Fra.Biancoshock, classe 1982, è un autore unico e indefinibile nel quadro dell’arte pubblica milanese, tanto che ha dovuto coniare lui stesso un termine per descrivere la sua arte: ephemeralism. Ha scelto un soprannome per rimanere anonimo e si è definito, più che un artista, un «artigiano»: per lui parlano le opere che fa, senza aspettarsi in cambio riconoscimenti o celebrazioni personali. Quasi tutti i suoi interventi sono realizzati in un contesto urbano: installazioni o semplici oggetti che stimolano la curiosità dei passanti, abituati alla normalità del quotidiano. Sacchi di immondizia che diventano cosce di pollo o ragni spaventosi, peluche o una finta torta nuziale posta sul ciglio della strada. Elementi comuni che, trasformati o assemblati insieme, diventano ad un tratto qualcos’altro, anche se per poco. Stupiscono, provocano e spesso fanno riflettere, com’è il caso della recente trasformazione di 25 segnali stradali in barconi in giro per la città di Milano, chiaro riferimento al dramma dei migranti. Ma Fra.Biancoshock è anche molto altro: un continuo sperimentatore, sempre alla ricerca di nuove strade espressive e nuovi progetti, spinto dalla passione incondizionata per l’arte e per le sue potenzialità comunicative.

Da dove deriva il tuo soprannome?
Fra è il diminutivo del mio nome di battesimo. ‘Biancoshock’ non ha un significato particolare: so solo che quando mi è venuto in mente per la prima volta ne è nato un amore a prima vista.

Chi sono gli artisti da cui hai tratto più ispirazione per la tua arte?
Nella prima parte del mio percorso non ho avuto particolari fonti d’ispirazione: sia perché all’inizio mi concentravo su ciò che facevo e non sul perché lo facevo, ma anche perché allora Internet non offriva una documentazione approfondita su queste nuove correnti artistiche. Con il tempo è cambiato tutto: ho conosciuto molti artisti ed è stato sorprendente, per esempio, accorgermi che alcuni di loro avevano già sondato diverse esperienze urbane a cui avevo pensato molti anni dopo. Ho avuto modo di fare molta più ricerca, di conoscere artisti e, di conseguenza, di riconoscere le mie fonti di ispirazione. Lo so, per molti artisti è difficile confessare di ispirarsi o esser influenzati da altri: solitamente l’artista dice di ispirarsi a uno stile o a una corrente e, se proprio devono fare un nome, scelgono qualcuno vissuto almeno quarant’anni prima. Insomma, preferiscono evitare troppi contraccolpi alla dimensione del proprio ego. Io, invece, lo ammetto tranquillamente, son stato influenzato da artisti a me contemporanei: parlo di Harmen De Hoop, Brad Downey, John Fekner, SpY, Evan Roth e Dargen d’Amico.

Nel tuo sito ufficiale ti descrivi come uno che «non si è considerato un artista finché, un giorno, ha deciso di capire realmente chi fosse e che cosa stesse facendo». Quando e come è avvenuta questa svolta?
Il dichiararmi un ‘non-artista’ è sempre stato un modo provocatorio per sottolineare quanto, per me, sia più importante fare arte che essere arte. Per me l’artista è un veicolo che trasmette arte, intesa come comunicazione, emozione ed attivismo. Per il resto, essere artista non conta niente. Due anni fa mi son chiesto ad un certo punto che cosa stessi facendo; nei primi tempi non ho mai avuto il tempo fisico per guardare indietro al mio percorso, ma un giorno ho deciso di farlo. Era il periodo in cui riviste e programmi tv iniziavano a parlare di me: la massa dava feedback positivi, la critica un po’ meno, le gallerie si informavano su eventuali collaborazioni. É stato a quel punto che ho coniato il termine Ephemeralism, un po’ per definire la mia arte, in coincidenza con l’inaugurazione della mia prima mostra personale a Milano e l’invito, pochi giorni dopo, al TEDx di Oporto. Giornate intense, ma indimenticabili.

Parliamo di questa ‘Ephemeralism’. Puoi spiegare cosa significa questa definizione?
Non ritengo che il mio progetto artistico sia circoscrivibile nella cosiddetta street art - o meglio, il fatto che si attui prevalentemente in strada non significa per forza che sia street art. Ma non è neanche attivismo, né performance, né arte concettuale, ne mixed-media art. Così, dopo alcune discussioni con Silvia Butta Calice, che ha seguito la comunicazione del progetto Ephemeralism, abbiamo individuato l’elemento comune presente nei miei lavori: sono tutti effimeri, durano poco nel tempo e nello spazio ma, attraverso il loro potere comunicativo, le documentazioni fotografiche, i video e le esibizioni, possono rimanere eterne nel tempo. A questo aggiunsi un “ism”, per rimarcare il concetto di movimento e dinamicità.

Le tue opere urbane sono spesso delle piccole provocazioni ‘dada’, rielaborazioni e miscele inattese di oggetti comuni, doppi sensi dissacranti che però spesso fanno riflettere, hanno un significato profondo. Che reazioni vuoi suscitare con le tue opere?
Ogni mio intervento ha il suo messaggio, la sua provocazione ed il suo tema. Le reazioni possono essere diverse, a volte ne nasce una risata, altre un’arrabbiatura e spesso lasciano un pizzico di amaro in bocca. Quello che mi interessa è stimolare delle reazioni, stupire, offrire cinque secondi di riflessione. Nulla di complicato, il mondo va veloce e non ho la presunzione di porre interrogativi esistenziali all’umanità: giusto ogni tanto, interrompere e disturbare la routine della tua giornata attraverso un intervento che possa, per un attimo, farti ridere, innervosire o riflettere.

Qual è il tuo personale rapporto con Milano, dove vivi da sempre?
Milano è una città dalle potenzialità incredibili, per certi versi il motore principale del Paese. In generale ho un ottimo rapporto con la città, la studio sempre e cerco in ogni suo angolo delle occasioni di comunicazione e di ispirazione. Ogni zona ha le sue storie e offre spunti di riflessione diversi: in questo senso la trovo estremamente interessante.

Puoi raccontarci un’opera recente che hai realizzato e che hai particolarmente a cuore?
Nell’ultimo anno sto collaborando con artisti residenti all’estero; sono impegni che mi stanno portando via parecchia energia, ma mi stanno anche arricchendo moltissimo, dal punto di vista artistico e umano. Collaborare a distanza implica tempistiche lunghe ed incerte, innumerevoli scambi di mail, confronti e continue modifiche del progetto in itinere, ma in compenso è un’esperienza indescrivibile. Spesso il risultato finale di una collaborazione dal punto di vista estetico può non essere il più bello dei lavori, ma si ha l’opportunità di conoscere il modo di ragionare e di operare di un artista che, fino a poco tempo prima, conoscevo e ammiravo solamente per i suoi lavori. La settimana scorsa ho terminato una collaborazione che, credo, rimarrà una delle più importanti del mio percorso artistico; a breve verrà pubblicata.

A cosa stai lavorando attualmente e quali sono i tuoi progetti futuri?
Nel 2015 ho deciso di prendere una pausa. La quantità di lavori realizzati quest’anno sembrerebbe dimostrare il contrario, ma in realtà sono quasi tutte opere che avevo già in cantiere, idee che avevo maturato in passato e che ho deciso di realizzare oggi. Nel frattempo sto cercando di fare più ricerca, di sperimentare nuovi mezzi e nuovi linguaggi. Mi sono reso conto che tutto ciò che ho fatto fino ad ora probabilmente è arrivato ad una sorta di capolinea e mi spaventa l’idea di non andare oltre, di non sperimentare qualcosa di nuovo. Non so bene che direzione prenderà il mio progetto (una direzione che sicuramente rimarrà fedele alla mia strada), ma credo che mi dedicherò maggiormente ad interventi di attivismo urbano. Mi dedicherò a progetti con contenuti più ‘maturi’ e più approfonditi rispetto a quella parte di trasformazioni urbane a cui ho dedicato molto tempo, ma che in realtà oggi mi sta un po’ stretta. La possibilità di sbagliare, di fare un flop è molto alta, ma è necessario tirare una riga e ripartire con nuovi stimoli e nuove sperimentazioni. Sto cercando di far ossigenare bene il cervello, per vedere poi fino a dove si può spingere la creatività.

Che consigli daresti a un giovane che vorrebbe intraprendere il tuo ‘mestiere’?
Che se vuole farlo, allora deve essere disposto a rinunciare alla convinzione di ‘vivere di arte’, oppure deve darsi a forme di arte urbana più ‘commerciali’, che ultimamente stanno andando discretamente bene. Io di giorno ho un lavoro comunissimo che mi serve per mantenere questo progetto e questo ha fatto sì che abbia rinunciato a molti aspetti di una vita che la società definisce “normale”. Da fuori si ha una visione distorta della cosa, ma io tutti i giorni vado al lavoro, e il tempo rimanente lo passo chiuso in un box a preparare i lavori che poi realizzo nel week-end. Il mondo ha bisogno di giovani che abbiano qualcosa da dire, ma pensiamoci bene, quando finirà ‘sta moda della street art…. Chi rimarrà ancora?

Il tuo motto è «Sorry, this artist does not exist». Pensi che la figura dell’artista debba annullarsi dietro i suoi lavori?
Penso che la figura dell’artista romantico, visto come colui che ha il dono divino dell’intuizione, della tecnica, della capacità di trasmettere un messaggio… sia una vera cazzata. Totalmente anacronistica, fra l’altro. La capacità dell’artista deve essere quella di raccontarsi attraverso le sue opere, di far parlare loro al posto suo, ma soprattutto egli ha la responsabilità di comunicare qualcosa a un pubblico eterogeneo. Per me chi si applica solo con la tecnica non comunicando nulla non è un vero artista, esattamente come non lo è chi comunica solo contenuti monotematici senza ricercare e proporre un modo originale, personale e visivamente efficace per presentarlo. Creare una sinergia tra queste due dimensioni è la parte più difficile, ma se riesci a farlo sei un artista. E una volta che lo diventi e ti accorgi di esserlo, a mio avviso subito te ne dimentichi, perché hai solo in testa il lavoro successivo, pensi a come renderlo nel migliore dei modi e come presentarlo alle persone. Chi è artista fa arte e basta, questa è la mia idea. Io, per esempio, a differenza di altri, non ho tempo né voglia di fare Public relations ai vernissage o di spendere ore su Facebook per scrivere papiri sulle mie visioni sull’arte contemporanea e sulla street art nei dibattiti virtuali da domenica pomeriggio.

Qual è stato l’ultimo libro che hai letto, l’ultimo film visto, l’ultima canzone che hai ascoltato?
Ho finito da poco Activism Doubt di Harmen de Hoop e Jonas Staal e ora sto leggendo L’arte nello spazio urbano di Alessia Pioselli. Film? non riesco mai a finirne uno. Per quanto riguarda la musica, ascolto a ciclo continuo le ultime produzioni del rapper E-Green.