«Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione e questo diritto include la libertà di opinione senza interferenze e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza frontiere». Così la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sancisce, all’articolo 19, il diritto alla libertà di espressione e di stampa. Un diritto, questo, che spesso si tende a dare per scontato ma che è ancora lungi dall’essere una conquista assodata per tutti. Lo ricorda anche un recente rapporto di Reporters sans frontières: su 180 Paesi esaminati in tutto il mondo, nel 2023 ben il 70% presentava condizioni relative alla libertà di stampa definite “problematiche”, “difficili” o “molto gravi” (17,2%, in crescita di oltre un punto e mezzo rispetto al 2022). Anche alla luce di questi dati oggi più che mai si sente la necessità di ribadire il valore cruciale della libertà di stampa, che il 3 maggio celebra la sua Giornata mondiale, istituita nel 1993 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

RSF index

Indice della libertà di stampa calcolato da Reporters sans frontières per il 2023

Come ricorda Danilo De Biasio, storica voce di Radio Popolare, di cui è stato anche direttore, quest’anno la ricorrenza cade in un momento estremamente delicato, segnato da «due guerre simbolicamente molto forti e importanti, oltre che naturalmente sanguinose». In un simile contesto, «ogni giorno abbiamo a che fare con numeri e notizie che provengono direttamente dai vertici militari dei Paesi coinvolti senza nessuna forma di controllo possibile e con forti censure». Proprio la presenza di tali situazioni di conflitto, secondo De Biasio, è oggi una delle minacce più gravi alla libertà di stampa insieme ad alcune sperimentazioni dell’intelligenza artificiale che il giornalista definisce «rudimentali» ma «preoccupanti»: «nell’ignoranza generale intorno a questo grande argomento non ci rendiamo conto che non abbiamo nessuna forma di controllo pubblico e che tutto è nelle mani di soggetti privati e di editori che in questo momento hanno un grande interesse economico a sperimentare» le applicazioni dell’AI nella stampa.

Secondo Danilo De Biasio, oggi la libertà di stampa deve far fronte a due nuove minacce: da una parte il moltiplicarsi dei conflitti, dall’altra lo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale.

Alle nuove minacce alla libertà di stampa rappresentate dal moltiplicarsi dei conflitti e da un uso pericoloso dell’intelligenza artificiale vanno poi aggiunti i rischi di censura, che secondo De Biasio sarebbero presenti anche all’interno della televisione pubblica: «Nell’attuale governance della Rai [sancita dalla riforma del 2015, ndr] si è passati dal pluralismo garantito dalla legge del 1975 a una forma di controllo governativo» che, sotto l’attuale esecutivo, sarebbe diventato «particolarmente asfissiante». Oltre che dai pericoli di censura da parte dell’autorità politica, l’ex direttore di Radio Popolare mette in guardia dai rischi, forse ancora maggiori, rappresentati da una nuova forma di «autocensura»: «molto spesso sono gli stessi giornalisti che, non avendo più le garanzie di un contratto stabile ed essendo in balia del precariato, hanno molta più difficoltà a dire di no alle richieste che arrivano dall’editore».

De Biasio, che è anche direttore della Fondazione e del Festival dei Diritti Umani di Milano, ritiene che la libertà di stampa rappresenti essa stessa un diritto umano, dal momento che «dall’informazione e dalla conoscenza dei fatti dipende l’idea del mondo di ognuno di noi». Una cattiva informazione può inoltre a sua volta ledere i diritti stessi delle persone, in particolare delle minoranze: ad esempio, ricorda il giornalista, in Italia «abbiamo l’idea che i migranti siano in gran parte maschi, giovani, neri e musulmani, mentre tutti i numeri dicono che la maggioranza dei migranti nel nostro Paese sono donne bianche e cristiane». Il perpetuarsi di simili luoghi comuni, frutto di un uso distorto dell’informazione fa sì che, di fronte a più possibili letture della realtà si privilegi «quella che ci è più comoda, quella che intravede sempre un avversario davanti a noi, quella che alla fine produce altro odio».

La censura non rappresenta l’unico pericolo per i giornalisti in molte parti del mondo. Spesso non è nemmeno il più grave. Ancora troppi cronisti devono far fronte quotidianamente a minacce alla loro libertà e alla loro stessa vita. Secondo il CPJ, Committee to Protect Journalists, alla fine del 2023 erano almeno 320 i giornalisti imprigionati nel mondo. In testa a questa poco invidiabile classifica c’è la Cina, con 44 reporter incarcerati, seguita a ruota dalla Birmania con 43. In casi più estremi, i giornalisti possono anche essere uccisi mentre svolgono il loro mestiere. Dall’inizio dell’anno il CPJ ha contato almeno 21 assassini di questo tipo. 20 di essi si sono verificati a Gaza, dove si stima che, dal 7 ottobre, almeno 97 giornalisti abbiano perso la vita, vittime “collaterali” di un conflitto che ha già causato la morte di decine di migliaia di civili innocenti.

Guerre come quella nella Striscia hanno portato prepotentemente alla ribalta il tema della sicurezza dei giornalisti nei contesti bellici. Secondo Antonella Napoli, membro del gruppo di presidenza di Articolo 21, associazione impegnata da oltre vent’anni a promuovere il principio della libertà di pensiero, «è fondamentale che vengano adottate misure concrete per garantire la sicurezza» dei reporter di guerra. Per questo auspica che vengano garantiti «un addestramento specifico, l’accesso a dispositivi di protezione, la presenza di un sistema di monitoraggio e supporto in tempo reale e la collaborazione con organizzazioni internazionali e governi per garantire il rispetto delle norme internazionali sulla protezione dei giornalisti».

Ma sono molti altri i teatri di guerra sparsi per il mondo dove i giornalisti rischiano quotidianamente la vita nell’esercizio della loro professione. Tra questi rientrano molti Paesi africani, specie nel Sahel, costellato da conflitti civili latenti o conclamati, come nel caso del Sudan. La Napoli, che è anche direttrice di Focus on Africa, è una profonda conoscitrice del continente nero. Qui, ricorda, «molti giornalisti sono esposti a minacce fisiche, intimidazioni, arresti arbitrari e censura da parte dei governi e dalle autorità locali». La situazione della libertà di stampa, in Africa, varia anche molto da Paese a Paese, ma è tendenzialmente accomunata da minacce quali «violazioni dei diritti umani, pressioni politiche ed economiche, corruzione, mancanza di rispetto per la libertà d’espressione».

Antonella Napoli evidenzia come negli ultimi anni siano aumentate le minacce nei confronti dei giornalisti: «Non è stato fatto abbastanza per garantire piena libertà di stampa. Anzi. Vedo costanti regressioni».

Allargando lo sguardo, la Napoli ritiene che non sia solo l’Africa ma tutto il mondo, Italia compresa, ad aver sperimentato in tempi recenti «un aumento delle minacce e delle pressioni nei confronti dei giornalisti. La diffusione di fake news, la manipolazione dell’opinione pubblica da parte dei poteri forti e la violenza fisica nei confronti dei cronisti sono solo alcuni degli ostacoli che si frappongono alla libertà di stampa». Le constatazioni della giornalista si fanno ancora più amare quando le si chiede se crede che negli ultimi anni siano stati fatti sufficienti passi in avanti per tutelare tale diritto: «Sinceramente trovo che non sia stato fatto abbastanza per garantire una piena libertà di stampa, in Italia come nel mondo. Anzi. Vedo delle costanti regressioni». Guardando al nostro Paese, ad esempio, «si è registrata un aumento delle aggressioni via social, e non solo, ai giornalisti da parte di gruppi estremisti». Ciò dimostra quanto, anche in una democrazia consolidata, la libertà di stampa sia un valore da difendere e da non dare mai per scontato.