C’è un cartello giallo con una scritta rossa posto ai piedi della bara che probabilmente dice più di mille discorsi. Le parole scritte grandi, il tratto incerto, elementare, segno forse dell’emozione. Recita così: ‘Grazie a Biagi maestro di vita’ ed è l’immagine che meglio esprime il sentimento delle numerose persone che in hanno reso omaggio alla salma del popolare giornalista.

La camera ardente della clinica Capitanio di Milano, dove Enzo Biagi ha trascorso le sue ultime ore già dalla prime ore del mattino è stata oggetto di un via vai di persone di ogni età. Soprattutto gente comune: casalinghe, pensionati, tanti giovani e anche un padre che ha voluto portare con sé il proprio figlioletto. In ordinato silenzio si sono messe in fila per dare l’ultimo saluto al grande giornalista e fare le condoglianze alle figlie Carla e Bice. Anche se personalmente non lo si era mai conosciuto. Perché in fondo Enzo Biagi era uno di famiglia, una presenza rassicurante per milioni di italiani che in lui, come in pochi altri, hanno visto un punto di riferimento, una garanzia.

La sua opinione era sempre sostenuta dai fatti, forse per questo non aveva bisogno di urlarla. Enzo Biagi ci ha lasciati serenamente, il suo volto sorride. A illuminarlo la stemma partigiano della divisione Giustizia e Libertà che porta sul petto, simbolo della sua fiera militanza antifascista che sempre ha rivendicato. Tutt’intorno i simboli delle istituzioni, che Biagi ha sempre rispettato ma davanti alle quali non ha mai chinato il capo. Anche a costo di lasciarci il posto di lavoro. Evento che nella sua carriera si è ripetuto spesso. Chiaro sintomo che lui di padroni veri non ne aveva, o meglio, ne aveva uno, uno solo. Il suo pubblico. Quello che, con gli occhi lucidi, gli ha detto “Grazie”.

di Luca Aprea