«Bonan vespèron!», saluta Bruno entrando. «Bonan vespèron», risponde Tiziana. Su una lavagna, abbandonata nell’angolo di questo locale un po’ spoglio che affaccia su via Bramantino — zona Mac Mahon, periferia nord di Milano — c’è scritto “Bonan novan jaron”. Latino? Greco? Un mix delle due? O qualche strano dialetto balcanico? In realtà qui le persone si incontrano per parlare una lingua che non esiste. Una lingua artificiale, o “pianificata”, come preferiscono dire loro.

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