L’attuale pandemia da Covid-19 ha accelerato il passaggio al digitale in diversi settori. Tra questi spicca quello dell’assistenza sanitaria che nell’ultimo anno ha visto un crescente ricorso all’intelligenza artificiale (AI) per la valutazione dei sintomi dei pazienti. Tecnologie quali la telemedicina, i chatbot sanitari e i gadget preposti al monitoraggio della salute hanno infatti potuto aiutare e snellire il lavoro di moltissimi medici impegnati nella lotta contro il virus, evitando a molte persone la corsa negli ospedali, luoghi divenuti blindati e non sicuri da frequentare.

L’idea di fondo è quella di «fornire ai medici supporto decisionale basato sui dati» spiega a VentureBeat Nick Desai, Ceo della piattaforma di telemedicina Heal. L’interazione umana medico-paziente resta ancora un valore insostituibile ma può avvenire anche da remoto con la comunicazione di dati sanitari in tempo reale, come ad esempio la temperatura corporea, ma soprattutto con il monitoraggio continuo e prolungato della frequenza cardiaca, della pressione sanguigna o della glicemia, effettuato tramite strumenti appositi e fondamentale per l’osservazione di pazienti cronici.

Speciali applicazioni come Ada Health, invece, basano il proprio funzionamento su sofisticate intelligenze artificiali in grado di sostituire medici e infermieri nel momento dell’anamnesi. Agli utenti vengono poste domande specifiche e man mano personalizzate in base alle risposte fornite, e una volta raccolte le informazioni occorrenti l’AI è in grado di suggerire possibili problemi di salute e proporre il consulto di un medico o la visita al pronto soccorso. Nata nel 2016 nel Regno Unito, Ada Healht oggi conta 11 milioni di utenti, e nell’ultimo anno ha effettuato circa 5,5 milioni di consultazioni, quasi il 25% di tutte le valutazioni effettuate dalla data di lancio, complice anche il nuovo servizio sviluppato per l’osservazione dei sintomi da Covid-19.

Secondo la Dottoressa Claire Novorol, cofondatrice di Ada e Chief Medical Officer,   la maggiore adozione di tali applicazioni permette alle stessa di crescere in termini qualitativi: la raccolta di dati sanitari diviene più trasparente e il database al quale si rivolge l’intelligenza artificiale più accurato.

Anche in Italia la pandemia ha costretto molte strutture ad avvalersi delle nuove tecnologie per assistere i propri pazienti. Il Centro Nazionale per la Telemedicina dell’Istituto Superiore della Sanità ha redatto alcune linee guida per aiutare i medici ad erogare tali servizi in maniera efficiente mentre il testo di fine luglio preparato dalla commissione Salute della Conferenza Stato Regioni delinea cosa si può fare con la telemedicina nell’ambito delle visite specialistiche. Entrambi i documenti hanno ampliato un discorso iniziato già nel 2014 con le Linee di indirizzo Nazionali in Telemedicina.

Tuttavia, come sottolineato in un articolo di Policy and Procurement in Health Care, i nodi da sciogliere nel nostro Paese per quanto riguarda le visite mediche in remoto sono diversi, a partire dai dubbi deontologici sollevati dalla stessa Federazione Nazionale degli Ordini dei medici e degli Odontoiatri. Risale infatti a fine luglio la lettera inviata dalla stessa al ministro della Salute Roberto Speranza, al presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome Bonaccini e al coordinatore della Commissione Salute Luigi Icardi per sottolineare come la televisita non può essere paragonata alla visita medica. Come evidenziato infatti all’art. 78 del Codice di deontologia medica “Il medico, facendo uso dei sistemi telematici, non può sostituire la visita medica che si sostanzia nella relazione diretta con il paziente, con una relazione esclusivamente virtuale; può invece utilizzare gli strumenti di telemedicina per le attività di rilevazione o monitoraggio a distanza, dei parametri biologici e di sorveglianza clinica”.

Nonostante alcune riserve in parte attutite dall’emergenza pandemica, la ricerca procede verso l’obiettivo di un sempre più accurato studio dei dati in grado di sviluppare la cosiddetta medicina predittiva. In prima linea lavora la già citata azienda Heal che, insieme ad alcuni ricercatori universitari, sta lavorando per tentare di identificare quali, tra i dati raccolti, siano più utili, come elaborare al meglio gli stessi e quali conclusioni trarne.

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