Il milanese Francesco Poroli, 38 anni, barba rossiccia e grandi occhiali neri, è uno dei più interessanti illustratori italiani che hanno avuto fortuna all’estero. Tutto iniziò cinque anni fa, con un’illustrazione per Wired sulla rivoluzione iraniana. Da quel momento la sua carriera è un crescendo di collaborazioni con testate come Il Sole 24 Ore, Sportweek e The New York Times Magazine. Appassionatissimo di basket, ogni mese crea le copertine per la Rivista NBA.

“Credo che a furia di disegnare e di smanettare lo stile sia venuto da sé” ammette Poroli in Illustratori, documentario realizzato lo scorso anno da Andrea Chirichelli e Marco Bassi per indagare un mestiere in continua evoluzione e dai contorni non ancora definiti.

Le sue opere sono fresche, fumettistiche e sgargianti di colori, perfetti per la dimensione dell’online. Nelle sue illustrazioni geometrie e virtuosismi si mescolano per risolvere concetti diversi e variegati nella sintesi più estrema.

Da quando hai capito di voler fare l’illustratore? Qual è stato il tuo personale percorso formativo?

Non so esattamente quando ho capito di volerlo. Credo da sempre, ma senza saperlo. Ci sono foto di me che disegno e non arrivo al metro di altezza. Ho capito di poterlo fare quando una mia illustrazione è comparsa per caso su Wired. Lì ricordo di aver pensato: ‘sti disegnini allora non sembrano belli solo a me’. Il mio percorso formativo è stato – per così dire – vago e lontano da quello che faccio oggi. Una maturità classica risicata e poi cinque esami in cinque anni – record di cui vado molto fiero – a lettere moderne.

In molte delle tue opere si notano molte influenze legate non solo al mondo dell’illustrazione ma anche a quello dell’arte, come quella araba. Quanto è importante conoscere la storia dell’arte e delle immagini e chi sono i tuoi maestri?

Grazie per l’aggettivo ‘araba’, va ad aggiungersi alla infinita lista di epiteti che ho sentito usare per descrivere i miei lavori. Lo metto vicino ad ‘azteca’. E’ una delle cose belle di questo lavoro: adoro che chiunque abbia delle mie immagini un suo aggettivo per descriverle. La definizione è nell’occhio di chi guarda. Non sono un conoscitore così raffinato della storia dell’arte, anche se penso che un’educazione visiva ed estetica sia fondamentale. Io me la sono fatta sui libri prima e poi sul web  da autodidatta. Dovessi dirti due nomi: Keith Haring e Fortunato Depero.

Come nasce l’idea per una illustrazione e quale metodo usi? A volte capita che non ti venga l’ispirazione?

Anche se lavoro con il computer, parto sempre dalla matita e dal foglio bianco: il primo approccio è sempre analogico e non digitale. Lavorando con i periodici i tempi sono spesso – quasi sempre – molto stretti, così preparo per prima cosa alcuni schizzi, spesso brutti e appena accennati, che fotografo con il telefono e mando nella casella di posta dell’art director di turno. Appena viene scelta l’idea mi butto su Illustrator e non ci sono più per nessuno. A volte capita che, nonostante l’allenamento, l’idea non venga. In quei casi, solitamente stacco tutto per un po’ e mi metto a fare altro. In altre parole, mi do al “cazzeggio”. Per dirla con il grandissimo Enzo Baldoni, infatti, “il cazzeggio è necessario non solo alla felicità, ma proprio in senso tecnico, per il nostro mestiere quotidiano di creativi. Cazzeggiare vuol dire staccare il cervello dalla logica, tornare un po’ bambini, affidarsi all’inconscio, uscire dai binari tracciati, fare nuove associazioni. E da lì, come una scintilla, nascono le idee. In fondo il cazzeggio è un po’ il corrispettivo occidentale dell’idea zen del vuoto, che è importante quanto il pieno. Solo se è vuoto un bicchiere può essere riempito di acqua fresca”.

Che consigli daresti a un giovane che vorrebbe fare il tuo mestiere? Qual è il modo migliore per farsi conoscere dalle testate?

Innanzitutto bisogna avere un portfolio decente da proporre: qualcosa che abbia dentro una certa unità, uno stile e un po’ di buone idee. Poi, cercare – quando si riesce – di essere originali nel modo di presentarsi. Creare illustrazioni ad hoc per la testata a cui vuoi proporti, far capire quanto saresti interessato a collaborare con loro.

Hai lavorato per molte testate italiane e internazionali. Quali sono state le tue esperienze più significative?

Su tutte, la copertina del The New York Times Magazine che ho disegnato nel dicembre 2011. Vuoi per l’importanza del committente, vuoi per la casualità con cui è nata la collaborazione, vuoi perché – dopo quella – anche qui da noi le cose sono decollate.

Si dice che all’estero tengono in considerazione l’artista molto più che in Italia, dove i grandi creativi non sono valorizzati e sono costretti a “chiedere asilo” fuori dai confini. Secondo te è così? Che direzioni bisognerebbe prendere affinché la situazione cambi?

E’ vero, ma fino ad un certo punto. Io vedo tanti bei lavori venire pubblicati anche qui da noi. Certo, esiste una differenza di budget, soprattutto, e ogni tanto di rispetto per il tuo lavoro. Quello che ogni tanto manca qui è un po’ di sensibilità e la certezza di sapere quello che si sta cercando. Mi è capitato di ricevere mail con allegate dieci reference a corredo per indicarmi lo stile che desideravano, tutte firmate da Olimpia Zagnoli. Vuoi la Zagnoli? Chiami la Zagnoli. Ogni tanto in Italia trovi ancora qualcuno che pensa “sai disegnare? disegna questo e punto”. Per la cronaca, ho risposto con il link al sito ufficiale di Olimpia.

Quindi sei positivo sul destino dell’illustrazione in Italia?

In questo momento mi sembra ci sia una attenzione sempre crescente. Dopo Illustri, la mostra di Vicenza andata in scena sul finire dello scorso anno, la sensazione è che il nostro lavoro stia diventando in qualche modo ‘popolare’ e che stia acquisendo visibilità. E poi, finché ci saranno lavori buoni, non vedo rischi particolari per l’illustrazione in sé o per le immagini in generale. La roba di qualità trova comunque il modo di venir fuori.

Hai qualche ricordo curioso legato al tuo lavoro?

Il mio debutto editoriale, direi. 2009, sono i giorni delle rivolte in Iran. Mi sentivo coinvolto dagli eventi e ho deciso di disegnarci sopra qualcosa. Negli stessi giorni leggevo della passione di Riccardo Luna – all’epoca direttore di Wired – nel rilanciare le notizie in arrivo da Teheran. Postai il mio disegno sul suo wall di facebook; il mese dopo campeggiava sul suo editoriale. Un rapido giro di email per scoprire che il direttore era convinto che il disegno arrivasse direttamente dall’Iran, non da Bresso, periferia milanese. Un pranzo veloce con lui, la chance di mostrare il mio portfolio a all’art director, David Moretti, e ho iniziato subito a collaborare con Wired.