I Funk Off sono una realtà unica nel panorama internazionale della musica contemporanea. La prima funky marchin’ band che coniuga la black music ad arrangiamenti di sapore jazzistico con coreografie esuberanti e un gusto spiccato per l’ironia e la sperimentazione.

Inverno del ’98: come nascono i Funk Off?

Intorno al ’98 dirigevo la big band del Centro attività musicali di Firenze, dove suonavano diversi ragazzi del mio paese, Vicchio, e durante una prova ebbi quest’idea – racconta Dario Cecchini autore e arrangiatore delle musiche dei Funk Off -. Mi dissi: ma perché non fare questa musica in una formazione da banda? Quest’idea è anche dovuta al fatto che in quegli anni io suonavo con l’Orchestra della Rai, di assoluto valore, ma non c’era trasporto emotivo. Io volevo una band con più coinvolgimento dei musicisti nella musica che suonavano. Per questo mi venne l’idea dei Funk Off.

L’esperienza dei Funk Off è pionieristica in Italia.

Non si era mai associata la banda a un tipo di musica diverso da quello delle bande, ma non s’era nemmeno mai associata la banda al movimento. L’idea viene dalle marchin’ band di New Orleans, ma anche da quelle universitarie, gigantesche. Vedi, rubi delle idee, poi le elabori in maniera tua. E sono venuti fuori i Funk Off.

Lei ha cominciato studiando la batteria e poi è passato al sassofono. Queste sonorità si sono mischiate fin dall’inizio?

Sono cresciuto in una famiglia in cui si ascoltava jazz, poi mi sono diplomato in sassofono classico, però credo di aver fatto il musicista perché esistevano la musica jazz e la black music. Vengo da un paese del Mugello dove c’era la banda. Ho iniziato a suonare in casa con mio padre, con mio zio, poi sono entrato nella banda. Probabilmente ho mescolato queste mie origini con l’origine ritmica. Del resto il ritmo è fondamentale in tutta la musica, non solo nella musica black o nella musica funk o jazz. Lo diceva anche Mozart che il ritmo è la cosa più importante, anche se poi, a volte nella musica classica si tende a perdere l’andamento ritmico, in certe situazioni.

Nel 2003 un incontro decisivo è stato quello con Umbria Jazz.

Ci ha fatto scoprire al grande pubblico del jazz, siamo entrati nel circuito dei festival internazionali, veramente in tutto il mondo. Ora andremo in Cina, fra tre mesi. Soprattutto Umbria jazz ha fatto nascere anche in Italia diverse altre marchin’ band più o meno ispirate ai Funk Off.Il nostro sound è funk made in Vicchio

Avete avuto anche collaborazioni illustri, per esempio con Paolo Fresu.

Con Paolo ci siamo conosciuti quando eravamo giovani studenti di musica. Ha collaborato e suonato con noi in un brano che si intitola Istanbul. Altri musicisti importanti per i quali ho pensato di ritagliare dei pezzi sono stati Maurizio Giammarco che ha suonato in Friendship o David Liebman, oppure il Marco Tamburini che ha suonato in tre album con noi. Marco era un mio grande amico, senza nulla togliere alla sua bravura. L’ho sentito molto vicino. Noi suonavamo insieme, avevo parlato con lui di questa idea dei Funk Off, e quando ebbe il primo disco nel quale anche lui suonava, mi disse: “Guarda, Dario, è un progetto bellissimo” ed era ancora il 2001. Stefano Bollani ha suonato con noi. Horacio “El Negro” Hernandez, Gianluca Petrella… Temo di aver scordato qualcuno.

E poi c’è stato Il quinto mondo di Jovanotti.

Sì, sempre grazie a Marco che era il responsabile dei fiati di Jovanotti. Nel 2002 uscì Il quinto mondo. Lorenzo sentì questo disco che gli avevo portato e mi chiese di fare l’apertura con i Funk Off a Roma, a Milano, a Perugia a Firenze. La melodia italiana è un bagaglio, non un fardello

All’estero si respira un clima diverso rispetto all’Italia?

Il clima diverso si respira a Perugia con Umbria jazz. Ci sono in giro festival ospitati in grandi strutture dove si svolgono trenta concerti contemporaneamente, ma la città non lo vede, il festival. Perugia invece lo vive. E offre anche la sua bellezza che non è secondaria per noi italiani e soprattutto per gli stranieri.

Come può essere definito il vostro sound?

Funk made in Vicchio. Anche se tutti continuano a definirci un gruppo funk, attingiamo alla black music più che al funk, ma siamo anche italiani. La musica che ho respirato fin da piccolo è presente. Il primo brano che ho cantato con mio padre è Bella Belinda di Gianni Morandi, avrò avuto 5-6 anni. La melodia italiana è un bagaglio che ci si porta dietro e non è un fardello.

Come è stato per i Funk Off assistere all’uragano Katrina che ha colpito New Orleans?

Abbiamo vissuto Katrina dall’Italia. Poi a Umbria Jazz abbiamo lanciato una raccolta fondi. A Orvieto poi, era sempre successo che ci fossero dei musicisti di New Orleans, quindi c’erano stati rapporti umani precedenti. New Orleans è una città molto importante per i Funk Off. È lì che nasce l’insieme della marchin’ band.

I Funk Off sono tutti uomini. Come mai?

C’è una motivazione. Mi domanda come mai in questa marchin’ band di 15 persone non ci sono donne. Musicalmente è strano che non ci sia un trombone. La risposta è la stessa. Quando noi abbiamo cominciato quest’avventura, quando l’idea ha preso forma, io dovevo fare una band dal niente. Dovevo capire se le mie idee funzionavano, fare molte prove. Non potevo attingere a musicisti che vivessero lontano. E poi oggi posso anche dire: “Guarda, sono dei Funk Off” e la gente viene volentieri a suonare, ma 20 anni fa, io dovevo chiamare musicisti vicini. E qua in zona non c’erano né brave musiciste né bravi trombonisti. Quindi la motivazione è la stessa. Di recente abbiamo fatto dei concerti con un ingegnere del suono donna. Non escludo che prima o poi qualche ragazza possa entrare a far parte dei Funk Off, mi farebbe piacere.

Avete aspettative particolari per questo viaggio in Cina?

Partiremo a fine aprile. Il 28 d’aprile andiamo a Shangai, ci fermeremo fino al 6. Poi rientriamo e il 7 e l’8 siamo al jazz festival di Ravenna, poi abbiamo già in programma Umbria Jazz.