Il 16 ottobre 2017, intorno alle tre del pomeriggio, Daphne Caruana Galizia, una delle più note giornaliste investigative maltesi, viene assassinata, uccisa dall’esplosione di un’autobomba posta nella Peugeut 108 che la donna aveva preso a noleggio. È stata invece un’esecuzione mafiosa a uccidere il giornalista Ján Kuciac, freddato con un colpo al cuore lo scorso 22 febbraio insieme alla sua fidanzata, Martina Kusnirova. Gli omicidi di Daphne e Ján hanno profondamente scosso l’opinione pubblica internazionale, sono stati e continuano ad essere la rappresentazione più concreta e tangibile dei rischi che corrono tutti i giornalisti che indagano sulla corruzione e sugli intrecci che si vengono a creare tra crimine organizzato e governo.

Quello della sicurezza dei giornalisti è un tema che non va mai sottovalutato, non esistono contesti e neppure paesi più sicuri di altri nel momento in cui le inchieste si avvicinano al cuore più corrotto dei meccanismi del potere . Partendo proprio da questo presupposto, le storie di Ján e Daphne sono state spunto di riflessione e dei loro omicidi si è ampiamente discusso durante l’incontro «Indagare sui legami fra crimine organizzato e Governi: gli omicidi di Daphne Caruana Galizia e Ján Kuciak», al Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia.

Ma chi era Daphne Caruana Galizia? Una giornalista indipendente, una delle voci più scomode di Malta, che da anni, nelle più totale e completa solitudine e nonostante le continue minacce, aveva messo a nudo i potenti dell’isola, la compromissione della politica, i conflitti d’interesse e la corruzione. Daphne aveva seguito l’inchiesta sui Maltafiles, che aveva rivelato come quella piccola isola del Mediterraneo fosse diventata un paradiso fiscale all’interno dell’Unione Europea.  Con il passare degli anni era diventata una delle voci di riferimento del giornalismo investigativo maltese. Era stata inoltre la prima a rivelare i coinvolgimento nei Panama Papers, i conti panamensi, di Konrad Mizzi, il capo staff del Primo Ministro Joseph Muscat, e Keith Schembri, ministro dell’Energia e della Salute. In una delle inchieste più recenti inoltre, nel suo mirino era finita anche Michelle Muscat, moglie del Primo Ministro, accusata di essere la beneficiaria della società offshore Egrant Inc, che muoveva ingenti quantità di denaro su alcuni conti bancari in Azerbaigian, puntando quindi l’attenzione dell’opinione pubblica sulle somme ricevute dalla società e sui successivi accordi del governo maltese con quello azerbaigiano in campo energetico. Soldi transitati attraverso una banca maltese, prova evidente del fatto che una banca in territorio europeo era diventata centrale di riciclaggio di tangenti e altri capitali sporchi.

Daphne Caruana Galizia però non risparmiava nessuno che fosse ai vertici delle istituzioni, le sue denunce infatti non avevano colore politico. Tra gli ultimi articoli del suo blog, quello relativo al rapporto di amicizia, la donna le definisce come “sorelle”, tra la moglie del leader dell’opposizione maltese Adrian Delia con la compagna di un narcotrafficante da poco arrestato.

Nonostante la paura – aveva denunciato alla polizia di aver ricevuto minacce di morte quindici giorni prima del suo omicidio – Daphne continuava a combattere la sua battaglia contro il malaffare imperante ai vertici istituzionali. Il suo ultimo articolo, pubblicato alle 2.35, pochi minuti prima che la carica esplosiva nascosta nell’auto la portasse via, a pochi metri da casa sua, è un atto di accusa e al tempo stesso un testamento morale. Le sue ultime parole hanno infatti il sapore di una vera e propria premonizione: «Ora ci sono corrotti ovunque io guardi. La situazione è disperata».

A Perugia, a raccogliere la dolorosa testimonianza di Daphne, sua sorella Corinne Vella: «Daphne ha cominciato a morire quando è stata lasciata a combattere da sola». Corinne, con occhi lucidi e voce flebile insiste soprattutto sul problema dell’impunità:  «Quando abbiamo parlato della morte di Daphne, le persone hanno cominciato a chiedersi se sarebbe successo di nuovo e adesso che Ján è morto, la domanda non è più se accadrà di nuovo, ma quando, a chi toccherà e dove.  C’è un problema e bisogna riconoscerlo. E le cifre sull’impunità mostrano un problema molto serio. Non abbiamo un meccanismo internazionale di protezione dei giornalisti e di certo non ne abbiamo uno per proteggere gli informatori. Ma ne abbiamo bisogno – insiste – per proteggere gli informatori e chi indaga sulla morte dei giornalisti. Questa è una delle lezioni che dobbiamo apprendere da quello che è successo a Ján e Daphne».

«Non abbiamo un meccanismo internazionale di protezione dei giornalisti e di certo non ne abbiamo uno per proteggere gli informatori. Ma ne abbiamo bisogno per proteggerli.»

Nel corso dell’incontro Corinne fa anche riferimento al contesto culturale maltese: «A Malta c’è davvero poco spazio per il giornalismo indipendente. Il giornalismo non dovrebbe riguardare soltanto quello che i lettori vogliono sapere, ma anche quello che i lettori dovrebbero sapere. Anzi, è proprio quella la sua funzione primaria. Certo, la famiglia a lutto è una storia che fa notizia, ma ci si dovrebbe domandare chi le ha fatto questo, perché lo ha fatto e cosa questo implica per tutti, non solo per la sua famiglia. Ci sono delle forze nella società democratica che dovrebbero prevenire i crimini, ma queste istituzioni non funzionano, e non funzionano perché la gente tollera che le cose vadano in questo modo. Non c’è bisogno di essere dei giornalisti. Si può agire anche da semplici cittadini chiedendo un cambiamento». Corinne denuncia anche il gesto di eclatante indifferenza che di notte si manifesta sotto forma di puntuale ripulitura di fiori e foto, comprese anche quelle di Ján e Martina, accumunati per la tragica morte, sui memoriali di Daphne a La Valletta: «È un atto di ignoranza – sono le sue dure parole – le persone che hanno rimosso le foto hanno rimosso anche il diritto della gente di conoscere e protestare. Il che è un po’ come dire che è giusto che tu mi uccida nel caso in cui non dovessi condividere il mio pensiero».