Sono passati centonovantaquattro giorni dal 5 marzo, quando tutte le scuole d’Italia sono state chiuse. Da quel momento la domanda che tutti si sono posti è: quando la scuola potrà ripartire? La risposta è arrivata da sé. Il 14 settembre. Ed è ripartita seguendo delle semplici – ma fondamentali – regole:obbligo della mascherina in alcune situazioni, distanziamento di almeno un metro tra gli studenti, percorsi diversi all’interno degli edifici, ingressi e uscite organizzati in modo da non creare assembramenti, sanificazione e aerazione degli ambienti. Eppure in questi infiniti giorni di attesa, sono state moltissime le polemiche che ci hanno accompagnato fino al tanto atteso rientro in classe.

Dopo infatti una pausa di sei mesi, in molti rimproveravano al governo di aver privato gli studenti di un intero semestre scolastico. Nello stesso momento il New York Times raccontava le difficoltà vissute in Israele, che aveva riaperto le scuole per poi dover nuovamente rientrare nell’incubo lockdown. Una scelta dunque delicata da prendere, nonostante le richieste di riaperture delle scuole si facessero sempre più forti e rumorose: “Credo che sia stata una scelta opportuna,il Paese ha bisogno di ripartire e la scuola rappresenta un aiuto imprescindibile anche per la ripresa della quotidianità“, dice Paola Senesi, dirigente scolastico del Liceo Giulio Cesare di Roma, che aggiunge: “Ritengo comunque che, fermo restando l’inizio dal primo settembre dello svolgimento dei piani di apprendimento Individuali degli alunni e dei Piani Integrativi degli apprendimenti delle classi, il nuovo anno scolastico sarebbe potuto iniziare il primo ottobre, magari con tutti i docenti in cattedra”.

I presidi chiedono più attenzione e rispetto per la scuola da parte della politica. E, ad apertura di anno scolastico, tirano le somme: è necessario progettare una scuola diversa e più tecnologica, a patto che nessun alunno resti indietro.

A fronte del grande sforzo che si sta compiendo per riaprire le scuole anche in Italia, il dubbio quindi resta: è sicuro farlo? La preoccupazione principale era capire come le famiglie ed i ragazzi avrebbero metabolizzato delle norme che contrastano con lo spirito dell’istruzione scolastica. Il luogo dell’aggregazione per eccellenza è diventato un luogo dove la distanza potrebbe inficiare la dinamica delle relazioni. Le preoccupazioni restano ancora molte, ma le prime risposte sembrano essere incoraggianti: Credo che da parte delle famiglie ci sia innanzitutto la volontà di ripartire, ma con una grande disponibilità ad una nuova forma educativa – spiega Gianfrancesco D’Andrea, dirigente scolastico dell’Istituto omni-comprensivo di Alvito, in provincia di Frosinone –. Ho trovato degli studenti consapevoli di un bisogno aggiuntivo di responsabilità: l’ho letto nei loro occhi”.

Questa prima metà di anno ci ha però lasciato la convinzione che la didattica a distanza resta – e forse lo scopriamo solo oggi – una valida alternativa. La possibilità di ricorrere al digitale permette di non spegnere del tutto l’interruttore della scuola. La prova nel lockdown è stata positiva, anche se un aspetto da non sottovalutare è la circoscrizione del tempo, da marzo a giugno, che ne ha ampiamente ridotto la portata: “Se dovessimo immaginare una didattica a distanza da ottobre a giungo credo che sarebbe un disastro – precisa D’Andrea –, perché non hai la possibilità di un’attenzione che vada oltre un certo periodo. Il ragazzo è soggetto a maggiore stress e stanchezza: è impensabile pensare di sostituire la didattica in presenza.L’ho detto subito ai docenti come premessa: bisogna cambiare la metodologia: con la didattica a distanza bisogna inventarsi una scuola diversa”.

Parole a cui fanno seguito quelle di Paola Senesi, che aggiunge: Entrambe le forme di insegnamento-apprendimento sono utili. La didattica in presenza consente la coesione sociale e costituisce un patrimonio irrinunciabile nei suoi valori solidi. La didattica a distanza ha avuto il pregio di salvare l’anno scolastico e di introdurre elementi fortemente innovativi; tuttavia, affinché essa risulti completamente efficace, occorre una formazione specifica del personale docente e anche la presenza di infrastrutture tecnologiche adeguate su tutto il territorio nazionale oltre che il possesso di strumenti elettronici adeguati da parte di ciascun alunno”.

Il divario tra strumenti tecnologici è stato uno dei grandi problemi vissuti dalla scuola italiana in questo lockdown, ma non solo: dal monte ore annuale alla didattica a distanza, la riapertura, le regole da seguire ed infine anche la concitata questione relativa ai banchi. Tanti sono stati gli spunti per polemizzare, senza però arrivare mai ad un dialogo costruttivo. Al centro è la politica, rea di aver polarizzato l’argomento scuola come arma, senza invece provare a dare qualcosa in più. Ad oggi sappiamo che il decreto rilancio prevede uno stanziamento di 1,6 miliardi di euro da utilizzare per lavori di edilizia, acquisto di banchi monoposto, strumenti tecnologici, sostegno alle scuole paritarie, assunzione e formazione del personale. Azioni però che non hanno placato le critiche: “La scuola in Italia non la conosce quasi nessuno. Nel momento in cui abbiamo per anni trascurato il problema dell’edilizia scolastica ad esempio, o del sovraffollamento delle classi, abbiamo la pretesa di risolvere tutto con i banchi a rotelle, che ovviamente fanno divampare le polemiche – dice Gianfrancesco D’Andrea –. È un tema che va affrontato molto più in profondità, che dovrebbe andare a cambiare quella che è l’idea della scuola. Questa era l’occasione giusta per parlarne, ma l’abbiamo persa”.

Alle parole di D’Andrea, fanno eco, chiaramente, anche quelle di Paola Senesi, la quale ci tiene a precisare l’importanza dell’istituzione scolastica: Ritengo che la scuola e l’istruzione siano un bene prezioso per ogni comunità civile. Occorre sostenerla in quanto è fondamentale per lo sviluppo e per il progresso della società, con opere concrete e investimenti anche finanziari programmati e continuati nel tempo”.Più attenzione e rispetto dunque, per la scuola. È questo ciò che viene richiesto dai presidi. Una pretesa quasi scontata, ma che oggi più che mai deve essere presa in seria condizione. Un atto di fiducia per ricominciare e ripartire, iniziando dalla scuola.