Quando si cammina, si cammina con la testa. Non quando si va al supermercato, certo, o si fa un giro in centro. Ma quando si decide di farlo per 20 o 30 chilometri al giorno, per settimane e settimane, allora non ti bastano le scarpe. Servono volontà e motivazione. Questa è la storia di un lungo cammino che ha riportato Nicolò Giraldi da Londra a casa sua, a Trieste. 1500 chilometri a piedi alla ricerca di storie di uomini che hanno vissuto e combattuto durante la Prima Guerra Mondiale lungo il fronte occidentale. Un lungo cammino alla riscoperta, anche, delle proprio radici famigliari.

Un lungo percorso, un progetto complesso almeno dal punto di vista logistico. Come è nata l’idea di compiere questo giro a piedi?

Se lavori come freelance in Italia e vuoi riuscire a vendere devi trovare un punto di vista che altri non hanno. Stava per iniziare il centenario della Prima Guerra e tantissime redazioni si sono preparate a confezionare degli speciali sull’anniversario. Così ho pensato di tornare da Londra a Trieste a piedi, Percorrere migliaia di chilometri a piedi, alla ricerca dei “custodi” della Grande Guerra, rappresentava l’angolazione differente per raccontare questa storia percorrendo migliaia di chilometri alla ricerca delle persone che lavorano al mantenimento della memoria, i “custodi” della Grande Guerra: questo è un modo differente e non canonico per raccontare la storia. C’è stata inoltre anche una motivazione emotiva: ho avuto un bisnonno, di cui porto il nome e il cognome, che combatté durante la Prima Guerra Mondiale con la divisa austroungarica, sul fronte orientale. Siccome non l’ho mai conosciuto, ho pensato che con questo viaggio ne avrei onorato la memoria. Ho raccontato il mio viaggio in dieci puntate coprendo un periodo di due mesi e pubblicandole sul Piccolo di Trieste. Poi tutti i racconti hanno dato vita a un libro.

nonno-nicolo-giraldi-primo-in-alto-da-sinistra

Il bisnonno di Nicolò, in alto a sinistra

Perché non ha scelto di ripercorrere quindi il fronte orientale? E di muoversi a piedi?

Innanzitutto mi trovavo già a Londra e poi il percorso occidentale è più breve. Quello orientale è immenso, va dal Montenegro fino al Baltico, e necessita di almeno quattro mesi di tempo per essere percorso a piedi. Inoltre sul fronte occidentale, compreso quello alpino, c’erano storie e aneddoti che volevo approfondire. E lo volevo fare con la calma e il tempo che hai a disposizione quando ti muovi a piedi: vedi le cose in maniera diversa, hai molto più tempo e procedi con una lentezza che ti permette di riflettere. Contrariamente ai giornali di oggi che lavorano in tempo reale. La scelta di andare a piedi si può inoltre far risalire alla trilogia di Patrick Leigh Fermor, libri cui sono molto legato, in cui lo scrittore inglese racconta il viaggio da Londra a Costantinopoli. Un viaggio a piedi di due anni. Mi sono preparato al progetto per sette mesi: preparazione fisica, psicologica, organizzativa.

Come ha identificato i luoghi che ha scelto di visitare? Sono stati dettati da un’importanza storica o anche dalla casualità insita nel cammino?

Ci sono luoghi che dovevo assolutamente visitare come Ypres, Verdun, Caporetto e il Lagazuoi sulle Dolomiti, posti dove la Prima Guerra Mondiale si è manifestata con violenza estrema. Poi mi è capitato lungo il percorso di trovare storie che non conoscevo, come quella dei quasi 60mila italiani combattenti sul fronte occidentale tra cui Curzio Malaparte, per coprire le quali mi sono affidato ad una buona dose di improvvisazione. Ciò mi ha permesso di conoscere paesini sconosciuti come Menen, al confine tra Francia e Belgio, a circa 20 chilometri da Lille e a 25 da Ypres. Lì c’è uno dei più grandi cimiteri tedeschi della Prima Guerra, dove sono sepolti circa 45mila caduti. Ci sono poi dei luoghi in cui mi sono dovuto fermare più a lungo di quanto pensassi: a Verdun dovevo stare due notti e tre giorni ma mi son reso conto che avevo bisogno di più tempo per vivere il posto. Verdun è particolare, solo nel 1916 ci sono stati 300mila morti. A Douaumont un grande ossario ospita 130mila vittime mentre nel cimitero sono sepolti 45mila uomini. Significa trovarsi in un luogo che riunisce quasi 200mila caduti:  la terra è bucata; esistono ancora i cartelli coi nomi dei paesi, dei villaggi. Ma i paesi non ci sono più.

pal-piccolo-timau-12

Racconta di un fronte occidentale dalla memoria architettonica e paesaggistica molto forte. Immaginavamo invece un luogo intensamente umanizzato, in cui la modernità ha sopraffatto la storia. Non è così, invece.

Ci sono delle aree caratterizzate da una forte antropizzazione che nella maggior parte dei casi ha portato a modificare il territorio, a riassorbirne le ferite. In Italia dopo la guerra, il fascismo puntò a creare un’identità nazionale fondata sul mito della vittoria mutilata, del sacrificio, dei morti. Da qui la monumentalizzazione fascista che ha creato enormi sacrari a Redipuglia, Asiago, Rovereto, sul Pasubio. Sul fronte occidentale la situazione è diversa: i morti sono francesi, inglesi, belgi, tedeschi. Sono tutti Paesi che poi non hanno conosciuto un regime totalitario e che non hanno sentito la necessità di costruire un’identità nazionale sulla Grande Guerra. Il territorio è quindi costellato di piccoli cimiteri che si fondono con la realtà urbana, fanno parte del tessuto cittadino e non sono soffocati dalla presenza dell’uomo. C’è un rapporto continuo tra le persone che vivono il territorio e la loro memoria, cosa che spesso sul nostro fronte non capita di registrare.

Ha incontrato molte persone lungo il viaggio. Quanto ha contato l’improvvisazione?

Molti incontri sono stati organizzati in anticipo. Altri sono stati più casuali. Ricordo ad esempio l’incontro col curatore dell’Inflander Field Museum di Ypres che mi disse che in quello stesso giorno era lì presente un profondo conoscitore delle vicende legate alla Grande Guerra. Non potevo lasciarmelo scappare. Poi, appena entrato in Italia, ricordo il mio arrivo a Fortezza, vicino a Brunico. Avevo un appuntamento con Dario Massimo, paracadutista e giornalista, che mi parlò di un artista della zona che faceva installazioni di arte contemporanea e che aveva realizzato un progetto sulla Prima Guerra Mondiale. Quando il giorno dopo l’ho incontrato, ho trovato davanti a me un uomo che dava da mangiare alle scolaresche delle patate coltivate in un orto creato con della terra trasportata in loco dal fronte orientale, dicendo: «Ecco, queste sono le stesse patate che hanno mangiato i vostri avi al fronte cento anni fa».
rievocatori-storici-grande-guerra-virton-2sulla vetta

Quali sono i posti che più hanno segnato questo cammino?

Innanzitutto il Kent. In Inghilterra non ci sono cimiteri militari ma in ogni paese si trova la lista delle persone cadute. Mi ero così segnato i nomi di alcune persone di cui avevo visto la targa per poi ritrovarne la tomba la settimana successiva al fronte. In quel momento si creava un legame, era come ricollegarmi a qualcuno che in qualche modo conoscevo. Un momento emozionante, il silenzio, un pensiero laico a questa persona. C’è poi la parte del fronte occidentale, quella più ricca di avvenimenti. A Verdun mi hanno regalato un sacchetto pieno di pezzi di residuati bellici. «Fanne ciò che vuoi, questa è parte della nostra memoria e di quella di questo luogo», mi hanno detto. A Verdun mi hanno regalato un sacchetto pieno di pezzi di residuati bellici. «Fanne ciò che vuoi, questa è parte della nostra memoria e di quella di questo luogo», mi hanno detto. Pensare che una persona che è nata e vissuta a Verdun voglia privarsi di una parte della sua memoria per darla a un camminatore giornalista fa sperare che esistano ancora le basi per parlare di Europa e di rapporti tra le persone. Verdun è un posto pazzesco, in cui le emozioni ti travolgono lasciandoti senza parole. Poi c’è Caporetto, una parte della memoria italiana che non raccontiamo volentieri. Dovrebbe diventare una sorta di pellegrinaggio laico per tutte le scuole d’Italia. Il museo privato è molto bello, aperto 365 giorni all’anno, con guide in sette lingue. Noi in Italia siamo convinti del fatto che non si debbano avviare attività economiche o iniziative attorno alla memoria, per non disonorarla. Gli inglesi invece lo fanno e non mi sembra che non siano un popolo patriottico.

I testimoni diretti sono tutti morti. Come sopravvive la memoria?

Cambia molto da Paese a Paese. L’Inghilterra vive la memoria in maniera molto consapevole e intelligent: ha un rapporto che viene mantenuto e tramandato con gli eventi. La Francia è in qualche modo simile, anche se c’è molto più patriottismo nazionalista rispetto all’Inghilterra. Ricordiamo che il nome Grande Guerra deriva da Grande Guerre, perché i francesi l’hanno chiamata così. Con monumenti e manifestazioni pompose per ricordare la vittoria e una sorta di carica ereditaria tramandata da padre in figlio. Ci sono 5mila luoghi dove i giovani volontari spiegano cosa è successo in quel posto, e se succedesse in Italia sarebbero tacciati di nazionalismo. La Germania è un po’ assente, la popolazione ha una percezione distante, anche perché i luoghi dove si è combattuto sono lontani. In Italia il ricordo varia in funzione del luogo. In Friuli ci sono 18 esperti di siti della Grande Guerra, ciascuno dei quali parla in maniera diversa a seconda della propria esperienza personale e del luogo in cui lavora. L’Alto Adige è legato all’idea dell’invasione italiana, anche a seguito della colonizzazione culturale subita durante il fascismo.

Quali sono state le difficoltà che l’hanno indotta a pensare di smettere, di lasciar perdere?

La stanchezza sicuramente. E tuttavia questo è il bello del camminare. O torni indietro o vai avanti, non ci sono scorciatoie. Solo se sei convinto di quello che stai facendo, se le tue motivazioni sono veramente solide, allora vai avanti. In solitaria è più difficile: sei solo.