Promosso e voluto dalla Lega di Matteo Salvini, il Decreto Sicurezza è diventato legge: dopo il sì della Camera al voto di fiducia ottenuto con larga maggioranza, il testo è entrato in vigore definitivamente il 4 dicembre, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale con il nome di Legge 1 dicembre 2018, n. 132. Al suo interno, tra i temi più controversi e dibattuti, c’è quello della perdita della cittadinanza italiana, regolato dall’articolo 14.

Chi sono i cittadini italiani che da oggi possono perdere la cittadinanza?
Per subire la revoca della cittadinanza occorre aver commesso reati gravissimi. Parliamo di condanna definitiva per “delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento costituzionale” o per aver ricostituito, dopo esplicito ordine di scioglimento, “associazioni dirette a stabilire violentemente la dittatura”. Tuttavia, non tutti gli italiani rei di tali azioni perderebbero la cittadinanza. La revoca riguarda infatti solo determinate categorie di cittadini“La revoca della cittadinanza riguarda solo alcune categorie di italiani”: i cittadini nati in Italia da genitori stranieri e divenuti italiani con il compimento dei 18 anni; i cittadini di origine straniera o apolide divenuti italiani grazie al matrimonio con un uomo o una donna italiani; i cittadini residenti all’estero divenuti italiani perché hanno un antenato italiano in linea retta; i cittadini di origine straniera adottati da un cittadino italiano dopo la maggiore età; i cittadini di origine straniera o apolide divenuti italiani dopo aver vissuto e lavorato in Italia per almeno quattro anni (nel caso di cittadini dell’Unione europea), cinque (nel caso degli apolidi) o dieci (negli altri casi).

I precedenti
Non è la prima volta, nella storia della Repubblica italiana, che si stabilisce per legge la possibilità di perdere la cittadinanza italiana. Come ricorda il professore Renato Balduzzi, esperto di Diritto costituzionale, già membro del Consiglio Superiore della Magistratura ed ex ministro del governo Monti, «la cittadinanza non è ritenuta un diritto inviolabile e inalienabile della persona. Da sempre il nostro ordinamento giuridico prevede la possibilità di una revoca a fronte di reati gravissimi». Secondo la legge sulla cittadinanza del 5 febbraio 1992, sono sostanzialmente due i casi per i quali questa può essere revocata. Il primo (art. 12) riguarda tutti i cittadini, che accettino un impiego o una carica pubblica o prestino servizio militare per uno Stato estero, in una situazione fortemente compromessa (qualora, ad esempio, l’Italia fosse in guerra contro quel Paese). «Si tratta sostanzialmente di atti considerati tali da mettere in crisi il rapporto di fiducia con la nazione italiana», precisa Balduzzi. C’è poi un ulteriore caso di revoca della cittadinanza, regolato dalla stessa legge (art. 3), che riguarda solo una particolare categoria di cittadini: quelli divenuti tale per adozione da parte di un italiano durante la minore età, i quali abbiano commesso un atto talmente grave nei confronti del genitore adottivo (ad esempio l’omicidio), da subire la revoca dell’adozione. In questo caso la cittadinanza è revocabile solo a condizione che l’adottato sia comunque in possesso di un’altra cittadinanza.

I profili di incostituzionalità
La nuova normativa imposta dal Decreto Sicurezza però, pone una «novità», secondo il professor Balduzzi: «In questo caso si parla sempre di reati gravissimi, tali da compromettere il rapporto di fiducia con la nazione, tuttavia tale norma non si riferisce alla generalità dei cittadini italiani che abbiano commesso quei reati, ma solo ad alcune categorie. Il vero problema – prosegue – è stabilire la ragionevolezza di questa norma». Secondo Balduzzi sono due le questioni da porsi di fronte all’art. 14. La prima: è ragionevole che certi reati comportino la revoca della cittadinanza? «Si può discuterne – risponde Balduzzi – ma di fatto ogni ordinamento prevede la possibilità di revocare la cittadinanza per determinati reati». La seconda: è ragionevole la discriminazione tra cittadini? «Qui il tema si fa più complesso».

Sono due, secondo Renato Balduzzi, gli articoli della Costituzione sulla base dei quali potrebbero in futuro essere sollevati dubbi di legittimità dell’art. 14 del Decreto Sicurezza: l’art. 3, secondo cui “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni”“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni” (art. 3, Costituzione italiana) e l’art. 10, per cui “l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”. Ad esempio quella contenuta nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (proclamata dalle Nazioni Unite nel 1948), secondo cui “ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza”. «Che cosa succede se viene revocata la cittadinanza italiana a un individuo che non è in possesso di altra cittadinanza?», ragione Balduzzi. A quest’interrogativo la nuova legge non fornisce alcuna risposta.