Il regime iraniano ha condannato a morte almeno 834 persone nel 2023, un aumento del 43% rispetto al 2022. Si tratta della cifra più alta dal 2015, secondo il rapporto annuale delle Ong Iran Human Rights e Ensemble Against the Death Penalty. “Il numero delle esecuzioni è letteralmente esploso nel 2023”, come dimostra il 16esimo rapporto delle Organizzazioni non governative sulla pena di morte in Iran. L’Iran ha il più alto tasso di esecuzioni femminili a livello globale e, negli ultimi dieci mesi, cento ragazze sono state vittime di “delitti d’onore” da parte di parenti maschi nel contesto di controversie familiari, secondo le dichiarazioni dell’agenzia di stampa per gli attivisti per i diritti umani (HRANA) con sede negli Stati Uniti. L’anno scorso l’attuale presidente iraniano Ebrahim Raisi ha chiesto una  stretta sull’applicazione delle regole. Il principale strumento di controllo della sicurezza è la pena di morte, così come gli arresti e le delazioni.

Proteste in Iran: una storia lunga decenni 

Le proteste in Iran non sono una novità di questi ultimi anni. Storicamente, si sono svolte fin dalla nascita della Repubblica islamica, a seguito della rivoluzione iraniana. Le donne si erano riunite nella capitale Teheran l’8 marzo 1979, il giorno prima l’Ayatollah Khomeini aveva imposto l’obbligo dell’uso del velo. Mentre oggi, 8 marzo, Giornata internazionale della donna, le donne iraniane affrontano ancora disuguaglianze di genere profondamente radicate e subiscono le violenze determinate dalle leggi oppressive nazionali. In Iran, le donne che non indossano il velo rischiano di non avere accesso al posto di lavoro, a scuola, all’ospedale, oltre ad essere penalizzate sull’eredità, la custodia dei figli in caso di divorzio, e l’età legale – estremamente bassa – del matrimonio. Non è permesso loro neppure andare in bicicletta, ballare o cantare in pubblico. In Iran vige l’apartheid di genere.

Nonostante non se ne abbia notizia, “la forma di disobbedienza sociale delle donne in Iran persiste. Le donne continuano a presentarsi nella società senza il velo, con il rischio di subire frustate e arresti, anche pesanti”. Parlano Rayhane Tabrizi e Luciana Borsatti

Donna, vita, libertà: le “voci” di Masha Amini

Il 13 settembre 2022 Mahsa Amini, una giovane donna in visita a Teheran con la famiglia, è stata fermata, trattenuta e interrogata dall’unità speciale del regime iraniano (Gasht-e Ershad), che ha il compito di far rispettare il corretto codice di abbigliamento islamico e la segregazione sessuale. Mahsa Amini è stata fermata perchè non osservava la legge sull’obbligo del velo e dopo l’interrogatorio è stata ricoverata priva di sensi. A pochi giorni di distanza è morta nell’ospedale Kasra, nella capitale. Le autorità iraniane hanno subito attribuito la morte a patologie preesistenti, ma la famiglia ha negato. Masha Amini da quel giorno è diventata il simbolo della protesta che è esplosa con manifestazioni in tutto il Paese. Ancora oggi la memoria di Amini muove la rivoluzione della donne in Iran e nel mondo, che grida lo slogan “Donna, vita, libertà” (Zan, Zendegi, Azadi). «Oggi nonostante sembri che la manifestazione sia arrivata ad un momento piatto, perchè non abbiamo manifestazioni in evidenza, questa forma di disobbedienza sociale persiste. Le donne continuano a presentarsi nella società senza il velo, con il rischio di subire frustate e arresti, anche pesanti. Se si presentano senza il velo ricevono per l’esattezza settantaquattro frustate. Da poco è giunta la notizia per cui le donne che vengono fermate dovranno anche fare un corso obbligatorio sulla morale religiosa», così racconta Rayhane Tabrizi, deal manager di una multinazionale, che dall’uccisione di Mahsa Amini è diventata una tra le più importanti attiviste dei dissidenti iraniani in Italia. Tabrizi organizza eventi volti ad ampliare la voce delle donne in Iran tramite l’associazione Manaà, che ha fondato e di cui è presidente: «E’ una lotta in corso, tutti i giorni». Narges Mohammadi, Nobel per la Pace 2023, in una dichiarazione rilasciata in questi giorni ha ricordato «I regimi dei Taleban e della Repubblica islamica hanno sistematicamente e deliberatamente orchestrato condizioni di soppressione, dominio, tirannia e discriminazione contro le donne, nonché la loro sottomissione. Da un lato, le leggi, le pratiche e i comportamenti di questi regimi ostacolano i cambiamenti giuridici, politici e sociali a favore delle donne. Dall’altro lato, il problema del miglioramento della condizione femminile è legato alle gravi questioni della povertà e del disagio economico» e ha chiesto alla comunità internazionale, alle organizzazioni per i diritti umani e femministe, ai sostenitori della democrazia, della libertà e dell’uguaglianza di «sostenere la criminalizzazione dell’apartheid di genere e la liberazione delle donne, che in Iran e in Afghanistan si ribellano con forza». Narges Mohammadi ha avviato la campagna No esecuzioni in Iran e in questi giorni sciopera insieme ad altre sessanta prigioniere donne.

Una protesta in continua evoluzione 

«La forma di protesta si è trasformata – continua Rayhane Tabrizi  – passando dalla manifestazione nelle strade ad altre forme: un esempio è che alle feste di laurea le ragazze si presentano tutte senza il velo. Questo è come protestare in strada: dimostri fortemente di non condividere la legge del regime». Gli strumenti con cui questa nuova generazione di donne e uomini sono la musica, il ballo e il canto. In questo modo destabilizzano il regime e riconoscono che la via per la democrazia passa attraverso la libertà della donna. Il primo marzo si sono svolte le elezioni parlamentari in Iran e l’affluenza al voto è stata del 15%: molti hanno lasciato la scheda bianca. «Le proteste iniziate un anno e mezzo fa hanno certamente inciso sull’affluenza al voto. Molte famiglie hanno iniziato a parlare di reati che il regime aveva fatto nei loro confronti dopo anni e questo ha creato un risveglio nel popolo iraniano» sottolinea Tabrizi. 

Donne, politica, repressioni

La reazione del movimento delle donne ha quindi inciso sull’affluenza e la popolazione è rimasta colpita dalla durezza della repressione esercitata dalla classe dirigente della Repubblica Islamica contro chi protestava per cambiare le politiche interne dello Stato e dare maggiori libertà personali e diritti, non solo alle donne, ma a tutte le categorie interessate tra cui i giovani. «Il movimento ha giocato un ruolo importante, ma credo che anche senza di esso la percentuale di astensionismo sarebbe stata ugualmente alta» afferma Luciana Borsatti, giornalista freelance, già corrispondente dell’Ansa da Teheran e autrice di “Iran il tempo delle donne”, “L’Iran al tempo di Trump” e “L’Iran al tempo di Biden”. «Riflettendoci, anche le ultime elezioni del 2020 avevano registrato un tasso di astensionismo alle urne pari al 42%, non molto superiore a quello dell’anno corrente e lì ancora non c’erano stati movimenti di questa portata», conclude Borsatti. Negli anni precedenti ci sono state manifestazioni settoriali, sindacali e di protesta di vario tipo, come nel 2019, «quindi può essere considerato una sorta di prova generale di quello che poi sarebbe stato tre anni dopo», dice Borsatti. La funzione dell’astensionismo ha lanciato il messaggio di una società che, per la maggior parte, vuole una delegittimazione dell’attuale Repubblica Islamica. È imperativo ricordare che nella Repubblica Islamica la votazione è a suffragio universale, a differenza di certe monarchie del Golfo. Secondo Borsatti, inoltre, in Iran il voto è viziato già in partenza dal ruolo del Consiglio dei Guardiani che, soprattutto in queste elezioni, ha cercato di usare la scure per eliminare le candidature moderate. Infine, l’uscita unilaterale di Trump dall’accordo sul nucleare ha compromesso la possibilità di una politica più pacifica e di dialogo tra Iran e Occidente.

Il cambiamento parte dalla disobbedienza civile, dal movimento continuo

La popolazione, in particolare le donne e i giovani continuano a lottare «contro l’obbligo del velo, che è un alto valore simbolico, ma non esaurisce la grande portata delle rivendicazioni di questo movimento. Ha riflettuto un cambiamento culturale profondo all’interno della popolazione iraniana, cioè l’insofferenza a queste regole e restrizioni anacronistiche imposte dalla Repubblica Islamica e dettate da una certa interpretazione della sharia», continua Borsatti. C’è un cambiamento nelle coscienze della popolazione che emerge soprattutto nel gesto simbolico di molte donne di non indossare più il velo nelle strade, nonostante siano aumentate le restrizioni, le punizioni, le multe e la possibilità di arresto per chi lo fa. È disobbedienza civile. In Iran le donne non hanno solo l’obbligo del velo: possono ereditare soltanto la metà dei beni dei loro fratelli maschi, non possono chiedere il divorzio e non hanno la custodia dei figli se non in casi eccezionali. Dal 1979 la società civile intesa come popolazione consapevole dei propri diritti si è allargata molto. Il risarcimento, ovvero il prezzo del sangue per la perdita di una vita per l’uccisione o la morte di una donna, è la metà di quella di un uomo: le norme della Repubblica islamica, penalizzano fortemente le donne, che nonostante questa legge costituiscono oltre 60% della popolazione universitaria. Un uomo per sposarsi deve promettere una certa somma economica alla donna. Da questi esempi si evince come nello stato iraniano permanga una mentalità patriarcale e maschilista che, nonostante ci sia in altri posti del mondo, compreso in Occidente, è rafforzata dall’interpretazione dell’Islam. «Il cambiamento deve partire dall’interno a sostegno della società civile iraniana, ma per farlo deve avere l’appoggio dall’esterno, dalla comunità internazionale». Luciana Borsatti nota che «i lavoratori sono scesi in piazza anche per le rivendicazioni salariali, ma al fianco della causa delle donne. Il movimento è composto da vari interessi di diverse categorie sociali, ma non ha mai raggiunto una massa critica. In termini numerici non è stato sufficiente a cambiare un messaggio di politica nel Paese».

Una guida al cambiamento

La Repubblica Islamica si è assicurata l’ultima parola sulle prossime decisioni, compresa l’elezione della nuova guida suprema. Borsatti è infatti molto dubbiosa su un possibile dialogo tra il governo vincitore e i manifestanti: «Forse qualche anno fa sarebbe stato possibile tra almeno una parte dell’opposizione e i gruppi riformisti moderati». Le donne in Iran hanno fatto da traino per le istanze e le rivendicazioni che abbracciano diversi gruppi sociali: dai giovani alle minoranze etnico-religiose, dai lavoratori a tutti gli attivisti per i diritti umani e della lotta contro la repressione e le esecuzioni capitali. «Le donne sono un soggetto sociale con caratteristiche quasi universalistiche, che si fa anche carico di istanze presenti in tutti gli strati della società, che chiede un cambiamento radicale del sistema di potere per una vita dignitosa, per la possibilità di avere entrate mensili in un nucleo familiare sufficienti e per una giustizia sociale», conclude Borsatti. In conclusione, il cambiamento deve essere guidato dalle istanze del ceto medio che si è impoverito e che non crede più nella possibilità di trovare condizioni di vita dignitose e di autorealizzazione in Iran.