Se faccio l’esercizio di chiedere a me stesso come potesse presentarsi ad un visitatore la Roma degli anni Trenta – mai vista, mai vissuta –, a venirmi incontro non è una visione d’insieme, ma singoli elementi dell’arredo urbano senza il supporto del contesto: il profilo rettilineo dei portici di piazza Augusto Imperatore, così diversi da quelli di età umbertina da cui è circondata Piazza Vittorio; l’ex palestra della G.I.L a viale Trastevere, con le sue enormi finestre laterali, che consentono alla luce – quella cupa, smorta e chiaroscurale delle stagioni piovose come quella piena, ferma e abbacinante delle stagioni soleggiate – di bagnare sempre gli ariosi interni in marmo; i colori terrei dell’immensa pittura murale di Mario Sironi nell’Aula Magna del Rettorato dell’Università La Sapienza; i mosaici semi-nascosti di Fortunato Depero ed Enrico Prampolini all’Eur; le fontane ai lati di via di San Gregorio – il Circo Massimo alle spalle, il Colosseo di fronte – con ancora addosso le cicatrici, annerite dal tempo, di fasci littori scalpellati via; la foto ingiallita – ritrovata chissà dove, come e perché – di un imponente palazzo residenziale addobbato a festa – appesi ad ogni affaccio esterno, come panni freschi di bucato, il tricolore con lo stemma sabaudo e il drappo rosso con la svastica su sfondo bianco, l’uno accanto all’altro, uniti nella folle corsa verso la sconfitta e la rovina.

Dov’erano tutti? In queste suggestioni visive, brandelli di ricostruzioni, fantasie a posteriori non c’è anima viva per le strade. Nel tentativo impossibile di un collegamento tra la memoria personale dei posteri e quella collettiva originaria, costellata di rimozioni, reticenze e imbarazzati silenzi, Roma è immersa in un’atmosfera liquida, desolata e meridiana e i suoi abitanti, dileguatisi, hanno scelto di barricarsi dietro la porta delle loro case oppure di fuggire altrove.È senz’altro questo il palcoscenico, ma dove trovare gli attori? In un affollato volume a firma di un autore ingiustamente conosciuto da troppi quasi soltanto in virtù delle assidue presenze nei programmi televisivi di approfondimento e dibattito calcistico: Giampiero Mughini.

A via della Mercede c’era un razzista di Giampiero Mughini ricostruisce un’intera controversa stagione della nostra storia, quella più in fretta dimenticata, gettando luce su due avvenimenti avvolti dalla penombra il cui anniversario cade per entrambi proprio nel mese di luglio: la caduta del fascismo nel 1943 e l’adozione delle leggi razziali nel 1938

Edito da Rizzoli quasi trent’anni fa e ritornato in libreria di recente grazie a Marsilio dopo un interminabile periodo fuori catalogo, A via della Mercede c’era un razzista ricostruisce un’intera controversa stagione della nostra storia, quella più in fretta dimenticata, gettando luce su due avvenimenti avvolti dalla penombra il cui anniversario cade per entrambi proprio nel mese di luglio: la caduta del fascismo nel 1943 e, a ritroso, l’adozione delle leggi razziali nel 1938. Cinque anni: nel volgere preciso di un lustro si consuma la fase discendente della parabola del protagonista dell’opera, Telesio Interlandi, penna di punta del giornalismo fascista, prima affermato fondatore del Tevere e di Quadrivio – sulle cui colonne avrebbero transitato per un ventennio intero le intelligenze migliori del primo Novecento letterario italiano –, infine direttore del famigerato quindicinale La Difesa della Razza, rivista responsabile della più tragica e indecente campagna di stampa che l’Italia unita ricordi, quella a favore del razzismo biologico.Una vita e una carriera bruciate di pari passo, consegnate per sempre alla disgrazia e all’oblio.

Andava chiedendosi Leonardo Sciascia – dal cui interesse alla vicenda a pochi mesi della morte, sul finire degli anni Ottanta, prende le mosse il libro, poi completato da Mughini – come fosse stato possibile per quel giornalista, siciliano come lui, insofferente al paesaggio mentale tipico isolano, ambizioso, energico, con tanto e tale fiuto da allestire a mo’ di fucina di giovani talenti nella Roma tra le due guerre gli uffici delle testate da lui dirette – godendo peraltro di una libertà di pensiero e d’azione tale da poter ospitare opinioni per nulla ortodosse, difficilmente tollerabili dall’ufficialità del regime – trasformarsi nel villain della sua ultima infame impresa.Senza fornire risposte definitive, l’opera di Mughini è ricca di testimonianze inedite e ci restituisce i tratti di un personaggio a cavallo tra convinzione e opportunità, tra cinismo e devozione:

«In quello stesso 1938, il mese di luglio, l’Agenzia Stefani diede notizia della nascita imminente di una rivista dal titolo La Difesa della Razza. Nel suo ufficio di direttore del Tevere, nel frattempo già trasferitosi a Largo Corrado Ricci, Telesio Interlandi lesse la notizia d’agenzia. Circondato dai suoi redattori, la commentò così: ‘’Vorrei sapere chi sarà quel cretino che chiameranno a dirigerla’’. Temeva forse che qualcuno, l’attivissimo Paolo Orano, l’autore de Gli ebrei in Italia o lo stesso Preziosi, gli rubasse il ruolo di leader giornalistico della campagna razziale. In quel momento squillò il suo telefono diretto. A giudicare dall’espressione della faccia di Interlandi, c’era di mezzo il Duce. Con un cenno della mano il direttore del Tevere pregò i suoi redattori di lasciarlo solo. E difatti dall’altro capo c’era Nicolò De Cesare, il segretario particolare di Mussolini […] il quale gli stava comunicando che il Duce lo voleva di volata a Palazzo Venezia. Un minuto di telefonata, o poco più, e Interlandi uscì a precipizio dal giornale. […] Rientrò dopo meno di un’ora, raggiante. Chiamò i suoi giornalisti e li fece entrare nel suo ufficio dov’era ancor nell’atto di star togliendosi la giacca e appenderla: ‘’Sapete chi sarà quel cretino del direttore della nuova rivista? Sono io’’».

All’origine dell’impegno in prima linea nella nuova creatura, accanto ad una «chiara severa coscienza di razza» in grado di stabilire «non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime», giocarono un ruolo non marginale benefici ben più prosaici.

«Uno dei giornalisti che era allora al Tevere, Silvestri, classe 1912, uno che ricorda tuttavia con stima il suo ex direttore, racconta: ‘’La sera che uscì il primo numero [de La Difesa della Razza, n.d.a.], mentre stavamo uscendo dalla redazione del Tevere, Almirante mi si avvicinò e mi fece cenno di fermarmi: ‘’Ti accompagno a casa’’. ‘’Grazie, troppo gentile, che ti succede?’’. Mi tirò verso un angolo un po’ buio della piazza; c’era parcheggiata la vecchia ma decorosa Bianchi 59 in verde e nero di Interlandi; cavò le chiavi di tasca, l’aprì e disse: ‘’Sali’’. La vettura aveva cambiato padrone […]. Più in là Interlandi si stava allontanando su una grossa macchina grigia nuova di zecca. Con questi doni cominciava il più tetro dramma che avessimo mai vissuto’’».

Sostenitore di una stretta antisemita Interlandi cominciò a diventarlo almeno dal 1934, anno in cui iniziò a battere sul tasto con una certa frequenza, da apripista – indizio che ha lasciato supporre se non l’affiliazione diretta a circoli nazisti di stanza nella Capitale quanto meno l’uso, per conto terzi, della vicinanza e dell’ascendente esercitato su Mussolini al fine di ammorbidire il capo sulla necessità di una legislazione razziale – un qualcuno con sistemazione stabile nelle sale dell’Ambasciata tedesca a Roma, secondo voci di corridoio dell’epoca. Il cambio di spartito avvenne con l’avventura coloniale in Etiopia che, oltre a costruire un impero di cartapesta, isolò l’Italia in campo internazionale dagli alleati tradizionali e l’avvicinò al Terzo Reich. Sul piano interno, quel breve conflitto strappò via quanto ancora rimaneva di non-irreggimentato nella vita associata, facendo a pezzi le illusioni di tutta una generazione di intellettuali, che stava compiendo quel lungo viaggio attraverso il fascismo descritto da Ruggero Zangrandi, muovendosi nel frattempo tra il secondo salone del Caffè Aragno, gli atelier artistici e le redazioni di fogli, riviste e gazzette. Ben presto persino i più ottimisti dovettero ricredersi sulla possibilità per i fascismi di salvare la pace e di rappresentare l’elemento di stabilizzazione di un ordine politico, quello europeo uscito dalla Prima Guerra Mondiale, di cui essi erano figli e carnefici nello stesso tempo. A svegliarli dal sonno ci pensarono prima lo scoppio delle ostilità al confine polacco, poi l’intervento italiano annunciato dal balcone di Piazza Venezia. Il teatrino d’irrealtà quotidiana si arricchì più avanti di un gigantesco tabellone, posto in Piazza Colonna, con la mappa del Mediterraneo e delle colonie d’Africa con tanto di bandierine da spostare ad ogni movimento delle nostre truppe – presto rimosso per insufficienza di avanzate e implicito sostegno alla propaganda disfattista. Mesi durante i quali il compito di Interlandi fu di consegnare alle rotative anatemi ogni giorno più deliranti:

«L’ebreo va al caffè, al teatro, al cinema, traffica, chiacchiera, mormora, irride; ma che fare? Si possono bastonare gli ebrei sulla strada? Ohibò; non sarebbe civile. Civile è invece lasciarsi beffare dall’ebreo, subirne la provocazione, assistere alla sua quotidiana pacifica digestione di parassita. Vedere un ebreo comodamente a sedere in un autobus strapieno e non gettarlo dal finestrino per offrire il suo posto ad una vecchia che non si regge in piedi, è prova di civiltà».

Il protagonista Telesio Interlandi, è penna di punta del giornalismo fascista, prima affermato fondatore del Tevere e di Quadrivio, infine direttore del famigerato quindicinale La Difesa della Razza, rivista che fu responsabile della campagna a mezzo stampa a favore del razzismo biologico

Di colui che aveva tradotto Blok dal russo, partecipato all’esperienza del Teatro degli indipendenti di Anton Giulio Bragaglia, incoraggiato le avanguardie letterarie e artistiche e tollerato con una certa larghezza gli oppositori politici attorno a sé non restava che un lontano ricordo:l’Interlandi prima dello schianto assomiglia piuttosto ad un giocatore che ha scommesso sul cavallo sbagliato esagerando sull’’importo della puntata e che, disfattesi le ambizioni del posto al sole per la nazione proletaria in piedi e in armi contro le potenze occidentali, più perde e più continua a puntare, nell’impossibile tentativo di riprendere tutto quanto sta perdendo, da solo contro la realtà, mentre balbetta senza freni di complotti demo-pluto-giudaici. Fino a quando il banco non salta, il fascismo si sgretola e una folla esausta a corto di pane, pace e libertà scende per le strade a festeggiare, mentre nei caffè intellettuali i fascisti di ieri e gli antifascisti di domani se le danno di santa ragione.

Interrogandosi sulle radici della violenza, su come nasca e dove conduca, Lorenzo Pavolini, in alcune suggestive pagine del suo Cavalcare la tigre, edito da Fandango Libri dieci anni fa, prova ad immaginare e a descrivere lo stato d’animo di suo nonno Alessandro, squadrista e raffinato intellettuale fiorentino divenuto gerarca e ministro, mentre, nascosto in casa di amici, assiste dall’alto, dietro le finestre e con le lacrime agli occhi all’abbattimento a colpi di martello dalle facciate dei palazzi dei simboli del regime in cui aveva creduto e a cui aveva prestato servizio. In quelle ore il futuro fondatore delle Brigate Nere, intransigente teorico in verità molto pratico della necessità di lavare col sangue d’altri italiani l’orgoglio offeso dal tradimento del Gran Consiglio e dall’armistizio con gli anglo-americani ancora di là da venire, decide di non darsi per vinto, anzi di alzare la posta in palio. Andrà a finire molto male.

Sentimenti e pensieri provati e meditati da molti altri, incluso forse Interlandi, sul quale però lo sconforto per il crepuscolo di un’epoca vince sul desiderio di vendetta: finisce in carcere una prima volta e viene liberato dalle truppe tedesche; aderisce a Salò, preferendo rimanere nelle retrovie; fa ritorno in galera insieme al figlio e viene salvato dalle vendette dei vincitori da un mite avvocato bresciano di convincimenti politici socialisti, Enzo Paroli; sperimenta per contrappasso e in ordine inverso quanto hanno dovuto subire milioni di cittadini ebrei in tutta Europa: la vita in clandestinità, la paura d’essere scoperto e la fuga prima, il bando dal consorzio civile dopo; torna a casa e, dopo essersi battuto a lungo in sede giudiziale per riottenere quanto gli era stato sottratto durante la permanenza al Nord, vince diverse cause; riacquistata una certa agiatezza, si rimette a battere a macchina, ma riesce a malapena a licenziare un ultimo volume in edizione semi-clandestina.La morte lo raggiunge vent’anni dopo gli ultimi fuochi della guerra civile, tra le lenzuola pietose del suo letto, nel pieno splendore di un ordine politico da cui è stato emarginato e nel quale si sente un corpo estraneo.

Degli oltre due decenni di lavoro di quest’uomo ben poco rimane, ad eccezione dei rastrellamenti, dei vagoni piombati, dei binari che oltrepassano le palizzate di filo spinato, delle camere dormitorio, del lavoro e della prigionia disumani, delle docce allo Zyklon B – effetti indesiderati di un clima, questo sì, preparato con meticolosità a partire dalle parole, che decidono e dividono chi è sommerso e chi salvato.La Storia in fondo è solo un piano inclinato sul quale una palla di neve può scorrere e diventare una valanga: quali individui si trovino a monte, quali a valle, a che velocità viaggi la materia e a che dimensioni arrivi sono elementi capaci di variare di volta in volta.

Peggiore della sua, la sorte toccata ad un altro antisemita eccellente, Giovanni Preziosi, direttore de La Vita Italiana nonché primo a diffondere nel nostro Paese, all’alba degli anni Venti, i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, libello di propaganda antisemita con riferimenti ad una presunta cospirazione ebraica per il dominio globale: al rompete le righe della Repubblica Sociale Italiana, il responsabile all’Ispettorato generale per la demografia e la razza si rifugia a casa di alcuni conoscenti. Verrà ritrovato il mattino seguente coperto di sangue, steso su un marciapiede di corso Venezia, a Milano. Prima di lanciarsi nel vuoto insieme alla moglie aveva lasciato un biglietto in cui, tra le altre cose, si può leggere:

«Oggi che tutto crolla non so fare nulla di meglio che non sopravvivere».

Mentre scrivo provo a quantificare, senza riuscirci, il sangue, il sudore e la polvere da sparo sacrificati alla difesa di certi sacri valori sull’altare della coazione a uccidere, uccidersi e farsi uccidere e non posso fare a meno di domandarmi:arriverà mai qualcuno che abbia il coraggio di scrivere una storia dei fascismi facendoli accomodare lì, sul lettino del paziente, osservandoli dalla prospettiva di uno psicanalista, come il più recente movimento decadentista di massa su scala continentale, l’happening artistico di un’Europa in preda alle convulsioni di un’inconscia frenesia suicida? Parecchio rimane ancora da indagare su quella parte scura e limacciosa ferma sul fondo, ma sempre pronta a riemergere, della materia, non sempre nobile, di cui è composto l’essere umano.