano, alcuni stanno con me da 20 anni. Abbiamo vissuto tutte le avventure della vita insieme. C’è un gruppo stabile che dà un senso di famiglia ai nuovi arrivati. Ogni anno abbiamo un momento in cui stiamo sempre insieme: uno scatenamento di euforia generale. Anche stasera che mi daranno un premio Nicolini al Teatro Argentina, io ho detto: “È un premio che riguarda anche voi, venite”. E, sa? Vengono tutti e 50.