La macchinazione di David Grieco è un film raro, che con delicatezza e coraggio esplora le ultime settimane di vita di Pier Paolo Pasolini e il meccanismo perfetto di una trappola che ha sacrificato il più forte e il più indifeso dei nostri intellettuali. Un’opera cinematografica composta a incastro. Con un superlativo Massimo Ranieri. Il regista racconta.

David Grieco, il contesto socio culturale e politico degli Anni di Piombo ha influito sul delitto Pasolini?

Ovviamente sì. Se lo chiamiamo contesto ne facciamo un fatto quasi naturalistico. Quel contesto invece è stato creato nel clima di ambiguità spaventosa che appunto Pasolini denunciava. Un Paese che riceve ordini da un altrove. E che in qualche modo crea dei contropoteri più o meno occulti che poi trovano la loro massima espansione negli anni Settanta con la P2. Un salto in avanti rispetto alle tentazioni golpiste degli anni precedenti. Dalla fine degli anni Sessanta fino al ‘74 è stato riconosciuto che ogni anno è stato tentato un colpo di Stato. Quando l’Italia cominciò ad essere vista da tutto il mondo come un Paese in grande crescita, pieno di aziende innovative e di creatività, l’idea di fare un colpo di Stato come quello greco dei colonnelli diventò anacronistica. Quindi si scelse un’altra strada: infiltrare lo Stato dall’interno, con una specie di golpe silenzioso mettendo nei ruoli chiave persone fidate. Creando questo contropotere che Cefis con la P2 ha effettivamente posto in essere. A un certo punto, da più fonti attendibili, si è detto che in quegli anni i servizi segreti italiani rispondevano a Cefis. E poi a Gelli. A Ortolani. E infine al capo di tutti, che è quello leggendario, che ci ha lasciato da non molti anni.

Quindi articoli come Il vuoto di potere scritto da Pasolini pochi mesi prima della morte, nel febbraio, e opere di denuncia come Petrolio possono essere state la molla del delitto?

Per me è così. E posso dire tranquillamente che se io fossi stato Cefis mi sarei liberato di Pasolini anche prima del 2 novembre del ‘75. Pasolini amava definirsi un giornalista, la riteneva una delle sue attività più nobili. Ha scritto più di 800 articoli. Ha cominciato durante la guerra a scrivere articoli antifascisti per stampa clandestina. E io non ho mai visto un giornalista così impavido che fa nomi e cognomi senza mai porsi un limite. Rispetto a quello che ha scritto lui l’inchiesta di Woodward e Bernstein che portò alle dimissioni di Nixon era una barzelletta. Pasolini ha detto sempre e soltanto quello che scopriva, sentiva, vedeva. Esponeva il proprio ragionamento, come se riflettesse ad alta voce. Pasolini era pericolosissimo. E aveva la consapevolezza di esserlo.

Su questo mistero italiano emergono sempre nuovi elementi?

Io oggi potrei scrivere un altro libro, oltre La macchinazione, che ho scritto dopo aver girato il film, proprio per mettere in fila in modo più o meno oggettivo le cose. Perché è chiaro che il film ha delle parti di invenzione che nel libro invece non ci sono. Ecco, oggi potrei scrivere un altro libro perché non finisco di scoprire cose nuove. Ad esempio, ho appreso ormai in modo incontrovertibile da ben quattro testimonianze diverse che Pasolini negli ultimi giorni era estremamente preoccupato e sapeva che questa storia del furto del negativo di Salò era una trappola. Vi dirò di più. Un altro elemento nuovo l’ho trovato la scorsa settimana a Stoccolma.

Addirittura in Svezia?

Sì. L’attuale direttrice dell’istituto di cultura mi ha dato una lettera, che in realtà era un articolo mai pubblicato. L’aveva scritto un suo predecessore che è ancora in vita. Si chiama Angelo Tajani. Ed era direttore dell’istituto di cultura quando Pasolini andò a Stoccolma pochi giorni prima di morire perché avevano tradotto Le ceneri di Gramsci, ma soprattutto perché c’era un gruppo di italiani e svedesi che voleva candidarlo al Premio Nobel. La conferenza stampa per la presentazione della traduzione si svolse all’interno dell’Accademia del Nobel. In questo contesto Pasolini parlò dei pericoli che correva l’Italia. Trattò gli argomenti che gli stavano a cuore. E che all’epoca quasi lo ossessionavano. Poi andarono al ristorante. A tavola Tajani era seduto accanto a Pasolini. E racconta che Pasolini era estremamente angosciato, assorto, non parlava con nessuno. Finché a un certo punto, come una voce dal sen fuggita, disse: Io ho molta paura. Tajani allora gli chiese: Di che cosa hai paura, Pier Paolo?  E Pasolini, come svegliandosi di soprassalto, lo guardò e rispose: Paura? No, no. Io non ho paura di niente e di nessuno.

Paura? No, no. Io non ho paura di niente e di nessuno”

E poi cosa accadde?

Tajani pochi giorni dopo vide cosa successe a Pasolini e scrisse questo testo che è diventata una lettera. Ma in realtà si trattava di un articolo. Perché Tajani collaborava con alcuni giornali e propose questo articolo a Il Giorno, pensate un po’, cioè al giornale dell’Eni, al giornale di Cefis. E chiaramente non venne pubblicato. Però esiste. Io ho chiamato l’avvocato Stefano Maccioni che ha riaperto il caso Pasolini alcuni anni fa. Maccioni ha contattato Tajani che gli sta mandando una copia autografa di questo articolo. Piano piano tutti i pezzi del puzzle stanno venendo alla luce. Poi se giuridicamente tutto questo avrà un riscontro, non ve lo so dire. Eravamo arrivati a un passo dalla Commissione parlamentare d’inchiesta su Pasolini. Il problema è che è caduto il governo e quindi è caduta insieme anche la Commissione. Il 25 ottobre scorso Maccioni ha pensato di chiedere la riapertura del processo. Non abbiamo ancora avuto una risposta. Ma siamo abbastanza fiduciosi. Comunque c’è una verità giuridica e una verità storica.

Cosa ricorda di quel 2 novembre ‘75?

La mattina presto, non appena appresa la notizia, montai sul motorino, attraversai tutta Roma e arrivai dove viveva Pasolini. Suonai al citofono ma nessuno mi apriva. Poi, per quelle cose strane della vita, sentii una vocina un po’ chioccia dietro di me che chiedeva: Ma tu che ci fai qui a quest’ora?  Mi voltai ed era Fellini, a bordo di un taxi. E io gli dissi: Federico, è morto Pier Paolo. E lui: No, non è possibile. Io risposi: Guarda, non so nemmeno come. So che l’hanno ammazzato, ma non ho molte notizie. Fellini mi disse che lui doveva andare assolutamente a Parigi. E io gli dissi: Vai. Cosa pensi di poter fare? Nemmeno io penso di poter fare niente. Fellini, sconvolto, ripartì nel suo taxi. Intanto finalmente mi aprirono la porta. A casa di Pasolini c’erano la cugina, Graziella Chiarcossi, e la mamma, chiusa nella sua stanza. E io non l’ho mai più rivista. Pier Paolo era il secondo figlio che le veniva ucciso. Praticamente è fuggita altrove, metaforicamente.

Lei cosa fece?

Come prima cosa pensai di telefonare al padre della mia compagna. Si trattava di Faustino Durante, il medico legale più importante che ci fosse in Italia. Gli diedi appuntamento all’Idroscalo. Quando arrivai lui era già là. Sentii che gridava contro i poliziotti che erano sul posto. Era fuori di sé perché non avevano delimitato né l’area del delitto, né l’area in cui giaceva il corpo di Pasolini. C’erano centinaia di persone. Addirittura dei ragazzini che stavano giocando a calcio. E ogni tanto la palla arrivava contro il corpo di Pasolini. I poliziotti cominciarono a delimitare l’area ormai inutilmente. Durante e io raccogliemmo schegge e pezzi di legno che erano sparsi tutto intorno. Poi lui si avvicinò al corpo. Mi chiese di fare lo stesso. Ma io non me la sono sentita. Alzò il lenzuolo e disse queste testuali parole: È stata una mattanza. Ha centinaia di ferite. Veramente l’hanno maciullato. Ma già così posso dirti che non vedo una ferita mortale. Mentre vedo le impronte degli pneumatici sulla canottiera. Gli sono passati sopra con la macchina più volte. E sono convinto già da ora che probabilmente la causa della morte è questa.

© La macchinazione

© La macchinazione

Veniamo al film. Sulla scrivania di Pasolini la Lettera 22 è circondata di libri e carte.

Quasi tutti quei libri sono miei. Ma c’è stato anche l’apporto di un giornalista di Paese Sera amico dei miei scenografi. È stato felice che alcuni suoi libri potessero essere usati per questo film. Un ulteriore contributo l’ha dato il giornalista e critico cinematografico Callisto Cosulich, anche lui di Paese Sera. Ho apparecchiato e sparecchiato più volte questa scrivania in una stessa mattinata, scegliendo sempre cosa lasciare, cosa cambiare. Comunque la scrivania di Pasolini non era affollata in questo modo. Lui aveva sempre tutto molto in ordine. Mentre scrivevo il film mi sono imbattuto in un video di una troupe televisiva nel quale Pasolini, nel suo studio, sposta continuamente grosse colonne di libri. Dava la sensazione di quanto la sua mente fosse affollata in quei giorni. Sul suo tavolo, in realtà, ci si mangiava anche, quando c’era un pranzo con otto-dieci persone.

Massimo Ranieri porta il film sulle spalle. Ci parlerebbe di questa straordinaria interpretazione?

Ero convinto che lui ci sarebbe riuscito in questo modo. Ogni tanto incontro qualcuno che mi dice: come hai fatto a far recitare così bene Massimo Ranieri? Io rimango esterrefatto e rispondo: io non ho fatto niente. Massimo Ranieri è un grandissimo attore. Siccome è anche un celeberrimo cantante e ormai le persone vanno per forza incasellate, la gente dimentica che è un attore di razza. Io gli ho parlato del progetto ancora prima di scrivere il film. Gli ho detto: o lo fai tu o niente. Noi ci conosciamo da più di trent’anni e spesso abbiamo scherzato sulla sua somiglianza con Pasolini. Ma esitava ad accettare. Mi diceva: me l’hanno chiesto in tanti e ho sempre rifiutato, elegantemente e facilmente. Se me lo chiedi tu, dato anche il tuo personale rapporto con Pasolini, mi metti in difficoltà. Sento quasi l’obbligo di farlo. Nelle settimane precedenti le riprese io mi sono limitato a raccontare a Massimo anche dei piccoli dettagli della vita di Pasolini. E lui assorbiva. Sul set è stato facilissimo. Non ho mai corretto Massimo durante la lavorazione.Dopo due o tre giorni ero io che seguivo lui, non lui me. Era importante che questo accadesse. Potevo permettermi di distrarmi. Di badare agli altri attori, alla ricostruzione dell’epoca. Massimo mi ha regalato la tranquillità sul personaggio di Pasolini. Se siamo riusciti a portare tutto a casa, è stato grazie a questo.“Massimo mi ha regalato la tranquillità sul personaggio di Pasolini”

Il “cinema di poesia” di Pasolini affiora anche ne La macchinazione. Ad esempio alla fine quando le trivelle emergono a Ostia vicino al corpo straziato. Scelte di stile o esigenze narrative?

Ho girato questo film quasi inconsciamente. L’unico limite che mi sono dato era non fare un film pasoliniano. Volevo che fosse anche didascalico: una serie di informazioni dovevano passare. Non mi sono preoccupato del lato estetico. L’ultima scena, poi, è stata un’intuizione formidabile di Guido Bulla che ha scritto il film con me e che purtroppo è morto un anno fa.

 Un’ultima domanda: che cos’è il disegno che si vede sui titoli di testa?

È stato un colpo di fortuna. Un attore neozelandese che conoscevo da prima, aveva per vicino di casa un pittore veronese. Un cavaraggesco iperrealista, ossessionato da Pasolini, Nicola Verlato. Aveva anche fatto un progetto per erigere un mausoleo all’idroscalo. Siamo entrati in contatto. Ci siamo incontrati a Roma e io ho scelto quest’immagine iniziale, che in realtà è un bassorilievo, per i titoli di testa. Ed è un inizio che continua a piacermi tantissimo.