Patrizia Pasqui e Mario Spallino sono rispettivamente autrice e interprete del teatro di Emergency. Il loro spettacolo Farmageddon è una apocalisse che racconta le diseguaglianze. Tra l’impossibilità di accesso alle cure e l’ipocondria dell’Occidente.

Patrizia Pasqui, com’è nata l’idea di questo lavoro?

Dal 2000 collaboro con l’associazione Emergency  scrivendo i testi degli spettacoli teatrali. Dopo aver parlato di mine antiuomo nel primo spettacolo (Kamille va alla guerra) e di guerra nel secondo (Stupidorisiko), mi sembrava interessante parlare di medicina. Tutti gli spettacoli che ho scritto per Emergency hanno temi che riguardano molto da vicino l’associazione.

Descrivere la medicina subordinata alle leggi del mercato significa affrontare il tema del marketing della salute. Crede che sarebbe necessario parlarne di più, anche rispetto a tutto il sistema delle case farmaceutiche?

Sì, è sempre utile parlare di argomenti delicati che riguardano la collettività e i diritti. Il tema del marketing caratterizza tutta la nostra economia occidentale – e forse una riflessione la meriterebbe anche l’economia italiana – ma è particolarmente importante essere corretti riguardo alla salute. È il primo indice di giustizia sociale: la sanità universale e gratuita. Questo è il punto importante: non si può – direi non si deve – far profitto sulla salute.

Ha condotto delle ricerche per preparare la pièce? Si è imbattuta in qualche dato che l’ha colpita particolarmente?

Quando scrivo gli spettacoli per Emergency, vale a dire spettacoli su temi  importanti per l’associazione,  devo essere estremamente documentata. Svolgo molte ricerche su internet, incrociando dati, leggo libri sull’argomento, articoli, interviste, guardo documentari e soprattutto mi confronto con chi ne sa più di me. Nel caso specifico di Farmageddon ho avuto un grosso apporto dal dottor Roberto Satolli. Proprio da lui ho appreso che spesso la nostra società occidentale esagera non solo con l’uso dei farmaci ma anche con un eccesso di diagnostica. Non solo i farmaci in eccesso sono dannosi, ma anche gli esami in eccesso possono risultare dannosi. Un’altra cosa che mi ha colpito è che a volte si esagera nel criticare un sistema sanitario come il nostro, che avrebbe invece bisogno di tutta la nostra attenzione e energia per essere difeso e migliorato. Molto spesso, quando si è troppo critici, si rischia, come si suol dire, di buttare il bambino con l’acqua sporca.

La collaborazione con Emergency le ha permesso di affrontare dei temi “impegnati” con maggiore libertà?

Certamente: con libertà e con rigore. E “libertà” per me significa la mancanza di vincoli o obblighi propagandistici o pubblicitari di ogni sorta. Gli spettacoli di Emergency non sono infatti pubblicità per l’associazione: sono occasioni di approfondimento di temi che caratterizzano l’approccio culturale dell’associazione, attraverso un mezzo antico come quello del teatro che permette alle persone di riflettere in modo collettivo. A ciò necessariamente va aggiunto il rigore: l’attenzione e la cura per il dettaglio è tipica del modo di lavorare di Emergency. E io lo condivido appieno.

Quanto è importante uno strumento come il teatro per aumentare la consapevolezza degli spettatori/cittadini? E quanto è utile l’ironia nella costruzione di un testo come questo?

In apparenza il teatro è un mezzo espressivo di nicchia, diversamente dal cinema. Eppure è quello che può arrivare in modo più diretto allo spettatore, colpire maggiormente la sua immaginazione, dargli strumenti e tempo per riflettere. Solo a teatro, infatti,  gli spettatori possono fermarsi a discutere dello spettacolo con chi lo ha fatto, possono scambiarsi opinioni, riflettere insieme, condividendo spazio e tempo,  un “qui e ora” condiviso. Solo il teatro “si sta facendo” davvero mentre si fa. Il cinema, quando lo vedi, è già fatto. Forse la fortuna di un mezzo antico come il teatro –  una o più persone che raccontano qualcosa ad altre persone – è proprio in questa sua capacità di essere permeabile, di fluire dall’attore allo spettatore, il quale è parte imprescindibile del teatro. Senza spettatori il teatro non esiste. A mio avviso questo è il segreto dell’importanza di questa forma di comunicazione: chi occupa lo spazio teatrale, non a caso definito “sacro”, sa che deve meritare l’attenzione di coloro che ascoltano, che sono lì davanti a lui. È come se ci fosse un patto. Per tornare al testo e alla domanda sull’uso dell’ironia, vorrei dire che ogni volta che affronto argomenti impegnativi cerco di fare in modo che si veda solo la punta dell’iceberg, cioè che la drammaturgia sia la sintesi della mia montagna sott’acqua fatta di letture, approfondimenti, ricerche. Non deve  trasparire la fatica e la mole di lavoro perché lo spettatore non si deve sentire schiacciato dalle informazioni, nel qual caso chiuderebbe la comunicazione. Al contrario deve sentirsi a suo agio, deve poter avere un sorriso sulle labbra, meglio ancora una risata, per lasciarsi andare e lasciare andare tensioni, preoccupazioni, preconcetti: solo così potrà essere ricettivo. È per questo motivo che ricorro anche all’ironia. Ho comunque la fortuna di avere come interprete dei miei testi per Emergency l’attore Mario Spallino,  che ha ottime corde, drammatiche e comiche.«La drammaturgia è la sintesi di una montagna sott’acqua»

Mario Spallino, lei si è formato nella Bottega Teatrale di Firenze, diretta da Vittorio Gassmann: può raccontarci qualcosa di quegli anni?

Allora si respirava a Firenze un’aria particolare: si parlava di farne una piccola Atene e in quel  momento, non certo di ristrettezze economiche, si  investiva in cultura e io ho avuto la fortuna di trovarmi a Firenze proprio in quel momento. A Vittorio Gassman sarò sempre riconoscente: mi ha tolto  dal  provincialismo e mi ha mostrato come si possa, attraverso la cultura, essere cittadino del mondo, facendomi frequentare personaggi straordinari come Robert Altman, Jeanne Moreau, Adolfo Celi. Senza dimenticare che in quegli anni si girava con i fratelli Taviani La notte di San Lorenzo.

La sua collaborazione con Emergency è ormai molto consolidata. È stato lei a fondare la compagnia teatrale della Ong. Come è andata? Perché il teatro?

La mia collaborazione con Emergency inizia tra il 1999 e il 2000 e parte dal fatto che apprezzavo e apprezzo tuttora che Emr si occupi di diritti di guerra e di povertà  non solo tramite beneficenza ma facendo politica. Si badi bene, dico politica e non “partitica”: una distinzione molto chiara a un altro grande che ho avuto la fortuna di incontrare, Giorgio Gaber. La collaborazione con lui e Sandro Luporini ha fatto maturare in me la convinzione che il teatro è sempre politico e quando ho conosciuto Emr mi è sembrato davvero il contesto ideale per sviluppare questa idea. Teresa Sarti  Strada fu la prima a credere che il teatro poteva essere uno strumento adatto ad Emr e i fatti le hanno dato ragione. Ad esempio a lei piaceva che fosse il teatro ad andare nelle scuole e non le scuole a teatro per costruire una cultura di pace. Quando con Patrizia Pasqui le presentammo il primo testo Kamille va alla guerra ci dette subito via libera.

Recitare in spettacoli come Farmageddon richiede una modalità particolare? Bisogna “tenere” il pubblico su temi complessi, declinati in chiave ironica o paradossale.

Recitare negli spettacoli di Emr richiede la voglia di buttarsi senza difese in mezzo a pubblico che spesso non frequenta il teatro, in situazioni che apparentemente con il teatro non hanno niente a che spartire. Ma proprio lì sta la sorpresa, perché mi sono accorto che si può fare il teatro dovunque, proprio come i saltimbanchi o i cantastorie, insieme a cittadini riuniti in assemblea per riflettere e condividere. Per quanto mi riguarda, l’esperienza con Emr mi ha dimostrato che l’appartenenza a un progetto e un buon testo si possono rivelare armi vincenti anche nei contesti più difficili.

La forma del monologo corrisponde a una scelta precisa?

Il monologo è una scelta funzionale al fatto di contenere le spese, ma non solo. Infatti se non ci fosse Patrizia Pasqui ai testi, sarebbe difficile. Il monologo inoltre ti richiede di essere essenziale, aderente e flessibile alle situazioni che si presentano, ed è necessario assumersi tutte le responsabilità di quello che stai comunicando in prima persona, senza  scuse o intermediari. «Il monologo ti richiede di essere essenziale, aderente e flessibile»

Come ha lavorato su Farmageddon? C’è una parte di quello spettacolo a cui tiene particolarmente?

Farmageddon nasce dal fortunato incontro tra Roberto Satolli e Patrizia Pasqui che, per stimolo di Teresa Strada, si sono messi a indagare sul nodo sanità, profitto e diseguaglianza. Abbiamo cercato di trattare dei contenuti “pesanti” in maniera paradossale in modo da renderli divertenti senza perdere in spessore e confesso che mi diverto molto. Rudolf Virchow è per me il personaggio più sorprendente, oltre ad essere un grande medico: la sua vita è un vero romanzo. Ispiratore per Marx ed Engels, è stato uno dei primi a capire lo stretto rapporto tra politica e medicina. Insomma considero Farmageddon una parte importante del lavoro svolto con e per Emr. Un lavoro che considero un vero privilegio.