Tra i grandi fumettisti milanesi un posto d’onore è riservato a Giancarlo Ascari, noto da sempre come ‘Elfo’. Una carriera lunga quarant’anni, la sua, iniziata in giovane età con la pubblicazione della prima storia sulle pagine di Alter Alter, storica testata diretta da Oreste del Buono. Nonostante una laurea in architettura, Elfo ha iniziato subito a lavorare nel campo del fumetto e dell’illustrazione. Elfo ha ambientato moltissime storie nella sua Milano (città in cui vive da quando aveva cinque anni), riuscendo a raccontarne i molteplici aspetti, le contraddizioni, le mille facce e i mutamenti che si sono susseguiti negli ultimi quarant’anni. Dai racconti noir, al suo personale ricordo del ’68, ai costumi e alle abitudini dei milanesi, Elfo ha dedicato pagine a una metropoli spesso inafferrabile, con un’anima che si svela soltanto “a chi la sa guardare”. In questa lunga intervista Elfo racconta il suo lungo percorso, dai lontani esordi fino all’ultima fatica, L’arte del complotto (Rizzoli), un ritorno al noir e alla fantascienza.

 

Quando è nata la tua passione per il disegno e per il fumetto?
Da bambino disegnavo su qualunque pezzo di carta mi passasse sotto il naso. Mio padre dipingeva e insegnava storia dell’arte, quindi sono cresciuto tra colori, tavolozze e libri di pittura. In qualche modo sono stato abituato fin da piccolo a leggere e a capire le immagini.

Quali sono, se ci sono, quelli che ti senti di definire i tuoi principali maestri?
Will Eisner, José Muñoz e Carlos Sampayo, ma anche Robert Crumb e Moebius.

Hai studiato architettura e solo in età matura hai deciso di dedicarti al fumetto a tempo pieno, (nonostante tu abbia iniziato a pubblicare storie molto presto). Si tratta di un percorso comune a diversi illustratori e fumettisti, come Guido Scarabottolo e Carlo Stanga – architetti pure loro – o Vittorio Giardino, affermato ingegnere elettronico. Cosa ti ha portato a scegliere questa strada?
Ho iniziato con i fumetti subito dopo la laurea, non ho mai esercitato la professione di architetto. Mi sarebbe piaciuto progettare case popolari, ma già negli anni Settanta ormai si facevano solo arredamenti, villette e lampade: non era il mio genere. Per questo ho deciso di trasformare la mia passione in un lavoro: prima ho realizzato un libro di strip, Lo statuto dei lavoratori illustrato, poi sono andato con le prime due tavole di una storia dal grande Oreste Del Buono, ai tempi direttore di Linus. Mi ha detto di finire quella storia perché l’avrebbero pubblicata su Alter Alter. Un buon inizio, considerato che quelle erano le prime due pagine di fumetti che facevo in assoluto. Mi piaceva raccontare di Milano creando storie tra il grottesco, il giallo e la fantascienza. Il protagonista era un detective un po’ sfasciato omonimo di un grande cronista dell’Ottocento: Paolo Valera. Poi ho cominciato a collaborare col Corriere dei Piccoli e, quasi senza accorgermene, scrivere e disegnare è diventato il mio lavoro. Ho pubblicato fino alla fine degli anni Ottanta su Alter Alter, Linus e altre testate. Quanto al rapporto tra architettura e fumetto, credo che entrambi necessitino della capacità di raccontare con le immagini. Anche un edificio è una storia visiva.

Hai iniziato negli anni Settanta, nel periodo di maggiore fortuna e popolarità del fumetto italiano, tra grandissimi autori, riviste e albi letti da centinaia di migliaia di persone. Qual è il tuo personale ricordo di quegli anni di grande fermento per il fumetto italiano?
Il fumetto d’autore allora era l’unico medium che proponesse immagini non banali e omologate. Va tenuto presente che c’erano un paio di canali tv e stop, le figure erano merce rara. I lettori aspettavano per un mese il seguito di una storia, circa otto pagine a puntata. Fare fumetti diventava un modo per creare universi impossibili o raccontare in tempo reale il presente: basti pensare alle pagine di Andrea Pazienza sul ’77 bolognese.

Ti sei trasferito a Milano molti anni fa e nel 2013, in collaborazione con Matteo Guarnaccia, hai realizzato Quelli che Milano, a metà tra un dizionario illustrato e una guida turistica sulla città. Qual è il tuo rapporto con Milano?
Vivo a Milano da quando avevo cinque anni e qui ho fatto tutte le scuole, liceo metà al Parini, negli anni del Caso Zanzara, e metà al Manzoni. É la mia città e l’ho vista trasformarsi da metropoli industriale a capitale del terziario. In realtà non è stata un transizione né facile né piacevole e con Matteo Guarnaccia ho cercato di raccontarla in quel libro riprendendo storie antiche e di ieri. Ora però la città sta assestandosi e ricostruendo un suo ruolo, grazie a un’amministrazione finalmente degna di Milano.

Sono passati ormai 10 anni da Love Stores, il tuo acclamato libro a fumetti edito da Coconino Press, una casa editrice che di fatto ha contribuito a segnare la storia del fumetto italiano più recente. Dopo tutto questo tempo, che opinione hai della tua opera? Quanto pensi che rifletta la società degli anni Zero?
Non mi risulta che alcun mio lavoro sia stato ‘acclamato’, anche se in genere chi legge i miei libri li ama abbastanza. In verità, mi considero un po’ estraneo rispetto alle istituzioni e ai rituali del fumetto. Sono tornato ai comics abbastanza di recente, nel 2005. Igort di Coconino voleva pubblicare in volume le storie di Paolo Valera, ma ho preferito fare qualcosa di nuovo: così è nato Love Stores. Dagli anni Settanta a quel momento avevo coordinato una cooperativa di autori, Storiestrisce, scritto e disegnato per giornali e riviste (come La Repubblica, l’Unità, Linea d’Ombra, Alfabeta eccetera), codiretto il mensile Tic, lavorato come disegnatore di redazione e critico di immagini a Diario. Negli anni Zero non esistevano più le riviste di fumetti e l’unico formato in cui raccontare storie era il libro. Ma ho sempre cercato di fare libri dalla struttura irregolare: racconti uniti da fili che si incrociano, piccoli saggi o romanzi in cui i generi narrativi entrano in rotta di collisione. Ho seguito una mia ricerca ibridando politica, fiction, divulgazione, divagazione. Mi annoia portare in giro lo stesso personaggio per decine di pagine.


Che opinione hai della situazione attuale del fumetto? Pensi che esistano ancora buoni autori e buone storie?
É un ottimo momento, forse il migliore che ho mai visto. Mai i libri a fumetti hanno venduto come ora e ci sono un sacco di autori che portano freschezza, bravura e cultura. Mi piacciono Marco Corona, Tuono Pettinato, Paolo Bacilieri, Gipi e tutti quelli che partendo da se stessi sanno raccontare il mondo. Non mi interessa molto chi segue il percorso opposto.

Internet ha senza dubbio fatto la fortuna di moltissimi autori, ma ha anche portato alla diffusione, soprattutto sui social, di strip molto banali, spesso volgari e finalizzati alla facile battuta ‘acchiappa-like’. Per te il web ha recato più benefici o più danni al fumetto di qualità?
Vedo più i  benefici: grazie al web è nato un autore come Zerocalcare, a cui si deve l’aver riportato nei fumetti, con la giusta dose di ironia e autoironia, temi come  la solidarietà internazionale e l’antirazzismo. Mi pare quasi un miracolo, in un clima degradato come quello odierno, che qualcuno così giovane sappia conquistare un grande successo tenendo ben saldi alcuni principi etici fondamentali.

Nel 2013 tu e Matteo Guarnaccia avete pubblicato Il Barbarossa, una sorta di almanacco che rievoca i particolari, gli oggetti e i vecchi riti della nostra società, ormai quasi definitivamente superati con il nuovo Millennio. Secondo te cosa rimane di questo immaginario, di questo universo di tradizioni famigliari del secolo scorso?
Il libro voleva essere una versione irregolare del Barbanera e dei vecchi almanacchi, come quelli era diviso per stagioni. Aveva un tono ironico e parodico, al posto dei santi e delle feste raccontava rivolte, ribelli e bizzarrie varie; non tradizioni familiari. Direi che ribadire un’attitudine beffarda rispetto allo stato delle cose non è affatto cosa superata.

Qualche anno fa hai pubblicato Sarà una bella società, che racconta il viaggio infinito nel Paese di Utopia, la società perfetta, il paese della felicità: un sogno, un’utopia, appunto. Tu come vedi la società di oggi?
Piuttosto distopica.

Nel 2008, a distanza di quarant’anni, è uscito Tutta colpa del ’68, in gran parte autobiografico: hai saputo raccontare gli ideali, i sogni, ma anche la voglia di ribellione dei ragazzi, soprattutto dei più “timidi”. Come racconteresti quel periodo ai ragazzi di oggi?
Quel che volevo dire sul ’68 l’ho raccontato in questo libro, mi pare in modo esteso e sincero. Ma forse riprenderò il tema, perché ritengo che quel periodo resti l’ultimo esempio di rottura generazionale e radicale cambiamento culturale. Da allora si continuano a riciclare musica, moda e linguaggi nati in quegli anni. Genitori, figli e nipoti usano ancora lo stesso alfabeto visivo e sonoro. Non era così  per la mia generazione rispetto a quella precedente. Quando oggi vedo uno spot pubblicitario con musica di Nick Drake, mi sembra di vivere in una bolla spazio-temporale bloccata agli anni della mia adolescenza.

Qualche mese fa hai pubblicato il tuo ultimo libro a fumetti, L’arte del complotto, un’opera noir molto diversa dai tuoi lavori precedenti, dove hai usato uno stile molto particolare. Perché hai deciso di creare questa storia?
Un libro di una storica inglese, Francis Stone Sanders, in italiano edito da Fazi come Gli intellettuali e la Cia, mi ha fornito un mare di spunti per tornare ai vecchi amori: il noir, la fantascienza, la politica. É un lavoro che è stato molto divertente realizzare: tutto in grigi da vecchio telefilm, zeppo di personaggi improbabili e missioni impossibili. Ma la storia racconta anche con documentazione impeccabile il ruolo dell’arte durante la Guerra Fredda, per me una vera scoperta.

A cosa stai lavorando attualmente? Progetti futuri?
Sto pensando a una nuova avventura del Prete, il protagonista di L’arte del complotto, ambientata qualche anno dopo il 1964, anno in cui avviene la storia del primo libro. Poi da un paio d’anni scrivo e disegno con Pia Valentinis libri per ragazzi, un settore editoriale estremamente vivace e creativo in questo momento. Abbiamo realizzato un volume su Monet per la Royal Academy di Londra (edito anche in Francia e in Italia da Lapis) e uno sul cibo, YUM!, per Franco Cosimo Panini. Ora lavoriamo a parecchi progetti: per ragazzi e non, per editori italiani e non.

Il fumetto, per le sue potenzialità narrative, è stato spesso paragonato al cinema. Negli ultimi anni è scoppiata la mania della serie tv come genere artistico e narrativo per eccellenza del nuovo millennio: le tv series più famose, pur trattandosi di prodotti commerciali, hanno raggiunto livelli di profondità e qualità narrativa estremamente alti. Tu hai avuto modo di appassionarti al genere? Pensi che possano esserci elementi in comune e di scambio con il fumetto?
Non riesco neanche a pensare di sorbirmi intere serie tv. Non so star fermo davanti al video per un’ora: preferisco girovagare sul computer, leggere libri di carta, camminare, disegnare.

Se esiste, dimmi un film, un’opera d’arte, ma anche solo una frase o un verso di una canzone a cui ti senti affezionato o che ti rappresenta.
Un verso di una canzone di Fausto Amodei: «Anche domani non ci potrà mancare qualcosa da aspettare!».