Emanuele Satolli italiano classe 1979, ha frequentato la scuola di giornalismo di Torino, con il suo fotoreportage Krokodil tears ha documentato la vita dei tossicodipendenti da krokodil. Il suo reportage ha vinto il Kontinent Awards 2014 nella categoria editoriale e documentari ed è stato inserito nell’elenco “TIME’s Best Photojournalism” dell’anno 2013. Satolli vive da un anno e mezzo a Istanbul.

Come nasce la sua passione per la fotografia?

Ho sempre scattato, a 12 anni ho avuto la prima macchina compatta analogica e con il passare degli anni ne ho rotte e perse un sacco. Ho frequentato un corso di sviluppo in camera oscura che mi ha permesso di andare a fondo nei rudimenti. Ho comprato una reflex analogica che poi mi è stata rubata e ho dovuto ricomprare. Durante il periodo in cui ho frequentato la scuola di giornalismo di Torino avevo capito che la scrittura non sarebbe stata il mio “mezzo”, consideravo le parole “finite”.

«Volevo andare oltre e trovare quello che le parole non riuscivano a dire»

Finito il master ho lavorato come copywriter in una agenzia di comunicazione, era il periodo delle primavere arabe e io pensavo “voglio stare là”. A Milano ho fatto anche il cameriere dove con i soldi che guadagnavo ho iniziato a lavorare ai primi reportage.

Come sceglie gli scenari da raccontare?
Da quattro anni e mezzo vivo in Turchia e molte storie vengono fuori semplicemente parlando con la gente. Oggi qui vivono 3 milioni di siriani, le storie vengono da sé. Nella norma quando trovo una storia da sviluppare penso anche se può funzionare a livello editoriale.

Qual è la linea di confine tra l’essere testimoni di ciò che accade e la partecipazione emotiva del fotografo?
Credo che nella fotografia questa linea sia molto sottile. Il coinvolgimento emotivo condiziona perché condiziona poi lo scatto. Sono io che quando fotografo scelgo di lasciare fuori dal frame dei particolari o viceversa. Ѐ sempre un racconto dal mio punto di vista.

Ogni fotografo mette la sua presenza e la sua emotività nei suoi lavori. Secondo me è un bene che sia sottile questa linea, ma allo stesso tempo ogni fotoreporter deve stare attento a non parlare di sé: i soggetti sono la storia. Ci sono certi reportage in cui la macchina del fotografo prevarica per me invece quello che deve emergere è la storia non il fotografo.

Il 17 ottobre 2016 è partita l’operazione di liberazione di Mosul che lei ha raccontato attraverso le sue fotografie. Cosa è la guerra per un fotoreporter?

Sicuramente è il raccontare quello di chi non è implicato tra i due schieramenti. La prima vittima di una guerra sono i civili. Ѐ una questione non facile da rappresentare. Il fotografo deve avere la responsabilità di rappresentare cosa comporta la guerra per loro che in queste occasioni sono usati come scudi umani e merce di baratto.

Tra i suoi progetti fotografici c’è quello a Fukushima, un reportage realizzato grazie ad una campagna di crowdfunding cinque anni dopo il terremoto e lo tsunami. Cosa l’ha colpita di più di quell’esperienza?
Al progetto di Fukushima ho lavorato con una collega Alessia Cerantola che oltre ad aver frequentato lingue orientali alla Ca’ Foscari a Venezia è stata una mia compagna al master di giornalismo. Lei era 10 anni che viaggiava in Giappone. La sua conoscenza della lingua e della zona ci ha aiutati molto. Di questa esperienza durata 18 giorni, mi ha colpito l’apparente calma dei giapponesi, l’efficienza e l’ordine. Soprattutto il museo per non dimenticare che hanno costruito, un luogo per ricordare l’evento tsunami e evitare che possa ripetersi.

Lei con il servizio Krokodil tears “lacrime di coccodrillo” ha raccontato su Time la vita dei tossicodipendenti della città siberiana di Yekaterinburgin. Come è nata l’idea del progetto?
Facevo il cameriere a Milano all’Erba brusca quando un mio collega mi ha chiesto “oh ma hai visto il video su Vice sui tossicodipendenti che perdono la pelle?”. Il krokodil fa questo effetto, il nome infatti pare derivi dal modo in cui la sostanza, desquami la pelle, rendendola simile a quella di un coccodrillo.

Dopo aver visto il video mi sono interessato, ho cercato dei contatti e ho trovato una giornalista russa che aveva scritto un libro sull’argomento. L’ho contattata e lei mi ha girato altri contatti. All’inizio comunicavo con loro tramite Google translator. A febbraio/marzo 2013 sono partito con un interprete e il mio timore era di tornare a casa senza una foto, perché prima dovevo ottenere la loro fiducia. Sono stato là 40 giorni e sono riuscito a fare la prima parte del lavoro.

Tornato in Italia il Time pubblica un articolo su un caso di krokodil a Chicago. Ho colto l’occasione e ho mandato una mail al photo editor dicendogli quello che avevo fatto, e che il 16 agosto sarei ripartito. Il 15 notte ero all’Atomic a Milano e il photo editor che non si era più fatto sentire mi scrive “E allora?” e mi chiede se mi andrebbe di fare il lavoro per Time più di girare qualche video. Per tutta la durata del mio viaggio mi scambiavo impressioni con lui e pareri.

Dopo 3 anni ad aprile 2016 sono tornato per fare un follow up, l’idea era vedere come stavano a distanza di qualche anno le persone che avevo fotografato. Ho avuto difficoltà a ritrovarli, avevo numeri di telefono che ormai erano disattivati, alcuni erano morti, qualcuno in ospedale con la tubercolosi e qualcuno paralizzato. Sono riuscito a portare a termine il lavoro e a pubblicare un video che è uscito a giugno 2016.

La situazione dei profughi nei campi lungo il confine tra Turchia e Siria mostra un’altra faccia della complessa crisi siriana. Cosa rimane negli occhi di chi ha visto i campi profughi di Akcakale e Harran?
Mi è rimasta l’impressione del tempo che gocciola piano piano, il senso di quelle persone di essere inutili.

«Erano persone attive che lavoravano, ma nei campi profughi non sei più padrone della tua vita, c’è un senso di pesantezza del tempo»

Erano persone attive che lavoravano, ma nei campi profughi non sei più padrone della tua vita, c’è un senso di pesantezza del tempo. La Turchia favorisce la visita ai giornalisti nei campi profughi, sono stati investiti diversi soldi per cui la condizione di vita è abbastanza accettabile.

Attraverso le sue fotografie è stato testimone del fallimento del colpo di stato in Turchia. Secondo lei la fotografia può cambiare il corso della storia?
La fotografia sì. Ci sono state e ci saranno fotografie che influenzeranno l’opinione pubblica e soprattutto che andranno ad influenzare i decision marker. Ci sono immagini che diventano icone e hanno un impatto anche da questo punto di vista. Per i giornalisti ci vuole dedizione e pazienza.

A quali progetti sta lavorando ora?
Al momento sto valutando se tornare in Iraq dove sono stato tre settimane prima di Natale. Ho in testa un progetto a lungo termine in Turchia. Mi interesserebbe un editing sulla situazione socio politica ed in particolare mi piacerebbe occuparmi della situazione economica del paese. Per me l’economia è il maggior nemico di Erdogan e potrebbe farlo allontanare dai poteri forti. Il 2017 sarà abbastanza pieno e poi la Turchia offre molto.