14 maggio, festa della mamma. Una giornata celebrata in Italia da sempre meno donne: la contrazione della natalità accompagna infatti il nostro Paese da decenni e coinvolge anche la componente straniera della popolazione. Ad attestarlo è il rapporto annuale divulgato dalla ong Save the Children, Le equilibriste – La maternità in Italia: le 392.600 registrazioni all’anagrafe nel 2022 hanno segnato il minimo storico italiano. Essere madri oggi è una prova di equilibrio per donne in bilico tra il proprio ruolo e la quasi totalità del lavoro di cura che grava su di loro.

“Le equilibriste”: il report di Save the Children sulla maternità

Alla bassa fecondità si lega il rinvio della maternità: le donne in Italia diventano madri sempre più tardi, con un’età media pari ai 32,4 anni, una delle più alte in Europa. La spiegazione a questi fenomeni risiede in un insieme di concause che spaziano dalla tendenza progressiva degli italiani a ritardare l’entrata in coppia – la cosiddetta “sindrome del ritardo” –, alla difficoltà dei giovani ad accedere al mercato del lavoro e a quello delle abitazioni, alla sempre minore numerosità delle donne residenti nella fascia d’età tra i 15 e i 49 anni.Le donne in Italia hanno meno figli o non ne hanno affatto e nel 2022 le registrazioni all’anagrafe hanno toccato il minimo storico. Quello dipinto dal nuovo report sulla maternità di Save the Children è uno scenario drammatico che rischia di minare il futuro del Paese. Il gap di genere che caratterizza il mondo del lavoro continua ad essere elevato: nel 2022 il divario lavorativo tra uomini e donne si è attestato al 17,5%, percentuale quasi duplicata in presenza di bambini. Antonella Inverno, responsabile delle Politiche dell’Infanzia e dell’Adolescenza di Save the Children Italia commenta i dati: «Se è vero che il trend di denatalità non può essere invertito velocemente, è ancor più vero che è quanto mai urgente cambiare le politiche a sostegno della genitorialità per non perdere altro tempo prezioso». Ma cosa significa davvero essere madre oggi?

Le difficoltà delle mamme e le risposte dei Cav

«C’è una grande solitudine»: cosi le numerose mamme che si rivolgono ai Centri di Aiuto alla Vita descrivono comunemente l’esperienza. «Qui arrivano soprattutto donne che sono rimaste sole, abbandonate dal compagno e spesso anche dalla famiglia di origine», racconta Soemia Sibillo, direttrice del Cav Mangiagalli di Milano. Dal 1984, quando ha inaugurato la sua attività, questa realtà ha accompagnato la nascita di 24.952 bambini e ogni anno fornisce sostegno a circa 1400 donne provenienti da tutti i Paesi, di tutte le religioni, ognuna con la propria storia alle spalle, accomunate semplicemente dall’essere madri. Il progetto di accompagnamento organizzato dal Centro si estende per diciotto mesi: all’aiuto materiale, che contempla beni come pannolini, passeggini, prodotti per la cura e l’igiene del bambino, si integrano una serie di servizi gratuiti volti ad accompagnare la donna nel suo percorso di maternità, senza trascurarne però l’inclusione nel tessuto sociale. «Da qualche mese abbiamo avviato un progetto di riqualificazione, di formazione e di avviamento al lavoro: pensiamo che sia molto importante per ridare autonomia alle mamme – prosegue Sibillo –. Vogliamo fornire un’accoglienza dettata da un ascolto, in modo che la mamma, dopo averla sperimentata, sia pronta ad accogliere il suo bimbo».

La solitudine e la disinformazione sono le principali difficoltà incontrate dalle mamme che si rivolgono ai Cav. «Vogliamo dare loro un’accoglienza basata sull’ascolto, in modo che anch’esse siano pronte ad accogliere i loro bambini», racconta Soemia Sibillo.

Alla solitudine si affianca spesso la difficoltà della disinformazione, frequente soprattutto tra le donne di origine straniera. A registrare un incremento significativo di questa utenza negli ultimi cinque-otto anni è stato il Cav Ambrosiano di Milano, dove molte madri, ostacolate dalla lingua e dalla precarietà della propria condizione, spesso ignorano l’esistenza dei servizi legati alla maternità. «Gran parte delle nostre mamme sono arabe e non parlano italiano: grazie all’aiuto di una mediatrice cerchiamo di superare l’ostacolo della lingua – spiega Elena Santambrogio, che da ventitré anni lavora come assistente sociale nella struttura –. Questo è fondamentale per rendere possibile il dialogo e l’ascolto delle loro storie, del loro arrivo in Italia, delle loro sensazioni legate alla gravidanza. Teniamo ad offrire alle donne una relazione di fiducia, in modo che loro la possano poi estendere ai loro bambini».

Nuova vita nel cortile del Bramante in Sant’Ambrogio

La direttrice del Cav Mangiagalli Soemia Sibillo nel nuovo appartamento in Sant'Ambrogio.

La direttrice del Cav Mangiagalli Soemia Sibillo nel nuovo appartamento in Sant’Ambrogio.

Proprio domenica, in occasione della festa della mamma, nel Cortile del Bramante della Basilica di Sant’Ambrogio a Milano verrà inaugurato un alloggio che diventerà casa per sei mamme sole, in gravidanza o con i loro neonati, dando loro la possibilità di intraprendere una nuova vita con i loro bambini. Il progetto è il frutto di una chiacchierata tra la direttrice del Mangiagalli e l’abate della basilica, monsignor Carlo Faccendini: «gli ho espresso la nostra difficoltà nel trovare soluzioni abitative e lui ha avuto l’idea di affidarci questa struttura e adibirla all’accoglienza», confida Sibillo. Sono giorni intensi, quelli che precedono l’inaugurazione: nelle stanze si alternano i volontari che, armati di stracci e giocattoli, sono i primi a ridare vita a questo luogo.

«È importante ricordare non solo il valore individuale, ma anche quello sociale della maternità: con l’aiuto di molti si può alleviare la sofferenza e solitudine delle donne in gravidanza e aiutarle a non pentirsi di aver detto il loro sì alla vita», racconta Soemia Sibillo.

«Consideriamo molto preziosa l’attività dei Cav e volevamo dare una mano – anche l’abate Faccendini prende parte ai preparativi e si aggira per la cucina, futuro spazio comunitario della casa –. Volevo creare in parrocchia un luogo che fosse un concreto richiamo alle esigenze della carità: questa casa ci ricorda che la carità è fatta di gesti, di luoghi, di concretezza». E soprattutto ci ricorda il valore non solamente individuale ma sociale della maternità, «di fronte al quale tutti dovremmo assumerci una responsabilità – conclude la direttrice –. Le nostre mamme arrivano con una sofferenza dentro e il dubbio di non potercela fare. Ma con l’aiuto di molti nessuna mamma che abbia avuto il suo bimbo si è mai pentita della scelta che ha fatto: di aver detto il suo sì alla vita».