«Il mio compito è quello di immaginare l’anteprima dell’impaginato, pensarla e decidere dove far convogliare l’attenzione e lo sguardo del lettore». Questo è il lavoro di Gianni Mascolo, da vent’anni art director del settimanale Il Venerdì, il supplemento di Repubblica nato nel 1987 e interamente dedicato a cronaca, cultura, politica e attualità.

In cosa differisce il lavoro di direttore artistico rispetto a quello più tradizionale del photo-editor?

«Il mio ruolo incarna le due figure di photo-editor e grafico che sono spesso separate nelle altre redazioni. Normalmente la scelta delle immagini è dettata dal primo che, confrontandosi con direttore, giornalista e grafico, arriva alla progettazione finale. Io, invece, mi occupo di entrambe le mansioni, per un controllo completo delle immagini. Interpreto, quindi, la fotografia in base al suo contesto grafico prendendo le decisioni a stretto contatto col direttore. Questo rende il lavoro più semplice e veloce, mantenendo alla base l’input della direzione che stabilisce servizi, timone e organizzazione del numero». Gianni Mascolo: «Il mio ruolo incarna contemporaneamente le figure di photo-editor e grafico»

Quindi si azzera il filtro del grafico?

«Esatto, il vantaggio è proprio questo. L’unico filtro resta quello del direttore, ma spetta a me immaginarmi la pagina, l’articolo e spesso anche il titolo. La prerogativa che seguo è di evitare l’estetica per l’estetica, principio cardine della nostra rivista. Preferiamo trascurare le fotografie note e già viste o pubblicate sui quotidiani, quelle banali, in bianco e nero o delle grandi firme di fotografi famosi».

Una scelta editoriale che ben si sposa con la natura de Il Venerdì, giusto?

«Sì, il nostro è un settimanale atipico. Non produciamo news per informare, ma approfondimenti e reportage con l’intento di aggiungere notizie a ciò che i lettori possono già aver appreso dalla loro rassegna stampa quotidiana. Questo accade perché, uscendo una volta a settimana, non possiamo stare al passo con la notiziabilità degli eventi. La mancanza di urgenza, quindi, ci permette di seguire altre strade che dalla prospettiva visiva determinano esigenze differenti».

Mi faccia un esempio delle vostre prerogative.

«Mettiamo sempre al primo posto la discrezione delle immagini e l’educazione all’eleganza. Sono abolite l’estetica pura e semplice e la spettacolarizzazione che spesso ricorre nelle fotografie di politici e personaggi famosi. Inoltre, essendo una rivista famigliare dobbiamo sempre ricordarci di chi ci legge. Rispettiamo, quindi, i principi etici evitando immagini sessualmente esplicite o fortemente stereotipate: un punto cruciale è quello del cliché femminile. Il commercio fotografico non fa parte del giornalismo e ci battiamo per far sì che non entri a far parte delle nostre scelte».

In Italia quant’è rilevante l’attenzione al culto delle immagini?

«Purtroppo siamo ancora molto indietro. All’estero c’è un rispetto maggiore nei confronti di questo lavoro e un notevole ritorno economico: causa ed effetto di questo elemento è la presenza di strutture appositamente dedicate alla ricerca e alla cura delle fotografie».

Quale potrebbe essere, quindi, la soluzione per sopperire a questa mancanza?

«Bisogna preferire la ricerca all’estetica, cosa che noi facciamo da anni. Personalmente perseguo la funzionalità, scegliendo le fotografie capaci di aggiungere informazioni e contenuti. Sono allergico ai bei reportage che, però, non informano «Preferisco la funzionalità dell’immagine capace di aggiungere contenuti» giornalisticamente parlando».

E nella pratica da dove provengono le immagini da voi selezionate?

«Seguiamo più canali. Abbiamo agenzie e fotografi fedeli che ci inviano le foto, ma spesso autoproduciamo noi i contenuti o li richiediamo a reporter appositamente contattati. È quello che ho fatto, ad esempio, con l’ultimo lavoro dell’intervista a Nanni Moretti. Ho organizzato la giornata sin dall’incontro col giornalista e col fotografo, concordando luogo e domande. Sono seguite, poi, le scelte di trucco e logistica pura e semplice. Tutto questo rende il lavoro sicuramente più faticoso, ma allo stesso tempo maggiormente creativo, originale, interessante e soddisfacente».